Un grande saggista come il francese Bernard Bruneteau ha raccontato il Novecento coniando una definizione lapidaria e atroce: “Il secolo dei genocidi”. Per mano turca, russa, tedesca, cambogiana; nel nome dei totalitarismi, nel nome della razza, nel nome della classe sociale; con criteri industriali, seriali: abbiamo assistito a ripetuti, pianificati sterminii, a distanza di poco tempo. Fatichiamo a studiarli. Rifiutiamo di accettarli. Finiamo per esserne infestati. Gli artisti europei più sensibili raramente hanno saputo sintetizzare e universalizzare il respiro di qualcosa di così buio, metodico e gelido.
Quando si dice una promessa mantenuta: 160 pagine (al lordo dell'indice) per raccontare il Secolo breve. Perché Europeana racconta la Breve storia del XX secolo. Una brevità che a scatola chiusa potrebbe suonare sospetta. Il libro non è un Bignami per passare esami di varia natura né un azzardato saggio che omette i fatti concentrandosi su qualche teoria astrusa. Patrik Ourednik ha davvero scritto, dieci anni orsono, una breve storia del secolo breve. E questa storia, in forma di agile libercolo, ha un potere seduttivo immane. Anche se i temi trattati, come dire, li conosciamo già. Ecco perché Europeana, almeno all'estero, è diventato un classico e merita una recensione anche adesso, a XXI secolo inoltrato.
“Chi è lei?” E Nadja senza esitare: “Sono l'anima errante” (A.B.)
Da diverso tempo, ad intervalli più o meno lunghi e di volta in volta in un crescendo di ansia ed allarme, si torna a parlare della scomparsa del libro cartaceo, messo in disuso da quello elettronico – l’E-book, secondo l’oramai invasiva e inevitabile terminologia inglese – dall’iPad e da altri diabolici supporti d’alta tecnologia, presenti sul mercato o di futura produzione.
“Che cosa potranno rimproverarci le generazioni future? Di non aver protestato a sufficienza contro l'occupazione del Tibet? Di aver lasciato che la Russia devastasse indisturbata la Cecenia? Del fatto che nel mondo ogni giorno trentamila persone muoiono di fame? Che milioni di bambine e donne vengono venduti come schiavi sessuali?” – si chiede e ci chiede il giornalista e scrittore svedese Peter Fröberg Idling, classe 1972. Guardandosi indietro, infatti, Idling ha una certezza: possiamo rimproverare a gran voce, a tanti intellettuali dell'ultima generazione, d'averci mentito sulla tragedia in corso in Cambogia, la tragedia del regime “più brutale e incapace del Ventesimo secolo”.
Tra i maggiori poeti del Novecento, ancora decisamente poco riconosciuto e conosciuto è il calabrese Lorenzo Calogero, nato a Melicuccà nel 1910, e morto quasi completamente isolato nel 1961, forse suicida. Una vita preda di tempeste e solitudine, congegno letale per un poeta, il più diffusamente letale, dopo due tentativi di suicidio certi, lunghi ricoveri, la morte della madre che lo devastò, una carriera di medico che non si avviò mai per le violente fobie e la misantropia che lo segnò sempre, così coraggiosamente simile a Campana, senza il suo vigore caratteriale ma non certo senza il suo genio.
Un libro che mai faranno leggere nei nostri martoriati licei. E non è difficile capire perché: Una tomba per Boris Davidovic mette in mostra sette martiri che disgraziatamente si sono ritrovati sul pesante cammino della Storia e del "socialismo reale" - come scrive il buon Roberto Calasso nell'edizione Adelphi. Sette capitoli della stessa storia o meglio, sette variazioni di uno stesso tema, la repressione e l'oppressione, i due binari dell'evoluzione storica.
“Se potessi farlo, saltando la realtà, preferirei proporre a ciascuno dei miei ipotetici lettori una narrazione viva, a braccio, di ciò che mi accingo a mettere per iscritto; innanzitutto perché un racconto autobiografico avrebbe molto da guadagnare dai segni ausiliari del viso delle mani e della voce, che contraddicendo spesso le parole pronunciate aggiungono alla loro superficie il profilo complesso degli impulsi più intimi; e poi perché dubito la materia sia del tutto degna di scrittura e in essa facilmente riproducibile, prova ne sia il fatto che ho aspettato quarant'anni prima di decidermi a stenderla”.
SANTA POLITICA
“Dimentica solo chi vuole dimenticare. Io non ho dimenticato nulla. E non voglio farlo”. Anzi Lev Razgon “sente il bisogno di raccontare almeno una parte del dramma che ha vissuto con la sua generazione” e sceglie di scrivere, di trasformare la propria “vita offesa” in un lungo romanzo. Le pagine, quindi, raccolgono i ricordi, ma non si tratta di mera esposizione dei fatti: ogni episodio, ogni stadio della sua terribile esperienza è sviscerato e commentato nella ricerca tenace di risposte impossibili.
L’arte del vittimismo spesso è perniciosa e noiosa. In quest’era di nullità e vuoto ‘pneumatico’ piangersi addosso spesso è sport, ma anche suprema necessità. Noi orchi ormai piangiamo da anni, a causa dell’inutilità dell’informazione e della cultura in genere. Non salviamo più nessuno: media, eventi, premi letterari, campagne pubblicitarie, scrittori, scrittrici (per il sottoscritto è obbligatoria la distinzione se qualcuno obiettasse che l’arte dello scrivere è neutra e prescinde i generi. No, e mi assumo tutte le responsabilità di quello che dico, il novanta per cento di quello che scrivono le donne è inutile poltiglia, surrogati di intenti diaristici da casalinghe disperate.
Pubblicato per la prima volta nel 1937, Azarel arriva in Italia sulla scia del successo ottenuto in America nel 2001, cui hanno fatto seguito traduzioni in più lingue. La sproporzione del gap è umiliante: è nientemeno a distanza di settantadue anni che Fazi riesce a restituirci un autore dimenticato nella sua terra e purtroppo ancora pressochè sconosciuto in gran parte del mondo.
Commenti recenti
35 min fa
1 ora 2 sec fa
1 ora 11 sec fa
1 ora 40 min fa
2 ore 25 min fa
2 ore 31 min fa
2 ore 35 min fa
3 ore 6 min fa
3 ore 58 min fa
4 ore 52 min fa