IL FUTURO DEL ROCK ITALIANO
Il “Suicidio dei Samurai”, terzo album dei Verdena, è un disco magnetico e travolgente. C’è sempre qualcosa di oscuro e particolare in ogni album del gruppo bergamasco, a partire dall’esordio omonimo del 1999. E quest’album non fa eccezione. Le violente e l’ormai riconoscibile stile confermano la carica esplosiva di una rock-band ormai matura, che è riuscita a sviluppare un proprio sound in modo originale, unico nel panorama italiano attuale.
Il suono dell’ultimo disco dei Verdena è trascinante e impetuoso, con melodie e ritornelli che colpiscono violentemente allo stomaco e si ricollegano al fortunato esordio del 1999, più che al precedente lavoro "Solo un grande sasso“ (2001), più intimista e delicato. Dal punto di vista dei testi, invece, l’approccio della band matura notevolmente, intraprendendo una strada autonoma e insolita, con l’utilizzo di frasi brevi e incisive, sensazioni forti scritte di getto, metafore singolari e inconsuete, immagini visive surreali e intense.
La prima traccia dell’album, “Logorrea (esperti all’opera)”, si presenta subito come un canto d’agonia di disarmante bellezza. I violenti colpi di batteria, fiancheggiati dagli sussulti vocali di Alberto Ferrari, assalgono con prepotenza l’ascoltatore, lo avvolgono accompagnandolo per tutta la durata della canzone.
Questa traccia viscerale, fa comprendere subito che il terzetto (ora diventato quartetto, con l’aggiunta di Fidel Fogaroli alle pianole, mellotron e rhodes) non ha per nulla perso gli stimoli e la vena dei precedenti dischi, anzi si è perfezionato nella musica, aggressiva, irruente e sperimentale, e trova una unione magica e inaspettata con i testi.
I ragazzi di Valvonauta sono ormai dei musicisti maturi, una delle migliori rock-band italiane del momento, molto apprezzati sia dalla critica che dal pubblico.
La delicata chitarra che apre “Luna”, primo singolo tratto dall’album, trasporta l’ascoltatore in alto, tra le nuvole, per poi farlo precipitare in un vortice fatto di emozioni intense, ricche di pathos, attraverso la voce straziata di Alberto Ferrari: “Dipingimi distorto come un angelo anormale che cade / offendimi, se odiare è un crimine il prezzo è uguale e fa male / e vedo te, io e te, niente conta in fondo”.
La terza canzone, “Mina”, trionfo dell’irrazionalità e della perdita del controllo, è delicata e allo stesso tempo aggressiva nel testo e nella musica: “Oh mina ho perso il controllo / e dopo tutto non avrò che pioggia che cade con me / e getto le ultime molecole contro di te / e brucia con me l’aria, e brucia con me l’aria”. Le splendide chitarre si intrecciano grintose, la batteria esplode con furore nel delirio conclusivo.
“Balanite” è sospesa tra il fragore delle chitarre psichedeliche e disarmanti, la voce ingenua e malinconica di Alberto ed il lugubre ritmo della batteria, che ricorda quello di una processione funebre. Il testo incomprensibile affascina e incuriosisce: “Sono steso su un cielo-fan che opportunamente ho disteso per me / ora commentami un giorno come non lo hai fatto mai / io lo spero ancora, ancora”. Le urla finali si fanno portavoce della disperazione sonora, tra gli ultimi, distorti, assolo di chitarra.
È vibrante e violento, da subito, l’attacco rock di “Phantastica”, istintiva ed impulsiva, dal testo delirante, acuti isterici e instabile emotività: “Confronto le idee ed accendo le stelle/ c’è un cristo che sanguina / e ci guarda con rabbia / è come sai tu sei per me colpevole / quello che fai non crea più attenzione”. Allucinazione sonora allo stato puro.
“Elefante” è, sin dalle prime note, una lunga cavalcata di batteria, sulla quale si sviluppa un tappeto sonoro di chitarre psichedeliche. Il testo è visionario e inquietante: “Blu, l’impero è blu / È questo che mi manca e mi provoca / Più direi di più / della tua pelle in fumo che mi soffoca / Precipita la verità / è solo un po’ più debole”. Spiazzante e velocissima.
Delicata e romantica è “Glamodrama”, dalla melodia leggera e dalle sonorità particolarmente ispirate: tre minuti e mezzo, che sviluppano un lungo ricamo musicale di chitarra e batteria. Una canzone che emoziona sempre di più, ascolto dopo ascolto.
“Far fisa”, dal titolo enigmatico e dall’inizio rapido e deciso, stupisce per la sua facilità nel mescolare parole e musica in modo coinvolgente: “Le innocue verità / congelano le labbra / La gente lucida non pensa più a niente…”. Splendide atmosfere.
“17 tir nel cortile” è magica e onirica, alterna momenti di lucidità ad attimi di irrequieta follia. Il testo evoca immagini inquietanti e una perenne situazione di disagio esistenziale, mentre il finale lascia letteralmente senza fiato.
“40 secondi di niente”, sviluppa una distorta melodia, nevrotica e ossessiva, tra topi blu che ballano e folli incubi: “Qui non c’è più calma / settembre ci porterà via con se / è come una roccia che pende / avremo le stesse pretese / addosso a me e te / poi ritorna l’alba che vibra/ è solo che sei in me / come una roccia per niente / avremo le stesse difese / addosso a me e te”. L’eco della voce di Alberto rende tutto più lontano e seducente.
Per ultima la traccia che dà il titolo all’album: “Il suicidio dei Samurai”, una canzone potente, misteriosa, malinconica e triste. “Questa è una goccia che evapora da se / questa gioia che ci illude avrà cura di noi / affondo in nora, affondo in nora / certo è che è la fine la so distinguere / più di ogni tua rinuncia che sa di polvere…”. La lunga distorsione sonora finale è da brividi, con la grinta che pervade ogni nota e si conclude in un orgasmo sonoro, mentre vengono inferti gli ultimi colpi ad una chitarra ormai sfatta e stremata.

Uno dei dischi italiani più belli del 2004, senza dubbio, “Il suicidio dei Samurai” conferma i Verdena come una delle band più interessanti della nuova scena musicale italiana.
È un disco originale, imprevedibile, eclettico e ricco di influenze musicali. Forse di non facile ascolto, ma alla lunga non si può non farsi trascinare dalla musica della band bergamasca.
Afterhours, Sonic Youth, Marlene Kuntz, Radiohead, Mars Volta, mescolati e rielaborati per creare un sound personale e inimitabile.
I giovani venticinquenni di Bergamo sono, ormai, una delle realtà più importanti del rock italiano, insomma, una band matura e affiatata che suona musica con rabbia e passione, ed è destinata, sicuramente, ad un futuro successi.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
Verdena (Universal, 1999)
Solo un grande sasso (Mercury, 2001)
Il Suicidio Dei Samurai (Black Out, 2004)
BREVI NOTE BIODISCOGRAFICHE
I fratelli Alberto e Luca Ferrari, bergamaschi, incontrano Roberta nel 1996, e fondano i Verbena, gruppo punk rock che cambia ben presto nome, diventando Verdena. Iniziano a suonare e registrare canzoni rock ispirate alle sonorità dei Nirvana, dei Sonic Youth, Marlene Kuntz e Afterhours.
Suonano dal vivo in numerosi pub, centri sociali e festival nazionali e, alla fine del 1998, firmano un accordo con la Universal e registrano, l’anno successivo, il loro disco d’esordio, “Verdena” sotto la supervisione di Giorgio Canali, chitarrista dei CSI. Il disco vende oltre 50mila copie e il gruppo diventa sempre più conosciuto. Anche Manuel Agnelli, voce e anima degli Afterhours, si interessa al suono dei giovani bergamaschi, e così il secondo album dei Verdena, “Solo un grande sasso“, vede Manuel nelle vesti di produttore. “Il suicidio dei Samurai”, del 2004, è il terzo album della band.
Antonio Benforte, 28 dicembre 2004.
Recensione apparsa originariamente ciao.it e lankelot.com
Commenti
"un disco originale, imprevedibile, eclettico e ricco di influenze musicali. Forse di non facile ascolto, ma alla lunga non si può non farsi trascinare dalla musica della band bergamasca. Afterhours, Sonic Youth, Marlene Kuntz, Radiohead, Mars Volta, mescolati e rielaborati per creare un sound personale e inimitabile".
> che ti aspetti dai Verdena, a questo punto?
Rimango dell'idea che per loro "Solo un Grande Sasso" sarà difficile da superare . ;)
...forse i livelli di originalità, rabbia, freschezza del loro demo in cassetta super usata, non li raggiungeranno mai...li ricordo su Odeon tv, poco più che ragazzini, proiettati da Seattle da non so quale macchina del tempo...il miglior batterista sulla scena...la grossa pecca (oltre ad essere ancora troppo derivativi), sono i testi...che già considerarli testi, è un complimento....
Alberto ha sempre detto(Sicuramente Bluffando) che i testi non hanno senso ma sono studiati per essere solo ed esclusivamente melodia insieme agli altri strumenti :)
...alcune robe sono sinceramente imbarazzanti...forse sarebbe meglio toglierli allora...
Concordo pieno! :)
Odeon Tv? Davvero? Che anno era?
...l'anno non lo ricordo con esattezza...forse fino a 6-7 anni fa...
"Alberto ha sempre detto(Sicuramente Bluffando) che i testi non hanno senso ma sono studiati per essere solo ed esclusivamente melodia insieme agli altri strumenti"...anche io l'ho letto da qualche parte, magari è vero sul serio...
?alcune robe sono sinceramente imbarazzanti?tipo cosa?