Prima: Venezia, Teatro La Fenice, 11 marzo 1851
Personaggi: Il Duca di Mantova (tenore), Rigoletto, buffone di Corte (baritono), Gilda, figlia di Rigoletto (soprano), Sparafucil (basso), Maddalena, sorella di Sparafucil (contralto), Giovanna, custode di Gilda (mezzo-soprano), Il Conte di Monterone (baritono), Marullo, cortigiano (baritono), Borsa, cortigiano (tenore) Il Conte di Ceprano (basso), La Contessa di Ceprano (mezzo-soprano), Usciere di Corte (basso), Paggio della Duchessa (mezzo-soprano).
Epoca: XVI secolo.
(Tito Gobbi)
Diamo subito uno sguardo al primo Atto.
Il preludio che ha il compito di accompagnare lo spettatore all’interno dell’opera è soave e maestoso, protettore del profondo senso dell’intera vicenda. Atto primo: è la grande corte di Mantova, graziose dame danzano con allegri compagni, in uno sfarzo di colori accesi, complementari e scintillanti, tra calici e risolini. In alto, una balconata, ragazze scappano fingendo ingenuità, barbuti cortigiani le van dietro: il Duca fa il suo ingresso in scena. Sin da ora l’indole del Duca è chiara: è un libertino, un frivolo che sguazza nella superficialità della sua corte. I suoi brani sono essenziali, ripetitivi, con “Questa o quella per me pari sono” la sua volontà è dichiarata.
De' mariti il geloso furore,
degli amanti le smanie derido
anco d'Argo i cent'occhi disfido
se mi punge una qualche beltà
Deride amanti e mariti, lui. Il Conte di Ceprano ne farà le spese proprio ora, costretto a vedere ballare la propria sposa col despota libertino. Ad allontanare il clima festoso dal limite della decenza è il personaggio eponimo della tragedia verdiana: il gobbo, il buffone di corte: Rigoletto.
Scena terza: la sua entrata è degna del giullare, una sola domanda di goliardico vigore: “In testa che avete, signor di Ceprano?”. “Ei sbuffa, vedete?” ghigna Rigoletto, davanti al furore del marito geloso. Un altro personaggio si aggiunge presto alla confusione cortigiana, è Marullo: personaggio cardine, scena portante per lo svolgersi della narrazione. Marullo porta una grande notizia: Rigoletto ha un’amante. Mentre il Duca si prende cura della contessa, il marito rassegnato e i cortigiani attorniano Marullo, vinti dalla curiosità e desiderosi di sfogarsi su chi vive deridendo il prossimo. La malignità del loro umorismo è sintomatica quando, avvertiti di una gran nuova sul buffone, in coro chiedono “Perduto ha la gobba? non è più difforme?”. La voce è già diffusa: è stata avvistata una donna nella sua dimora. Grasse risate collettive.
L’andazzo è insomma delineato: il Duca concupisce le cortigiane davanti a tutti, i mariti tacciono, il giullare sfotte. E la corte ride.
Ma il ritmo viene arrestato di colpo dall’entrata in scena di Monterone. Che nella ricerca di vendetta dà inizio al compimento della tragedia. Maledizione e vendetta sono in questo caso parole inscindibili e dominanti. Sembra la personificazione della morte. In realtà è solo un padre che chiede giustizia. La figlia è stata violata dal Duca ed ora, lui, è agli arresti per cospirazione.
Rigoletto dapprima ne ride: invece l’ironia maligna verrà punita “E tu serpente che d’un padre ridi al dolore… Sii maledetto!”. Il preludio narrativo termina qua. Se musicalmente questo cede il posto al primo atto, in realtà l’incipit è appena concluso: d’ora in poi può verificarsi la tragedia.
(Enrico Caruso)
Il cambio di scena è dunque decisivo. Rigoletto sembra rimasto solo a contemplare il silenzio, trema all’idea di esser stato maledetto. Sua unica preoccupazione è la salvezza di sua figlia Gilda che tiene nascosta in casa, per paura che possa cadere vittima del Duca. Ed è proprio recandosi dalla sua diletta che il buffone farà la conoscenza di Sparafucil, un assassino che gli offre un aiuto non richiesto. Tra gli staccati dei fiati e i colpi degli archi emerge la melodia di un violoncello seguita da un contrabbasso: sembra calare la tenebra. Rigoletto congeda Sparafucil e si abbandona ad un lungo, profondo assolo. “Pari siamo”:
Io la lingua, egli ha il pugnale.
L’uomo son io che ride, ei quel che spegne!
E ancora
O rabbia! esser difforme, esser buffone!
Non dover, non poter altro che ridere!
Ecco l’altra faccia del buffone. Invidia per chi non è costretto a divertire, verso chi può ciò che gli è negato: piangere. Si scopre un uomo timorato, oppresso da un fato che l’ha reso storpio e iniquo. Vale la pena sottolineare un verso con cui Piave spiega tante cose:
“Se iniquo son, per cagion vostra è solo...”. Emergono: astio verso la vita, verso i cortigiani a cui egli esplicitamente fa riferimento, ma vien fuori anche un elemento sopito che lo stesso Rigoletto ignora di sé… Un egoismo spaventoso: la colpa della propria iniquità, perfidia, è anche (de)merito suo. Un altro passo in cui l’egoismo diviene manifesto è proprio qualche scena avanti: i cortigiani raggiungono la sua dimora per rapire Gilda, sua figlia, ma lo traggono in inganno sostenendo che sarà un’altra donna la loro vittima. Lui sorride e dà loro una mano. Finché le donne da violare e rapire son altre tutto va bene, ma che non gli si tocchi la figlia.
Il suo lamento è di pura rabbia. Con essa la musica prosegue sicura perché unica vera compagna. Il monologo si esaurisce sull’acuto della parola “follia” che si intreccia con un inaspettato allegro dell’intera orchestra coronato dal tenero trasportato abbraccio fra Gilda ed il suo gobbo genitore. Prende vita un sublime duetto che alterna allegri e moderati, affanno e concitazione sfiorano la melodia nostalgica che il Rigoletto pare carezzare. Oboe e violino le loro voci. Il caro padre abbandona la scena rassicurandosi sul destino della figlia, un fiore puro ed immacolato. Eppure quando Gilda rimane sola con Giovanna, sua tutrice, si abbandona ad un’enfatica confessione: “Giovanna ho dei rimorsi”, è innamorata di un giovane che frequenta di nascosto. Per quanto Gilda può essere considerata il puro fiore dell’opera – e forse l’unica scevra di egoismo – essa commette un’infrazione alla fede dell’anziano padre. Il duca di Mantova si è infatti presentato alla giovane come un povero studente, conquistando presto il cuore della vergine fanciulla. I due con la complicità di Giovanna si incontrano e con l’addio finale “Addio, addio speranza ed anima” si raggiunge probabilmente uno dei pezzi più passionali dell’opera, in nome di abbracci speranzosi e promesse di rincontri.
Segue allora il prestigioso “Caro nome” dove lo spezzare delle parole sembra rievocare i battiti del cuore d’un agognato primo amore. Intanto Rigoletto mentre rincasa incontra Marullo e gli altri cortigiani. È qui che Rigoletto viene tratto in inganno: si offre di partecipare al rapimento della Contessa di Ceprano mentre i cortigiani, avendolo bendato, possono in tutta tranquillità rapire Gilda… la figlia del buffone scambiata per l’amante. Qua l’opera vanta una rilevante parte corale, “Zitti zitti muoviamo vendetta” delineata da un marcato allegro, che nel finale dell’atto si ritira nell’ombra per lasciare all’orchestra il malaugurato compito di annunciare al Rigoletto la disperata verità. “Ah, la maledizione!”

(Robert Merrill)
Il secondo atto vede il Duca di Mantova piangere la scomparsa della sua bella.
Ancora una volta il Duca ad aprire la scena, in pensiero per la sorte della sua bella Gilda. Il suo timore è presto placato: arrivano i cortigiani animati da goliardiche risate, gli annunciano il rapimento dell’amante di Rigoletto. Il Duca si accorge presto dell’equivoco e, scoperto dove essi l’hanno nascosta, vola da lei. Le sue intenzioni, che finora parevano guidate da un sincero affetto si rivelano per quel che sono: cinici impulsi della carne.
Proprio ora è Rigoletto, che simulando noncuranza s’aggira per il palazzo sotto gli occhi schernitori dei cortigiani. Della sua Gilda non c’è traccia. Staccati di archi ne accompagnano i passi inquieti. Un recitativo spezza l’aria, che a sua volta sembra tentare l’inganno armata di una sublime melodia, ma la rabbia domina. Un paggio parla e la verità non è più segreta: Gilda è col Duca. La furia del buffone padroneggia l’aria “Cortigiani vil razza dannata”, in cui ingiurie e ire si espandono in ogni direzione: corre verso la porta ma è chiusa: il buffone si abbandona al pianto.
Gilda viene liberata e si confessa: è stata violata. Il padre giura vendetta.
Se il primo Atto è diviso idealmente in due parti (la presentazione dei personaggi, la cui psicologia è già delineata nelle note più che nei versi che cantano e il rapimento) l’Atto secondo è ambientato solo nella corte: simbolo della divisione tra il mondo del Duca (ciò che è concesso) e di Rigoletto (ciò che è negato) è la porta che separa la sala col buffone disperato dalla stanza da letto in cui si compie il misfatto. La porta che si apre per il Duca, il quale troverà la fanciulla rapita, è la stessa che rimane ben serrata (rafforzata da un muro di cortigiani) quando il povero padre scopre ciò che accade.
Da un lato il Duca affranto perché ha perso la propria amata e ne invoca il ritorno (ma verranno i cortigiani a spiegargli tutto e, quasi, a donargliela), al lato opposto il Rigoletto che sa e non riesce ad impedire l’avverarsi della maledizione. Se con l’aria “parmi veder le lagrime” sembra che il Duca non sia del tutto disonesto, ma che stavolta sia davvero innamorato della giovane Gilda, nei fatti si dimostra spaventevolmente ipocrita. Al punto da mutare di colpo: se il Rigoletto nasconde la propria colpa nell’essere malvagio, così il Duca si autoconvince di innamorarsi e spende le più dolci arie in attesa del ritorno dell’amata. Bastano pochi istanti e sfogherà tutto il turpiloquio mai confessato in un volgare stupro. Di cui però non vediamo niente perché avviene al di là della porta chiusa.
Se “Cortigiani vil razza dannata” è l’apogeo della rabbia del buffone coi cortigiani in praesentia, “Vendetta, tremenda vendetta” lo è con la corte in absentia: l’ira del buffone prima e dopo il pianto, senza e poi con la figlia diletta: la minaccia di una rivalsa e poi la promessa di un futuro riscatto. Prima la potenza della mano (“questa man per voi fora cruenta”), dopo l’invocazione della potenza divina (“come fulmin scagliato da Dio / te colpire il buffone saprà”). Neanche a dirlo, uno dei momenti più sublimi dell’intero Rigoletto. E con quest’aria si chiude il secondo atto, tra il furore di un tradimento e il dolore di un padre.
Il terzo e ultimo atto si concede la celeberrima “Donna è mobile”: il Duca, che ha ormai scoperto ogni carta, trova alloggio presso una prostituta, ignaro che il fratello di questa è lo stesso Sparafucil che Rigoletto ha pagato per porre fine alla vicenda. Il Duca deve morire, insomma.
Rigoletto e Gilda aspettano fuori dalla locanda. Lei è ignara di tutto, il padre l’ha portata per darle un’ulteriore conferma di quanto il Duca sia farfallone e misogino. Il quartetto “Bella figlia dell’amore” ha per protagonisti: la prostituta Maddalena, è lei la figlia dell’amore, il Duca che la corteggia, il padre iroso e sua figlia Gilda affranta per l’iniquità dell’uomo che ama. Si parte da un duetto, poi si accodano le voci dei due ascoltatori con un evidente primeggiare di Gilda: è palese che Verdi sia a lei più legato, tanto da farla condurre, la voce del soprano risalta perché è l’unico frammento di purezza che brilla fra cotanta scelleratezza. Il fascino del Duca porta la situazione all’estremo, la prostituta non resiste e si infatua perdutamente dell’uomo: non può più ucciderlo, il fratello dapprima non è d’accordo, poi cede: il primo passante verrà giustiziato al posto del Duca.
Gilda sente tutto e si sacrifica. Tragico finale, il padre scopre che quel corpo morente non appartiene al suo nemico, bensì al suo bene più caro.
Il terzo atto si svolge quasi interamente in esterni e contiene numeri musicali corali con un numero di elementi che varia da uno a quattro, (“La donna è mobile” il solo Duca, “E l’ami?” due, “È amabile invero cotal giovinotto” tre, “Bella figlia dell’amore” quattro). I temi che si confrontano sono: l’affermazione del potere del Duca, l’impotenza di Rigoletto, l’atto di Gilda a metà tra il martirio e il contravvenire al padre, ma c’è un nuovo elemento, ossia, l’orgoglio dell’assassino.
È infatti bizzarra la risposta di Sparafucil alla proposta della sorella, che suggerisce di uccidere Rigoletto.
Uccider quel gobbo, che diavol dicesti?
Un ladro son forse, son forse un bandito?
Qual altro cliente da me fu tradito?
Ovviamente l’ironia del personaggio è tutta dell’autore del testo, perché egli sembra serissimo. Poi, quando Gilda bussa alla porta spacciandosi per mendico e chiedendo asil per la notte, qualcosa cambia:
Ebbene son pronto, quell’uscio dischiudi
Più che altro gli scudi mi preme salvar.
Davvero non c’è più religione, pare dirci giocosamente Piave. Nemmeno la parola di un assassino vale più nulla, oggidì. Nel delirio di voci si compie la tragedia: Gilda è colpita a morte e posta in un sacco. Il finale vacilla tra il patetismo e un’estetica sublime del dolore.
Si ha la speranza, ce l’ha Rigoletto, che una giustizia esista. Si prova pena per la sua illusione.
Ora mi guarda, o mondo!
Quest'è un buffone, ed un potente è questo!
Ei sta sotto a' miei piedi!... è desso! è desso!
Eppure. Basta una musica in sottofondo per scoprire l’ennesima derisione. Il duca non è in quel sacco, sotto ai piedi del buffone. Sta alla locanda e canta ancora “La donna è mobile”.
Rigoletto crede sia una illusion notturna e così non è. Il suo volto è corrucciato, sconvolto, gli occhi sono deliranti, le fauci mostruosamente spalancate. Chi c’è dunque in quel sacco?
“Oh, mio bene solo in terra” sono le parole, strazianti, del gobbo.
Niente è andato secondo i suoi piani, non rimane che la sconfitta su ogni fronte. Il duetto finale, col primeggiare dell’ultima aria affidata a Gilda, è in balia di una tempesta: il suono del vento, mimato dalle voci maschili del coro, rende funesta la già funerea atmosfera. La purezza dell’atto sacrificale, un’espiazione di una colpa illegittima: quella di amare nonostante il fato e la mesta realtà, si scontra vincitrice contro il cocciuto egoismo del padre che perde il suo unico bene accusando lo stral di mia giusta vendetta: nonostante la perdita della figlia, ciò che di marcio è in lui, non si placa e certamente non scompare. Rimane convinto che la vendetta sia l’unico modo per riportare il passato al presente.
È quasi impossibile dunque immedesimarsi nel Rigoletto, così come del resto negli altri personaggi: se Verdi propende per Gilda, lo spettatore non può che tenere la giusta distanza da ognuno, immedesimandosi giustamente, e traendone gran profitto emotivo, soltanto dalla potenza e poesia della musica.
L’opera si conclude, tra tuoni e lampi, con la voce disperata del buffone che grida al cielo:
“Ah! La maledizione!”
Le luci si spengono e il sipario si chiude. Lo spettacolo è finito.
(Giuseppe Verdi)
Epicentro e Valevale, ottobre 2007.
Commenti
Franchi, non c'è verso di mettere le foto. Qualcosa non va, aspetterò un po'...
Intanto, l'esaltante "Vendetta, tremenda vendetta:
http://www.youtube.com/watch?v=FD4GL7coLbQ
La classica "Donna è mobile" con Pavarotti:
http://www.youtube.com/watch?v=8A3zetSuYRg
"Questa o quella"!
http://www.youtube.com/watch?v=qAJABqpecJk&
Qui eseguita da Pavarotti
http://www.youtube.com/watch?v=VkYK-klKSL4
"Bella figlia dell'amore"!
http://www.youtube.com/watch?v=DYRZOEzoOgQ
"Possente amor mi chiama" (notare quanto è in playback Pavarotti)
http://www.youtube.com/watch?v=BS-sXxdEjrA
Recensione monumentale, rara e preziosa, prestigio inestimabile addizionale al sito. Grande apertura:
“Il preludio che ha il compito di accompagnare lo spettatore all'interno dell'opera è soave e maestoso, protettore del profondo senso dell'intera vicenda. Atto primo: è la grande corte di Mantova, graziose dame danzano con allegri compagni, in uno sfarzo di colori accesi, complementari e scintillanti, tra calici e risolini. In alto, una balconata, ragazze scappano fingendo ingenuità, barbuti cortigiani le van dietro: il Duca fa il suo ingresso in scena. Sin da ora l'indole del Duca è chiara: è un libertino, un frivolo che sguazza nella superficialità della sua corte. I suoi brani sono essenziali, ripetitivi, con "Questa o quella per me pari sonoâ" la sua volontà è dichiarata.”
Splendida la forma delle immagini le quali sbocciano agli occhi la rese eccellente dei fenomeni. D’effetto.
Grazie ma, specie in quel passo, il merito è mio davvero solo in parte.
“Deride amanti e mariti, lui. Il Conte di Ceprano ne farà le spese proprio ora, costretto a vedere ballare la propria sposa col despota libertino. Ad allontanare il clima festoso dal limite della decenza è il personaggio eponimo della tragedia verdiana: il gobbo, il buffone di corte: Rigoletto.”
Strapotere che dipinge perfettamente un’ironia oggi ancora più crudele. L’ironia è crudeltà, azzarda Houellebeck, come echi di questo capolavoro. Lo schema dei poteri fa sì che noi, al di fuori, possiamo godercela dei drammi scenici. Rigoletto capriola sul palco e sopporta l’apparente facile, e oggi disprezzato, coraggio del buffone. Un “paria” che intoccabile rendeva il sacrificio della verità . E tutti se la ridono, amabilmente, nel gioco delle lacrime.
“Scena terza: la sua entrata è degna del giullare, una sola domanda di goliardico vigore: "In testa che avete, signor di Ceprano?". "Ei sbuffa, vedete?" ghigna Rigoletto, davanti al furore del marito geloso.”
Ahahahha, immortalato lo sberleffo vive!