Erri De Luca rifiuta l'appellativo di autore, non inventa storie, non lavora di fantasia, semplicemente racconta esperienze di vita. Nell'ultimo romanzo “I pesci non chiudono gli occhi” riconvoca intorno a sé il passato remoto dei suoi dieci anni, perché torni presente per lo spazio di poco più di cento pagine. L'uomo di oggi guarda al bambino di allora dalla distanza esatta di mezzo secolo e descrive l'ansia di crescere di un ragazzino che, finite le elementari con un anno di anticipo, supera l'età ad una sola cifra e avverte dentro di sé il cambiamento di chi non conosceva le lacrime e, invece, finisce col soffrire di una “dissenteria degli occhi”, che gli scuote il petto.
Un libriccino sepolto ormai nella polvere del tempo: bellissimo perché lucido nella sua sostanza ideologica e soprattutto perché essenziale.
Scrive l’autore nella prefazione: Queste pagine, svolgendo rapidi appunti, - stenografia di vicende e pensieri più che di spiegate parole -, furono scritte dal 18 al 25 settembre del 1943.
Dunque giorni terribili per il nostro paese, dove la poca preparazione per l’improvviso armistizio e lo smarrimento, soprattutto dei militari, aumentò vertiginosamente la paura del domani.
Nella sciagura di un paese costretto a un armistizio disperato, di un popolo che non poteva più né fare la guerra né fare la pace, è possibile ancora cantare?
Tenuta a battesimo da Mino Maccari nelle stanze del “Mondo” di Pannunzio, “L'Italia dei poveri” è un'appassionata raccolta di racconti-inchiesta firmati dal giornalista salernitano Giovanni Russo. Si tratta di scritti composti tra 1950 e 1957, senza pensare ad una futura pubblicazione in volume: sono pagine che erano rimaste, tendenzialmente, al di fuori dell'articolo commissionato dal giornale o dalla rivista.
“Dove abitiamo c’è poco, c’è sempre stato poco. Ci avevano promesso che col tempo le cose sarebbero cambiate, che questo era solo l’inizio, che in seguito avrebbero fatto scuole, biblioteche, prati curati e recintati, un cinema. Persino un cinema, ci avevano detto. Sono anni che abitiamo qui e quello che c’è è quello che c’è sempre stato: cemento, tanto cemento, un supermercato e un campo da basket, che poi a basket non ci gioca nessuno, a parte gli indigeni e solo di domenica.” (pag.8)
Carnale, la scrittura di Carmela Cammarata attraversa il passato di Nanà come una ferita. Incisa con la profondità che solo “I santi padri” sanno. Quegli uomini che sono fulcro di un dolore inconsolabile e che pure lontani riescono a far male. Il nonno ubriaco, il genitore assente, il padre dei propri figli poi scopertosi omosessuale...
Le storie d'amore si portano sempre dentro qualcosa di patetico. Soprattutto quando sono sbagliate, inconsistenti, ambigue, radicate in mere apparenze o appoggiate alla pura paura di lasciarsi per non ritrovarsi soli. E la storia d'amore della protagonista de "Il mare sospeso" (di cui mai viene specificato il nome) rientra nel genere. E' accanto a Tiziano da sei anni ed accetta da lui di tutto e di peggio: finzioni, menzogne, assenze, dimenticanze, superficialità, immaturità e paure. Tiziano è, come nel più ripetitivo dei luoghi comuni relativi al maschio medio ultraquarantenne, l'eterno viziato ed irresponsabile, terrorizzato dall'idea di interrompere la sua relazione precedente (che lascia opportunamente in sospeso).
Intervistiamo Marianna Sansone, fondatrice e coordinatrice del progetto Econote (www.econote.it). Un progetto che mi riguarda da vicino, dal momento che collaboro con il sito dal momento della sua nascita, quando era ancora un blog sulla piattaforma blogspot e un programma radiofonico di approfondimento sulla web radio dell’Ateneo Federico II di Napoli.
Si sorrideva sere fa per celia e per disappunto alla vista di due film in tv, giovanilistici per mercato e limiti, che disquisivano di crisi di mezza età e logoramento di sentimenti: Baciami ancora e l’impossibile universo mocciano di Scusa ma ti voglio sposare. Il sorriso nasceva dall’esproprio d’intelligenza della prima pellicola mentre il disappunto nasceva dalla natura paradossalmente ambigua della seconda: solo un omosessuale represso come Moccia può avere un’idea siffatta di idilliaci sentimenti, quelli tra un uomo e una donna, senza che vi sia assolutamente confronto con la realtà.
“La cartina che mi accompagna dall’inizio del viaggio non indica più la direzione. Al contrario, me ne devo disfare al più presto e lasciare la strada tracciata da altri. Un azzardo che presta il fianco agli attacchi bipartisan di una certa critica e degli ex nappisti. La prima, pronta a stroncare una ricostruzione non conforme alla vulgata imperante. I secondi dubbiosi di fronte a una visione niente affatto accomodante. C’è un pericolo, tuttavia. Ascoltare le disavventure di un giocatore vissute in nome della febbre che lo attanaglia può risultare affascinante. Fin troppo facile giustificare bonariamente, quando non provare una simpatia istintiva.
I racconti, in Italia, sono difficili da collocare. Pare che non vendano, e che gli editori storcano il naso di fronte alla forma breve. Eppure, alcune delle cose migliori scritte in Italia in questi ultimi tempi, sono in forma di novella. Oggi voglio parlarvi di una giovane scrittrice napoletana, Giusi Marchetta, che ho anche avuto il piacere di conoscere di persona.
L’Ortese confessò che nel periodo in cui scrisse Il mare non bagna Napoli era preda di nevrosi, per la quale scoprì causa solo dopo: la metafisica. Che per molti è parola-grilletto e che spesso ha capacità di spiazzamento e di frantumare il presente.
Presuntuosamente mi andrebbe di suggerire un mode d’emploi per la lettura del libro. Innanzi tutto fare a meno della post-fazione di Monica Farnetti, e non perché sia inutile (anzi), o fuorviante (anzi) o sbagliata (anzi), o imprecisa (anzi). Andrebbe ignorata perché nulla toglie o aggiunge alla cristallina bellezza di Mistero doloroso: è solo un percorso in più e allestita per quelli che all’arte preferiscono le suggestioni biografiche.
C’è stato fatto un dono: quello del ritrovamento di 27 cartelle scovate nel materiale che la Ortese ha lasciato dopo la sua morte. Dono che conferma, ma non ne avevamo bisogno, la grandezza spropositata di una scrittrice che non ha eguali non solo in Italia, ma nel mondo intero.
“Una volta si soffriva la fame, la tortura, i patimenti più terribili, si uccideva e si moriva, si soffriva e si faceva soffrire, per salvare l'anima, per salvare la propria anima e quella degli altri. Si era capaci di tutte le grandezze e di tutte le infamie, per salvare l'anima. Non la propria anima soltanto, ma anche quella degli altri. Oggi si soffre e si fa soffrire, si uccide e si muore, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle.[...]. Tutto il resto non conta. Si è eroi per una ben povera cosa, oggi! Per una brutta cosa. La pelle umana è una cosa brutta. Guardate. È una cosa schifosa.
Provocatorio, coprolalico, torrenziale e satirico, sconnesso e prepotente, Hanno tutti ragione (Feltrinelli, 320 pp., euro 18) è l'esordio letterario del regista Paolo Sorrentino, partenopeo classe 1970, padre del divertissement anti-andreottiano e tarantiniano Il Divo e dell'elegiaco Le conseguenze dell'amore. Penalizzato
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