The White Stripes

Elephant

The White Stripes

 

Una delle più importanti uscite discografiche del 2003, senza dubbio, “Elephant” dei White Stripes si colloca con prepotenza tra gli album più attesi e discussi della scorsa annata, soprattutto a causa della martellante e ossessiva campagna pubblicitaria che ne ha preannunciato e accompagnato la distribuzione. E non potrebbe essere altrimenti, essendo il duo di Detroit - formato da Jack e Meg White – una delle più prestigiose e apprezzate coppie di artisti del rock contemporaneo, in grado di mescolare, in modo convincente e innovativo, blues, punk, rock e folk ed offrirlo in maniera semplice e diretta a grandi fasce di ascoltatori.
I White Stripes, infatti, hanno confermato, con l’ultimo album, quanto di buono anticipato nelle precedenti uscite discografiche, l’omonimo esordio del 1999, “De Stijl” del 2000 e “White Blood Cells” del 2001, ovvero un’innata capacità di creare melodie orecchiabili e, allo stesso tempo, particolarmente energiche e travolgenti. 

“Elephant” si presenta, da subito, come una brillante prova di maturità musicale. Lo si percepisce fin dal primo ascolto: la chitarra di Jack e la batteria di Meg sono ormai affiatate e cresciute notevolmente, i suoni sono potenti, energici, decisi e si sviluppano in quattordici canzoni, semplici e immediate, registrate in pochi mesi ma pronte a restare nella mente degli ascoltatori per molto tempo. 

I White Stripes, infatti, sorprendono sin dalle note iniziali di “Seven Nation Army”, la prima traccia dell’album: un avvolgente giro di basso si incontra con i cadenzati e vigorosi colpi di batteria di Meg. Poi, improvvisamente, esplode la voce di Jack: “I’m gonna fight ‘em off / a seven nation army couldn’t hold me back / they’re gonna rip it off / taking their time right behind my back / and I’m talking to myself at night / because I can’t forget / back and forth through my mind / behind a cigarette / and the message coming from my eyes / says leave it alone…”. La scarica aggressiva di chitarra dimostra tutte le qualità del duo, capace di conquistare immediatamente l’ascoltatore con un motivo orecchiabile e magnetico. Il basso e la batteria, come già accaduto nell’introduzione, si alternano e si fondono creando un’esplosiva miscela musicale.  
Questo gioco magico e travolgente si ripete altre due volte e, quando si conclude, improvvisamente, entra in scena la vigorosa chitarra di “Black Math”, potente scarica di adrenalina direttamente nelle vene dello sconcertato ascoltatore. La voce di Jack si distorce e, sbilenca, quasi come un gracchiare ossessivo, segue sconvolta le sonorità post - punk del ritornello, una base di chitarra sfrenata sulla quale una seconda chitarra ricama importanti virtuosismi. 
La terza canzone del disco, “There’s no home for you Here”, si rivela una piacevole sorpresa, dapprima a causa dei coretti introduttivi, che quasi ricordano i Queen di “Innuendo”, poi per la brutale chitarra che ci ricorda la vera anima del duo di Detroit: si alternano strofe di calma apparente, nelle quali la voce di Jack sembra quasi recitare, su una essenziale base di batteria, e particolari cori in falsetto accompagnati da una chitarra ribelle. Jack sussurra: “There’s no home for you here girl, go away / there’s no home for you here”. 
È poi il turno di una splendida cover di Bacharach, “I just don’t know what to do with myself”, dove lontani echi pop affrontano tutta la vigoria di intermezzi di puro rock, ritmico e potente. Una bella ed efficace parentesi che testimonia la peculiare caratteristica del duo, quella di esplorare e sperimentare sonorità apparentemente lontane tra di loro, e di essere sempre aperti agli stili ed alle influenze più disparate.  
Un paio di semplici e infantili accordi di chitarra anticipano la dolce e femminile voce di Meg White, che, nella canzone “In the Cold, Cold Night”, canta aggraziata: “Saw you standing in the corner / on the edge of a burning light / I saw you standing in the corner / come to me again, in the cold, cold night”. La melodia è delicata, semplice e quasi spensierata, ed offre tre minuti di intatta e delicata armonia. 
“I Want To Be The Boy That Warms Your Mother’s Heart” è un’intensa ballata con notevoli influenze blues, un bel pianoforte in evidenza ed una voce di Jack che, a tratti, appare quasi strozzata, ma risulta piacevolmente espressiva.  
“You’ve Got Her In Your Pocket” è un’ulteriore canzone lenta e delicata, quasi sensuale, con Jack che, in maniera passionale, canta: “You’ve got her in your pocket / and there’s no way out now / put it in the safe and lock it / cause it’s at home sweet home”. La chitarra acustica sostiene tutta la melodia, i toni sono pacati e appena sussurrati, come in una dolce serenata alla luna, con le stelle a creare una luminosa cornice nel cielo notturno. 
Con “Ball and Biscuit” il duo torna ad una forma rock-blues, aggressiva e sbandata, con una chitarra vibrante ed una voce che recita seria alcune frasi scomposte, per poi esplodere in uno sconnesso e toccante assolo di chitarra di violenta bellezza. La chitarra è la protagonista assoluta e incontrastata di questo rhythm’n’blues, soprattutto nelle note conclusive, quando lascia libero sfogo alla mano fatata di Jack, che conclude questi bellissimi sette minuti di ottima musica. 
La nona canzone è “The hardest botton to botton”, dalla irrefrenabile forza trascinante, tutta racchiusa nella ripetizione ossessiva di una batteria suonata con vigore, che si sviluppa a braccetto con alcuni assolo di chitarra e con la voce del cantante, a tratti stridula e penetrante. 
Una voce seria e composta, come di un presentatore radiofonico, presenta e anticipa la magia musicale di “Little Acorns”, dove un delicato pianoforte segue una dolce melodia, presto ripresa da una chitarra graffiante e aggressiva; quando partono le parole di Jack è chiaro un richiamo ai Cure, in alcuni acuti in falsetto, sebbene il rock-punk dei White Stripes sia molto lontano dalle sonorità della band di Robert Smith.  
Diretto e violento l’attacco di “Hypnotize”, come se la canzone avesse inizio dal ritornello e, infatti, ci si trova catapultati subito nel vivo di un’accattivante spirale musicale fatta essenzialmente di chitarra, batteria e voce strozzata. Breve parentesi intensa. 
Veloce e immediata è anche la successiva “The Air near my fingers”, che alterna cantato a parlato, con una base leggera e numerose improvvisazioni al pianoforte, mentre Jack intona una ripetitiva cantilena: “I get nervous when she comes around…”. 
“Girl, you have no faith in medicine” è un nuovo, violento attacco musicale, che alterna alti e bassi, quiete e accelerazioni, tra gridolini e sussulti su un tappeto musicale fatto di percussioni, tamburelli e chitarra. 
Chiude l’album la bella e folleggiante “Well It’s true that we love One Another”, una versione live, essenziale e per questo particolarmente vigorosa ed espressiva, in una sorta di canto e controcanto tra Jack e Meg, che si interrogano e si rispondono in una schietta dichiarazione di amore fraterno, mentre Holly Golightly fa da anello di congiunzione tra i due, con divertenti interventi. Un bel blues ritmico e cadenzato per chiudere, splendidamente, il disco. 

In quasi cinquanta minuti intensi e fulminanti, che mescolano generi cogliendo a piene mani dal blues e arrangiandolo con i suoni più moderni influenzati dal punk e dal rock, i White Stripes dimostrano di essere una band matura e convincente, dal roseo futuro e dal presente costellato di successi: sebbene, in alcuni brani, siano lontani dai suoni spigolosi, dall’immediatezza e dalla ruvidità presente nelle canzoni degli esordi, i due musicisti di Detroit non deludono affatto i vecchi fan, e, in compenso, offrono un disco in grado di consacrarli definitivamente al grande pubblico.

“Elephant” dei White Stripes, il duo musicale più famoso del momento, è davvero uno dei dischi più interessanti e coinvolgenti d’inizio di secolo: coinvolgente, grintoso, energico e vitale, risulta molto interessante anche sotto il profilo della veste grafica, all’interno del libretto che accompagna il cd, nel quale sono perfettamente amalgamati i due colori preferiti da Jack e Meg, il rosso e il bianco dello sfondo e dei loro vestiti, e, accanto ai testi, trova spazio anche una citazione di un mito del blues quale Robert Johnson, uno dei più grandi artisti della “musica del diavolo”, scomparso giovanissimo, al quale Jack e Meg fanno costantemente riferimento: “We shall soon be far away from you, but then you would never know it. You don’t need anybody, inhuman that you are. How strange it is that we cannot do without you”.

DISCOGRAFIA ESSENZIALE
White Stripes, Sympathy, 1999.
De Stijl, Sympathy, 2000.
White Blood Cells, Sympathy, 2001.
Elephant, V2, 2003. 

BREVI NOTE BIODISCOGRAFICHE
I White Stripes – Jack White e Meg White, rispettivamente chitarra e batteria – sono un duo formatosi a Detroit verso metà degli anni Novanta. Dopo l’esplosivo e immediato omonimo disco d’esordio, registrato nel 1999, riscuotono numerosi consensi con i successivi De Stijl, del 2000, considerato da molti critici il loro disco più efficace, e White Blood Cells, del 2001. Con Elephant, del 2003, ottengono la definitiva affermazione e si presentano come una delle rock band più importanti, autorevoli e influenti dei prossimi anni.

Riferimenti principali:

http://www.scaruffi.com ; http://www.whitestripes.com.

Antonio Benforte, 14 dicembre 2004.

Recensione apparsa originariamente sul sito www.ciao.com, in versione più breve e leggermente modificata. 

ISBN/EAN: 
0634904016227

Commenti

http://it.youtube.com/watch?v=gMxVZ1S6qmQ

c'è qualcuno che non la conosce? :)

http://it.youtube.com/watch?v=BEDr7Gtd_hE

Well It's True That We Love One Another

1, biancazzurro bastardo, biancazzurro bastardo, biancazzurro bastardo, biancazzurro bastardo, biancazzurro bastardooooo

e chi se la dimentica:) grande coro contro la lazie:)

[The White Stripes] codice

[The White Stripes] codice ean cd+tags ripuliti

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