Full Frequency Range Recording.
Questo Imperial f.f.r.r. , creazione di una delle più influenti band di indie rock statunitense, è un disco segnato dall’eccellenza e dalla povertà del suo genere: l’eccellenza è figlia di quella purezza che sembra poter scintillare soltanto quando un’opera non è stata massacrata da stilemi e dettami della produzione seriale e delle logiche commerciali dell’età postindustriale; e allora questo disco può apparire, per quanti fossero desueti o estranei al genere, grezzo e scomposto, espressionista – a voler essere ottimisti – o autoreferenziale.
La povertà è figlia della miserabile distribuzione; della circolazione derivata, per lo più, dal tamtam, dalle registrazioni o dalle masterizzazioni di fortuna; della mediocre possibilità che questo disco potesse essere ascoltato da un maggior numero di musicisti, per rinnovare la loro ispirazione e nutrire e alimentare il loro magma creativo.
Gli Unrest si sono formati durante il periodo del college, in Virginia: e hanno mantenuto, nei quasi quindici anni di attività, quello spirito antieroico, romantico e coraggioso che sembra essere il tratto distintivo di tante rock band esordienti: la disperata ricerca della coerenza, a dispetto della fama, della fortuna, del successo, d’una diversa solidità economica. Questa coerenza potremmo chiamarla diversamente – e più correttamente: stile.
Capitanati da Mark Robinson, cantante e chitarrista, gli Unrest originano, con questo loro penultimo album, un’opera che non ha niente a che fare con le correzioni, le alterazioni e le metamorfosi catodico-discografiche che (ri)producono analogie e ripetizioni di pattern facilmente riconoscibili, e a oltranza. Imperial f.f.r.r. è un disco di indie rock che testimonia, in più di una circostanza, il desiderio della band di andarsene, letteralmente, per conto suo: penso ai quattordici minuti di semi-prog rock di Full Frequency, incolumi soltanto per ragioni di estraneità alla commercializzazione ad un rimaneggiamento che pure sarebbe stato complesso (a suo modo, in teoria, “artisticamente rilevante”). Full Frequency si apre come una nenia, a cappella; e si distende, liturgica, per circa cinque minuti; quindi, domina la scena la chitarra di Mark Robinson: ossessiva, intensa e al contempo eccezionalmente intimista, ruba con la grazia della sua ispirata povertà pensieri, suggestioni e stati d’animo: trasporta altrove. La cultura indipendente è accompagnata da diverso orgoglio e diversa coscienza, nei paesi anglosassoni: dalle nostre parti fatichiamo ancora a comprendere che “indipendente” non è sinonimo di “amatore” – nell’accezione più deteriore del termine, almeno. Sprezzanti giudizi di manichini delle medie e grandi industrie editoriali (generalizzo) inchiodano nella palude – o nella fogna – del dilettantismo tutto quel che rifiuta l’asservimento o l’integrazione nelle loro categorie: negozi dedicati alla scena indie sono pochi, e distribuiti con odiosa irregolarità sul territorio nazionale; riviste ne esistono, piovono di continuo tra web ed edicole; vivendo per un respiro o poco più, uccise dalla loro stessa orgogliosa povertà: dalla loro indipendenza. Sta di fatto che è difficile adottare l’aggettivo “indipendente” senza avere consapevolezza che larga parte degli interlocutori possano leggerlo come “dilettante”, o tout court “mezzasega”: questo altrove non avviene, dovremmo prenderne atto e provvedere a opportuni esami di coscienza. Quindi, fracassare la televisione e selezionare con cura quali siano – regione per regione – le emittenti radiofoniche estranee alla marchetta. Potrebbe bastare, come inizio. Riflessioni come questa – e il discorso è complesso, spiace abbozzarlo e non poterlo approfondire a dovere – nascono ascoltando la musica di questi ragazzi, un indie rock striato di digressioni pop, maculato da sperimentazioni sonore non facilmente accessibili e non lineari, solcato da momenti di puro divertimento esecutivo. L’incipit, Suki, che oggi avremmo potuto accostare a qualche studio recording inedito degli Stereolab, per intenderci, ne è adeguata testimonianza: è una ballata pop ludica, innervata dal superbo basso di Bridget Cross. Analogo il codice genetico dell’ottavo pezzo, il quasi-demo Cherry Cream On.
Quindi, Imperial: vale il discorso appena impostato per Full Frequency; l’idea di base sembra essere stata quella di calibrare un arpeggio ipnotico e di reiterarlo, quasi fosse un mantra. Etereo e coerente con la fonte originaria sino all’imprudenza, è come una suite degli Slint alleggerita dalla psichedelia: rilassante sino ad indurre torpore, è una proposta di deviazione dalla frenesia, dal disordine e dall’irregolarità della vita nella società postindustriale.
I Do Believe You Are Blushing richiama alla memoria le prime, vulcaniche digressioni dei R.E.M., a metà strada tra pop e folk: con diverso estremismo, diversa convinzione e diversa incisività. Champion Nines è nettamente diversa: sembra quasi un esperimento sfuggito al laboratorio dei Primal Scream, tra drum’n’bass e sirene. Questi ragazzi sembrano davvero liberi: sarà casuale allora che l’etichetta Teen Beat sia di proprietà dello stesso Robinson? Prendiamo nota, prendiamo esempio, riflettiamoci su. Mi sembra che sia ora. Altrimenti difficile – non scrivo “impensabile” – che coesistano, in uno stesso album, brani come questo e balocchi di rock alternativo come Yes She Is My Skinhead Girl o Hydrofoil n°1.
Altro scanzonato divertissement, tra country e rock, è Sugarshack. Momento elegiaco è Isabel: ballata sentimentale più vicina al minimalismo e all’immediatezza dei padri del lo-fi che alla rabbia e alle distorsioni dell’indie rock contemporaneo: penso a un brano micidiale, psicotico e bardopondiano come Firecracker, per intenderci – nona traccia del disco – una delle più fulminanti, in assoluto, assieme alla superba Loyola. Decisamente sulla scia Slint, postprog più ancora che puro alternative: la struttura della canzone non rispetta nessuna linearità, va per arabeschi di chitarra e martellate di batteria. Mark Robinson irrompe attorno al secondo dei sei minuti del brano, interpretando à la Sonic Youth, aritmico e inquieto.
Sigilla il disco la garage e depressiva (oh, Neil) Wednesday & proud. Chi vorrà approfondire la genesi della band e la storia della carriera degli Unrest troverà, in calce a questo scritto, i soliti, opportuni e non casuali links. Quanti volessero invece semplicemente godersi un’ottima, inconsueta e fertile esperienza estetica indie rock possono cominciare a tormentare i loro personali distributori. Andate e rimediate. Vale.
UNREST, Imperial f.f.r.r.
Mark Robinson. Vocals, guitar.
Phil Krauth. Drums.
Bridget Cross. Vocals, bass.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE
Perfect Teeth, Teen Beat, 1993.
Imperial f.f.r.r.,Teen Beat, 1992.
A Factory Record, Teen Beat, 1991.
Cherry Cherry, Teen Beat, 1991.
Kustom Karnal Blackx, Teen Beat, 1990.
Catchpellet, Teen Beat, 1989.
Malcolm X Park, Teen Beat, 1988.
Twister, Teen Beat, 1988.
Untitled, Teen Beat, 1987.
Lisa Carol Freemont, Teen Beat, 1985.
Unrest, Teen Beat, 1985.
La band si formò nella Wakefield High School, ad Arlington, in Virginia, e fu attiva tra il 1981 e il 1994.
Approfondimento in rete: All Music / Teenbeat Records / Blogcritics / Stylus / Pitchforkmedia / Scaruffi (imperdibile).
Gianfranco Franchi, agosto 2005. Prima pubblicazione: Lankelot.com, Supertrigger
Commenti
Grazie per l'ennesimo grande dono, Closer.
Disponibile qui:
www.teenbeatrecords.com/bandstore/unrests.htm
o qui:
www.cduniverse.com