White Rose Movement

Kick

White Rose Movement
Era un pomeriggio, poco prima di Giugno. Si parlava di musica con Daniele, di nuove band. I soliti discorsi che fai in sala prove tra una canzone e l’altra, tra una sigaretta, due risate e un bicchiere di succo d’uva.
 
Ad un certo punto sento: ”White Rose Movement, Fà. Li hai mai sentiti?”.
No. MAI!
Incuriosito e sicuro del consiglio di Daniele mi precipito il giorno dopo dal “Bisonte” (proprietario del negozio “Pink Moon” a Roma) e gli faccio:”White Rose movement, ti dice qualcosa?”. “No, cerco un attimo in rete”. Well, su questo gruppo notizie ce ne sono poche e il Bisonte mi dice di ripassare dopo qualche giorno per dargli il tempo di fare una profonda ricerca.
 
Ammetto che non sono riuscito ad aspettare e ho cercato da qualche altra parte ma senza avere fortuna. Non mi rimaneva che il mulo (si può dire?).
Fatto sta che ho “Kick” tra le mani. E mi accorgo subito che si tratta di un gran disco.
 
Scopro dopo varie ricerche che il disco è introvabile (infatti l’originale ancora non è in mio possesso, non si trova neanche dalla stessa etichetta, Independiente. Probabilmente è in ristampa o qualcosa del genere).
Scopro, piano piano, altre notizie di loro.
Proveniente da Norfolk nei pressi di Londra, questo quintetto è da inquadrare in quella che ormai è una vera è propria ondata revival new wave anni ’80.
 
 
 

I WRM miscelano il loro sound prendendo l’oscurità dei Joy division, la parte dance dei Duran Duran, la vocalità (per lunghi tratti) di Robert Smith dei Cure, i sintetizzatori dei Depeche Mode, creando con gusto canzoni di alto livello compositivo e d’impatto. Una piacevole sorpresa sonora. Accattivante e suonato bene:”Kick”, probabilmente non ha avuto il giusto riconoscimento per la poca distribuzione.(Difficile trovare in giro recensioni sul disco, cosa strana, visto che questo disco merita davvero ed è uscito verso Marzo).

L’incipt gustoso è proprio la canzone che da il titolo all’album.

“Kick”  si muove tra cassa in 4 e un basso sferragliante e slabbrato, sintetizzatori e tastieroni “assassini” che sono la vera e propria colonna portante melodica del pezzo. Particolare la voce di Finn Vine che viene spesso accompagnata da quella della Tastierista TaXXi. Viene subito all’orecchio la predisposizione “danzereccia” della band. Incanta l’apertura vocale sui ritornelli. E l’ossessivo canto delle tastiere sul finale e in generale durante tutto il pezzo.

Segue poi un trittico dal potenziale incendiario. Tutte e tre possibili singoli riempipista. Si parte con “Girls in the back”. Che ha un intro che ricorda, vocalmente, Jarvis Cocker dei Pulp. Una strofa molto spigolosa e un ritornello strappamutande decisamente in linea con lo “style” del gruppo. Sempre molto presenti le tastiere di Taxxi che sono ancora vincenti. Decisamente belle le chitarre e il basso, molto “pompato” è ben suonato. In generale tutte le linee di basso del disco sono molto accattivanti.
Entro poi in “Love is a number” che, cribbio, fa ballare da subito.
Esplosivo e trascinante a dir poco il basso si appoggia ad un graffio di  elettronica che balla con la batteria che corre veloce come il canto. Il tutto è una gran figata compreso il ritornello in falsetto di Vine.
Subito il “motivetto” del pezzo entra in testa.
Compatta scorre via.
 
Accogliendo l’intro devastante di “Alsatian”  con il basso sgangherato di Owen Dyke che si scontra, forte, con la batteria e con le solita spolverate di synth, creando un bel muro.
La strofa si muove solo su un’unica nota come un treno. Si blocca e riparte.
Il basso è la colonna portante, è una spada distorta che si insinua tra il canto delle tastiere e le chitarre che sono lontane sulle strofe e poi molto presenti sui ritornelli. Forse questa traccia è la più sfiziosa del trittico appena citato, per potenza e struttura e per le continue chicche sparse, in bello stile. Segue un lievissimo calo con le 3 canzoni successive.
 
“London’s mine” ripercorre, onesta, la stessa strada del primo brano.
Ma con meno impeto. Certo parliamo sempre di canzoni sopra la media ma che non incidono come le precedenti.
Bello l’intro synt e cassa. Questa volta il basso è più nascosto (sarà per questo che c’è meno potenza e sostanza?)
Di buon gusto il coro elettronico che canta insieme alla voce sui ritornelli.
Un po’ pallosa la parte centrale prima del finale.
 
“Pig heil jam”  segue sulle stessa cadenza e frequenza sonora la traccia precedente. Questa volta l’arrangiamento elettronico ricorda i Soft Cell di Mark Almond. Taxxi canta, sensuale e algida, sul primo ritornello. Accattivante e sfizioso il primo strumentale. La seconda strofa è bella carica di chitarra che lancia anora il ritornello e il finale bello tirato e distorto.
 
“Idiot Drugs” entra tranquilla. Elettronica e distante. Poi il canto quasi schizoide di Vine ed un grandioso ed esplosivo Ritmo basso/batteria incendiano la canzone. Poderosa la canzone si perde un po’ in mezzo per poi riesplodere decisamente bene nel finale caotico e saturo di suoni e di voci.
 
Si entra nella fase finale del disco che è davvero ottimo.
 
“Deborah Carne”  
Entra fascinosa e ammiccante ballando tra le bellissime voci dei sintetizzatori, il canto di Vinn sempre più convincente e un basso enorme che s’incastra perfettamente con la batteria.
Sinceramente, una delle mie tracce preferite. Forse la più riflessiva, quella che capisci dopo qualche ascolto in più.
Bellissimi tutti gli arrangiamenti, in particolare quelli che riguardano tutte le tastiere e l’elettronica. Mi piace anche sottolineare le linee di chitarra di Jasper Milton che sono sempre abbastanza nascoste ma che regalano al sound qualcosa di davvero notevole.
 
E’ il momento di “Testcard” e appena entra mi ricordo dei Duran Duran. Di quante canzoni sono state disprezzate e quanto il loro sound sia stato sottovalutato.
Probabilmente questa canzone potrebbe essere accostata o pensata come il lato indie dei DD o qualcosa di davvero molto vicino.
Il basso è una lama tagliente che s’intreccia perfettamente con la voce e la tastiera. E la batteria è muro che non si può valicare. Il ritornello e pane per i denti degli ascoltatori che come me sono rimasti immersi negli anni ’80.
La miglior canzone del disco? Probabilmente si.
Perché è fascino allo stato puro quello che è si muove all’interno della melodia e del ritmo - tutto è fatto come gli dei del rock comandano – Perfezione musicale.
 
“Speed”  
Questa volta il riff portante se lo gioca la chitarra graffiante alla Joy Division.
Sopra un tappetone ritmico di basso e bella batteria.
Micidiali gli inserti di synth prima dei ritornelli che sono pregni di suono, di molecole musicali ottime.
Un altro pezzo di un certo livello, fatto con gusto.
(La voce sulle strofe ricorda quella di David Bowie come timbrica, non credo che sia quella di Vinn, quando avrò il cd lo scoprirò?).
 
 
“Cruelia” chiude, bene, questo cd.
E’ un’altra strizzatina d’occhio ai DD.
È una cavalcata di batteria, di charleston, cassa e rullante. Subito dopo il motivetto vocale. Poi chitarra, basso, tastiere.
Il ritornello è un altro bel martellone gigantesco che scassa in testa fin dal primo momento. Tutto il pezzo è “pompato” e d’impatto. Ma il ritornello spacca, ecco, più di ogni altra cosa. Discretamente incendiato il finale.
Poi silenzio per qualche minuto.
Ghost Track dilatata, lenta avvolta di fumo e chitarre, di sinuose onde sintetiche. D’intimo sparsa, procede ogni tanto esplodendo copiosa e malata.
Una sorta di saluto. Sperando di non perdere questa vena creativa che li accompagna. Sarebbe peccato. Io intanto vi aspetto a Roma il 16 Novembre. So già che mi divertirò a “palla”.
 
Daje, spaccate!
 
 
White Rose Movement sono:
Jasper Milton (guitar)
Finn Vine (vocals/guitar)
Taxxi (keyboards)
Owen Dyke (bass)
Ed Harper (drums)
 
 
 
Discografia essenziale e Brevi note:
 
Kick (Independiente, 2006)
 
Il nome White Rose Movement è un omaggio ad una movimento studentesco di resistenza attivo nella Germania nazista, anche se sono legati al colore bianco perché hanno fatto gli imbianchini per portare avanti la band.
Sono stati scovati e prodotti da Paul Epworth che ha tra le mani gente come Bloc Party, The Futureheads e Babyshambles per citare qualche gruppo - e scusate se è poco.
 
Approfondimenti in rete:
 
 
 
Mele Fabio, Settembre 2006
ISBN/EAN: 
0000000000

Commenti

che libidine. Spetta che riparto da capo e me la rileggo subito subito...

Schiaccio play e riparto:)

ok ok one twooo....

Mia tracklist.

Deborah Carne > scrivi giustamente: "Entra fascinosa e ammiccante ballando tra le bellissime voci dei sintetizzatori, il canto di Vinn sempre più convincente e un basso enorme che s?incastra perfettamente con la batteria. Sinceramente, una delle mie tracce preferite. Forse la più riflessiva, quella che capisci dopo qualche ascolto in più".

Girls in the back > che davvero t'entra in testa e non se ne va, ha qualcosa di fastidiosamente pop fico;).

Speed. E ancora grazie per il dono, e per la speciale presentazione. In stile Caraffa. Alla grande.

ci pensi al circolo che figata Frà.. sarà un seratone "spaccante" !! :)

E grazie, mi sono accorto che ti sei accorto di qualche mia svista di battitura ;D

Quest'anno il Circolo potrebbe rivelarsi sempre più spaccante e fico:). Andiamo a vederci i Veils, il 20? Così ti offro un succo d'amarena, e stiamo bene così. Oh, se ti va, eh?
*
ok, oook....one, twoo..

Alla tua track list aggiung Love is a number che è grandiosamente danzereccia e la ghost track.. ;)

hai visto anche il 19 ? ce lo vogliamo perdere, in quel caso ti offro un the al limone, tranquillo ;)

Love is a Number, vero. Ha un suo perché. Andrebbe ascoltata sulla Roma-Civitavecchia, sulla strada per il mare, col tetto giù e il vento in faccia. Tocca cambiare macchina, nel 2007:)

Erlend Oye a 5 euro? Vuol dire che mi porto pure una borraccia di menta, dai, così sballiamo.:)

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