L'ultimo libro di Renzo Rosso, “Un passato intenso. 36 anni in RAI” (Azimut, 2007) è un memoir fragile e semplice, scritto da un artista ormai ottantenne ma ancora lucido: abbastanza lucido da ricordare tutta una serie di episodi, e di persone, importanti nella sua vita e nella vita culturale e politica della nazione. Lettura sicuramente importante per studiosi e aficionado, giuliani e non.
“L'italiano non ha paura / della legge di natura / e talvolta, anzi, corregge / la natura della legge” (“Benedetti italiani”, p. 153): dimenticate l'orgoglio patriottico localissimo dei “Maledetti toscani”, dimenticate quanta ostilità e quanto sarcasmo si nascondeva in quelle righe nei confronti di tutti quei cittadini che non fossero toscani; dimenticatelo, ché Malaparte ha giocato un'altra volta al gioco del contradditorio, all'amplificazione parossistica della doppiezza, al gusto di avere stile nell'essere prima guelfo e poi ghibelllino.
Raccolta di dodici racconti, originariamente apparsi per Mondadori nel 1950, ambientati tendenzialmente tra la Nofi (Nocera Inferiore) e i vicoli di Napoli tanto cari all'artista, “Gesù fate luce” è un quaderno di prose caratterizzato da una scrittura carica, spumeggiante e ludica, innervata da uno spirito popolano e popolare irriducibile, facile preda di adattamenti teatrali per sketch o piccoli sceneggiati fondati sulla segreta (manco troppo, non sempre) essenza di Napoli, e sull'incredibile capacità campana di sopportare e rovesciare la miseria, le sofferenze e le sfortune. A distanza di sessant'anni, lo stile di Rea è decisamente e incredibilmente fresco, vivace e solare.
"Omero e altri uomini illustri" nasce da una raccolta di otto racconti, storie diverse tra loro, ma legate da una comune attenzione alla vita e alla realtà. Il Libro, premio Iceberg 2009, è breve, veloce, scorrevole, senza essere leggero. Ad ogni parola sembra corrispondere una serie di situazioni visive, emozioni e contesti culturali ben dettagliati. L'autore si prodiga in una prosa ai limiti dell'ipertestualità narrativa, con continui riferimenti e similitudini. Non sbaglio, credo, se lo definisco un piccolo prontuario di epica anti-eroica contemporanea.
Napoli, 11 settembre 2001. Andrej Longo racconta la tragedia delle Torri Gemelle da una prospettiva piccolo borghese o proletaria partenopea, assemblando una serie di storie legate in maniera tendenzialmente marginale a quanto sta accadendo oltreoceano; ne deriva uno spaccato antropologico ed esistenzialista della Napoli contemporanea, una sorta di mostra di acquerelli dipinti en plein air per raccontare la storia del popolo della sua città a cavallo tra un secolo e l'altro, nel giorno in cui l'Occidente ha vacillato per la ferita della nazione più potente e ricca del mondo.
Cristina Zagaria è una giornalista di cronaca nera che ha lavorato nelle redazioni di Bologna, Bari, Roma, Milano e Napoli. Il suo stile è freddo, asciutto, distaccato, tipico di una buona cronista abituata a raccontare fatti e a non esprimere opinioni. Nella sua scrittura si nota il taglio secco e incisivo dell’inchiesta giornalistica, ma non per questo rinuncia a un’efficace descrizione di caratteri e personaggi. Perché no è un racconto napoletano sulla delinquenza minorile, ispirato a una storia vera, ma narrato in forma letteraria, seguendo le vicende dei protagonisti. Il personaggio principale è Adriana, una maestra elementare che vive per la scuola e conduce una povera esistenza.
“Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di scrivere che quello è il periodo più bello della vita...” scrive Paul Nizan cominciando 'Aden Arabia'. Per chi aveva all'incirca vent'anni e, agli inizi degli anni Sessanta, si affacciava nel mondo delle arti e delle lettere, a Napoli, disperazione ed euforia, voglia di fuggire e decisione di restare nonostante tutto, si alternavano in maniera continua, determinando una situazione psicologica del tutto particolare (...)” (Piemontese, “Fantasmi vesuviani”, p. 65)
Ave vini color clari, ave sapor sine pari
“Purtroppo lottiamo in Italia non solamente contro alcune necessità, vere e presunte; ma contro il modernismo rozzo, il gusto della distruzione, la volgarità presuntuosa e volontaria. Vi è chi distrugge il bello per sentirsi meglio e per mettere il mondo in armonia con se medesimo; ognuno ritrova la pace della coscienza come può” (PIOVENE, “Viaggio in Italia”, 1953-1956. In “Bergamo”, p. 159 edizione Baldini Dalai, Milano 2003)
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Nato in risposta ad una “lettera di una persona giovane che chiede notizie circa la propria spinta a scrivere”, l'ultimo di Erri De Luca è un libretto esile, ma dovrebbe bruciare come uno schiaffo in viso ai grafomani del nostro tempo. Poche pagine scarne, affidate alla Dante & Descartes, libreria e piccola casa editrice come vuole la tradizione partenopea. Pochi fogli in carta porosa ad inaugurare una nuova collana intitolata “Accapo”, come l'inizio ennesimo di uno scrivere che profuma ancora d'inchiostro e segna il bianco dandogli un verso con le sue righe.
Odori, rumori, colori, sapori: sensazioni che trapassano le pagine e raggiungono chi legge. C’è tutta la lucentezza di Napoli, tutto il bagliore del suo cielo e il caotico formicolio dei vicoli, del porto, delle piazze con gli odori dei mercati, del pesce, della frutta e della gente. Un quadro complesso e vertiginoso come le opere pittoriche del settecento. Perché è proprio nel settecento napoletano che Striano ci conduce, accanto alla figura di Eleonora Pimentel Fonseca, detta Lenòr. Nobildonna di origini portoghesi giunta in Italia da bambina, assieme alla sua famiglia; approdata a Napoli dopo un brevissimo soggiorno romano.
In tascabile, sette euro soltanto, un'iniezione di male, di cattiveria e di personalità; in due dosi. Si tratta dei primi due romanzi di Angelo Petrella, artista napoletano classe 1978: ecco “Napoli nera” (Meridiano Zero, 2009), composto da “Cane rabbioso” (2006) e “Nazi paradise” (2007).
La prima cosa che ti colpisce è la copertina. Immagine particolarmente indovinata, quella scelta per rappresentare la Pop Life di Massimiliano Palmese: una bocca, due labbra e un rossetto ricopertie di palline colorate, emblema della vita carica di eccessi e provocatoria raccontata dall’autore napoletano, al suo secondo romanzo dopo il best seller (e finalista al premio Strega 2006) L’amante proibita.
Gennaro Della Volpe – meglio conosciuto come Raiss, o Raiz – è stato, per più di un decennio, il cantante ed il leader indiscusso degli Almamegretta: una voce inconfondibile ed emozionante, appassionata e calda, che evoca sonorità mediterranee e arabe, uno dei pochi artisti, nel panorama musicale italiano, che può vantare duetti e collaborazioni con personaggi del calibro di Tricky e band come Massive attack e Asian Dub Foundation.
Parli degli Almamegretta e pensi subito al nomadismo, ad anime migranti pronte a penetrare nelle sonorità del mondo e a farsi attraversare, fiduciose e impazienti, dai ritmi e dalle melodie raccolte negli angoli più nascosti del globo terrestre.
Pensi a Napoli, al sole caldo e al mare schiumoso, ai vicoli ombrosi e al Vesuvio dormiente, ma non solo a questo; nella tua mente balenano improvvise immagini di luoghi ignoti e terre lontane, dall’Africa all’India, passando per Bristol, Manchester e Seattle; immagini una sorta di empatia costruttiva tra culture distanti chilometri, percepisci la profonda fusione di stili e influenze musicali maturata in maniera autonoma e personale.
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