In questo libro Elie Wiesel raccoglie tredici scritti nei quali condensa la sua esperienza e la sua addolorata testimonianza sulla Shoah. Un libro edito per la prima volta nel 1966, poco più di venti anni dopo l'apertura dei cancelli di Auschwitz. Tra i disperati resi finalmente liberi da quell'inferno c'era anche lui, Elie Wiesel, la cui esistenza, da quel momento in poi, ha rappresentato una continua riflessione, la perenne lotta contro il senso di colpa del sopravvissuto, la ricerca infruttuosa di una risposta allo sterminio di milioni di esseri umani, la spiegazione logica, storicamente ed umanamente valida che, come è costretto ad ammettere egli stesso, non esiste.
Se mi fosse chiesto di indicare fra i libri letti negli ultimi anni quale possa descrivere al meglio la deriva sempre più totalitaria intrapresa dagli Stati Uniti post-11 settembre citerei senza alcun dubbio “Callisto” di Torsten Krol, uscito nel 2007 e pubblicato nello stesso anno da Isbn.
La casa di vetro citata nel titolo di questo convincente ed appassionante romanzo di Simon Mawer esiste davvero. Si trova a Brno, nella Repubblica Ceca, si chiama Villa Tugendhat, è stata disegnata dall'architetto Ludwig Mies van der Rohe ed è entrata a far parte del patrimonio dell'Unesco nel 2001. La finzione letteraria ha mutato i nomi ed ha trasformato leggermente gli eventi, ma ci racconta attraverso un intreccio ben articolato la storia straordinaria di una casa e di una famiglia e, grazie ad esse, di un'intera epoca.
Benedetto XVI ha recentemente affermato che il 2012 sarà, nonostante gli auspici nefasti di cui si vocifera di continuo e gli spread, l’anno della fede. Ma non sarebbe stato meglio, chessò, proclamare un anno del ‘mea culpa’ o meglio ancora uno della riconsiderazione, nonostante il pontificato di Woitila e l'attuale di Papa Ratzinger, del Concilio Vaticano secondo? Il bel saggio di Emilio Gentile Contro Cesare (Cristianesimo e totalitarismo nell’epoca dei fascismi – Feltrinelli 2011) ci offre la possibilità di fare chiarezza su alcuni punti che la miopia contemporanea, se non la cattiva coscienza, se non una muffetta ideologica persistente, ci ha impedito finora di considerare.
A quanto ho potuto constatare, "Un caso di ordinario coraggio" è l'unico libro di Pascale Roze tradotto in italiano. La scrittrice francese, nata a Saigon nel 1954, ha conquistato il prestigioso Premio Goncourt per "Le Chasseur Zéro", suo romanzo d'esordio, nell'ormai lontano 1996 ma di lei non avevo mai sentito parlare. Eppure merita.
La lettura di "Un caso di ordinario coraggio" (titolo originale "Itsik", anno 2008) è stata spontanea e continua, durata esattamente il tempo di un breve viaggio in treno. Le pagine scorrono docili e avvincenti, si arriva alla fine del romanzo senza quasi accorgersene.
Ho conosciuto la strage di Babij Jar qualche tempo fa leggendo "La pianista bambina" di Greg Dawson. Poco tempo dopo, vagando tra gli scaffali di una libreria di Roma, sono incappata in questo libro il cui titolo non lascia spazio ad alcun dubbio. Kuznetsov c'era. Aveva solo 12 anni quando l'esercito tedesco invase Kiev, la sua città: il 19 settembre 1941 i nazisti entrarono nella capitale dell'Ucraina. L'occupazione si protrasse per due anni e due mesi prima che l'esercito di Hitler decidesse di ritirarsi.
"Mi chiamo Shlomo Venezia. Sono nato a Salonicco, in Grecia, il 29 dicembre 1923. La mia famiglia dovette abbandonare la Spagna al momento dell'espulsione degli ebrei nel XV secolo ma, prima di stabilirsi in Grecia, i miei antenati si fermarono in Italia, per questo mi chiamo Venezia".
Dietrich Bonhoeffer, pastore e teologo luterano, è considerato uno dei pensatori più fecondi del XX secolo. Interessante nella sua opera è la ricerca del senso della fede cristiana in cui testimonianza e autenticità s’incontrano sempre per edificare un profondo messaggio di umanità. Il teologo fu arrestato dai nazisti mentre lavorava alle note della sua Etica con l’accusa di aver fatto fuoriuscire ebrei. Bonhoeffer trascorse in carcere due anni, dal 5 aprile del 1943 al 9 aprile 1945, giorno della sua impiccagione. Fu accusato inoltre di aver appoggiato e sostenuto i cospiratori contro Hitler.
C’è una scena del film “La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler” diretto da Oliver Hirschbiegel, con uno straordinario Bruno Ganz nelle vesti del Furher, che mi è rimasta impressa visione dopo visione ed è quella che ritrae Adolf Hitler in compagnia di Albert Speer che ammirano il plastico della nuova Berlino, la futura Germania, mentre fuori dalle finestre la città è completamente in rovina, ridotta ad un cumulo di macerie. La guerra è definitivamente persa ma Hitler continua a credere che quel sogno sia ancora realizzabile. Follia che si mescola all’idiozia ma anche qualcosa di diverso, qualcosa che sfiora il nucleo più profondo di un sogno irrealizzabile. Quello di un’idea fondata sulla morte.
"Ma perché nessuno mi chiede se nel ghetto c'era l'amore? Perché questo non interessa a nessuno? Sull'amore nel ghetto qualcuno dovrebbe fare un film. E' l'amore che permetteva di sopravvivere". Così Marek Edelman parla a Paula Sawicka.
Leggere libri sull'Olocausto nazista, in fondo, vuol dire imbattersi nella stessa tragedia. Vuol dire ritrovare un dolore senza fine, violenze inaudite, ferocia, morte, annientamento. Leggere libri come quello di Marta Ascoli è un po' come incontrare una faccia già vista, una voce già sentita, un odore già noto. Sappiamo tutti cosa sia accaduto ad Auschwitz. Lo sappiamo da tanti anni, conosciamo dettagli aberranti e conosciamo i nomi di chi li ha perpetrati. Eppure leggere la storia di una deportata è e rimane un compito fondamentale, una lezione di vita e di storia essenziale.
N. 119.104. Così, con il solo numero di prigioniero nel campo di sterminio di Auschwitz, voleva presentarsi Viktor E. Frankl pubblicando Trotzdem Ja zum Leben sagen. Ein Psychologe erlebt das Konzentrationslager (lett.: “Dire sì alla vita, nonostante tutto. Uno psicologo nei lager”): un modo per non concentrare eccessivamente l’attenzione su di sé e sulla sua esperienza. Solo in fase di correzione di bozze gli amici riuscirono a convincerlo che l’anonimato avrebbe tolto valore alla “confessione”.
Gli anni che visse l'Europa dopo la fine della Prima Guerra Mondiale furono anni di enormi tensioni sociali, di sconvolgimenti e rivoluzioni che di lì a vent'anni l'avrebbero nuovamente travolta spingendola fra le fauci di un nuovo conflitto mondiale. Alcuni imperi si erano dissolti e gli stati sorti sulle loro ceneri erano costretti a subire le dure condizioni inflitte dai vittoriosi, la rivoluzione aveva travolto in Russia lo zar e ovunque nascevano focolai di nuove rivoluzioni, con una pandemica crisi economica spaventosa che riduceva allo stremo le popolazioni già vessate dalle conseguenze del conflitto.
“Tecnica del colpo di Stato”, sorta di “manuale del perfetto rivoluzionario” d'ascendenza marxista (e di guida per il saggio democratico in cerca d'antidoti: è un testo bifronte, in piena schizofrenia malapartide), apparve originariamente in Francia nel 1931, per Grasset; per la prima edizione italiana (Bompiani) dovemmo attendere sino al 1948. “Proibito in Italia da Mussolini – scriveva Malaparte nella prefazione – costituisce oggi per il lettore italiano una novità, cui la situazione internazionale e quella interna del nostro paese aggiungono purtroppo un interesse di viva attualità.
Oggi sappiamo praticamente tutto sui campi di sterminio nazisti. Abbiamo visto immagini e fotografie, abbiamo ascoltato o letto le testimonianze dei sopravvissuti, dei testimoni e dei colpevoli, eppure leggere “L’inferno di Treblinka” di Vasilij Grossman riesce a scuotere anche chi su quell’abominio ha visto e letto molto. Un reportage vero e proprio che venne pubblicato per la prima volta nel novembre del 1944 sulla rivista russa “Znamia” (“Bandiera”). L’anno successivo “L’inferno di Treblinka” venne tradotto in tedesco e fu consegnato anche ai membri del collegio d’accusa del Processo di Norimberga su suggerimento del Procuratore militare sovietico.
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