Non è una lettura facile, “La banalità del male”. Pretende concentrazione, lucidità, accortezza. La Arendt è minuziosa e solerte: elenca nomi, ricorda dettagli, spiega retroscena, introduce date e fatti innestandoli con maestria in quello che vuole essere un resoconto (anche se è molto di più) del processo a cui, nel 1961, fu sottoposto Otto Adolf Eichmann. Il libro è stato pubblicato nel 1963 assemblando i reportage che Hannah Arendt aveva redatto, seguendo il processo, come inviata del New Yorker a Gerusalemme.
Il XX secolo é spesso stato chiamato “il secolo dei genocidi”: lo hanno tristemente caratterizzato il genocidio degli armeni, seguito dalla tragedia del Holodomor, dall'olocausto, dai Gulag, dal massacro di Katyn, senza dimenticare le diverse stragi avvenute in Cambogia e più di recente, nella Ex-Yugoslavia e in Rwanda.
Questo crimine non è una novità del novecento; era una pratica già diffusa molto tempo prima, ad esempio durante la colonizzazione dell'America, dove il 90% dei 80 milioni di indigeni furono sterminati senza dimenticare il dramma del colonialismo (Africa, Indonesia,...).
Genocidio: una definizione tardiva:
Penso che nessuna recensione su “Modernità o Olocausto” possa essere realmente esaustiva né rendere pienamente il senso intimo di questo saggio. Le tematiche affrontante sono tante e tali che sviscerarle tutte e con la profondità che meriterebbero è opera decisamente complicata, forse nemmeno compatibile con un semplice lavoro critico.
Un libro che mai faranno leggere nei nostri martoriati licei. E non è difficile capire perché: Una tomba per Boris Davidovic mette in mostra sette martiri che disgraziatamente si sono ritrovati sul pesante cammino della Storia e del "socialismo reale" - come scrive il buon Roberto Calasso nell'edizione Adelphi. Sette capitoli della stessa storia o meglio, sette variazioni di uno stesso tema, la repressione e l'oppressione, i due binari dell'evoluzione storica.
C’è un poeta romano, del quale non faccio il nome… e neppure il cognome, che quando presenta le sue opere o quelle degli altri, per catturare la simpatia dei presenti dice sempre che essendo ebreo, omosessuale e comunista, gli rimane soltanto di essere ‘nero’.
La prima volta che lo senti ti strappa un sorriso, la seconda rimani impassibile, la terza volta gli tireresti dietro un ferro da stiro.
Il caso ha voluto che in piena ‘isteria’ da Olocausto (ho il timore che la giornata dedicata alla memoria della Shoah diventerà come la festa delle donne: un’occasione mancata) abbia scovato questo libro di memorie il cui sottotitolo invitava alla lettura e alla riflessione.
Magris ha scritto che questo romanzo è un piccolo gioiello che può appassionare lettori molto diversi tra loro: lo studioso che va a scoprire la storia degli attriti nazionalistici tra sloveni e austriaci nella Krajna, e del successivo ingiusto esilio degli austriaci, e il profano che va ad appassionarsi alla storia della famiglia dell'autore e a tutti i suoi intrecci storico-politici, come se si trattasse d'un giallo.
Tragicomico, cattivo, allegorico, coraggioso e disperato, “Il nazista & il barbiere”, romanzo del 1971 (It, Marcos Y Marcos, 2006; 2010) è una favola nerissima scritta da un ebreo tedesco, classe 1926, errante come da grande tradizione e sofferente per tutti i mali del Novecento, come da universale e ingiusta condanna. Hilsenrath è riuscito, tuttavia, a scrollarsi di dosso il male trasfigurandolo e animando un romanzo determinante per capire con quanta semplicità si possa essere grandi, e con quanta fantasia si possa scrivere qualcosa di sinceramente credibile.
“Il libro di Joseph” somiglia ad un pantalone: un unico indumento costituito da due parti distinte, ma parallele. Come le due gambe, come le due vicende che Hoffmann sceglie di raccontarci con una scrittura che sembra ricalcare il ritmo dell'ago: entrando e uscendo dal passato, dalla storia contemporanea, snocciolata attraverso i ricordi. Per brevi accenni in maniera quasi implicita. Pagine come stoffa, come drappi che prendono forma sotto le mani pazienti, che cuciono in un filo continuo Yingele e Katschen.
Quando l'Europa si stava sgretolando, e troppi innocenti morivano per la malvagità dell'odio razziale e dell'odio di classe e per la menzogna della necessità degli spazi vitali, Jünger predicava il sentiero della rigenerazione di tutti i popoli: sognava l'unione di tutti in una sola nazione, suddivisa per federazioni, sognava esistesse un senso per tutte queste sofferenze profonde. Il senso s'è incarnato: è l'Europa, la nostra Europa che stiamo faticosamente vivendo e respirando. Qualcosa manca, nel gran disegno dello scrittore tedesco; non s'è realizzata l'Europa fondata su un'unica Chiesa, quella cristiana.
“Sulle scogliere di marmo” è la prova che ci si può prendere gioco dei regimi con intelligenza, preferendo la letteratura per raccontare ai cittadini e ai letterati che si deve resistere alle ingiustizie e si deve fronteggiare con coraggio ogni rovescio della sorte; è la storia della trasformazione d'una terra libera, democratica e operosa, e d'un popolo innamorato della natura, in un regime militare, volgare e prepotente. Apparve in Germania nel 1939, provocando, tutto sommato molto apertamente, il nazismo; non è più scomparso dalla storia della letteratura occidentale. È un bene.
Durante i diciotto mesi trascorsi sottoterra tenni un diario, oggi conservato nell’Holocaust Memorial Museum di Washington, DC. Avevo poca luce, pochissima carta e solo un mozzicone di matita. Registrai sul diario tutto quello che potei, ma anche se ho parlato spesso della mia vita, non mi era mai venuto in mente di metterla per iscritto.
“Nel 1945 io e Kardelj fummo mandati da Tito in Istria a organizzare la propaganda antitaliana. Si trattava di dimostrare alle autorità alleate che quelle terre erano jugoslave e non italiane. Certo che non era vero. Ma bisognava indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto” (Milovan Gilas)
**
“Il pregiudizio ideologico è curiosità pornografica” (Buttafuoco a “La Stampa”, intervistato dalla Zucconi, qualche anno fa)
“La luna è tramontata” (“The Moon is Down”, 1942), è il romanzo della sofferenza di un popolo e di una nazione occupata, in tempo di guerra. Steinbeck sembra non voler dare riferimenti precisi, per suggerire quanto esemplare possa essere la vicenda narrata. Si direbbe tuttavia che si sia dalle parti della Scandinavia, magari in Norvegia, e che gli invasori siano i nazisti tedeschi.
Commenti recenti
8 ore 2 min fa
8 ore 57 min fa
9 ore 6 min fa
9 ore 13 min fa
9 ore 21 min fa
9 ore 22 min fa
13 ore 15 min fa
13 ore 17 min fa
14 ore 54 min fa
14 ore 55 min fa