The Velvet Underground

White light/White heat

The Velvet Underground

Per i giovani, crescere è un peccato troppo disdicevole per essere contemplato. Presto diventa però una vocazione e alla fine un orgoglio e un vanto”.

Una breve citazione dall’introduzione di un libro che analizza i testi di Lou Reed, dai Velvet Underground alla carriera solista (“Le canzoni di Lou Reed”, di Daniele Federici, Editori Riuniti 2004). Il punto focalizzato da Federici – la musica che s’incide da giovani è per i giovani – mi trova d’accordo fino a un certo punto: accostare Elvis, Beatles e Rolling Stones di inizio carriera ai Velvet Underground, mi sembra leggermente stridente. Partiamo da un dato scontato: qualunque musicista o siffatto tale, scriva una canzone e la porti in sala d’incisione, ha l’ambizione di vendere quella canzone. Sarebbe assurdo il contrario. La differenza tra i Take That (per fare un nome) e Captain Beefheart (per farne un altro) è totale, ma l’uno e gli altri vogliono che i loro dischi siano comprati. Elvis, i Beatles e i Rolling Stones furono lanciati come fenomeni giovanili e su questo puntarono per avviare carriere, alla fine, molto diverse tra loro. Il discorso sui Velvet Underground non può essere inquadrato alla stessa maniera.

È indubbio che l’immagine provocatoria e la musica dei Velvet Underground si rivolgesse principalmente ai giovani, ma nello stesso tempo è impossibile immaginare delle ragazzine urlanti davanti alla figura serissima in maglioncino nero e occhiali scuri di Lou Reed. Gli esordi degli idoli dei teenager citati sopra, furono improntati principalmente su canzoni già conosciute o su originali che le ricalcavano. L’esordio dei Rolling Stones, addirittura, presentava un solo brano originale su dodici canzoni. Il primo album dei Velvet Underground, composto in tutto e per tutto da canzoni originali, non ha nulla in comune con tutto questo. I riferimenti classici, merito di John Cale, le provocazioni visive di Andy Warhol, la poesia malata di Lou Reed, accostabile ai poeti maledetti (i fiori del male di Baudelaire), non trovavano possibili accostamenti all’epoca e non ne hanno trovati fino ad oggi. Complice anche una serie di problemi distributivi e promozionali, l’album vendette pochissimo, ma rimane celeberrima una frase di Brian Eno di molti anni dopo, riassumibile in: pochi comprarono quel disco, ma quei pochi formarono tutti un gruppo (compreso lo stesso Eno, che con Brian Ferry e Phil Manzanera formò i Roxy Music). Per elencare le migliaia di gruppi che si sono rifatti e si rifanno tutt’ora all’esordio dei Velvet Underground, dopo 37 anni, non basterebbe un’intera recensione.

Delusi dalle vendite del primo album e dopo aver licenziato Nico per contrasti di ego tra le due primedonne (la tedesca lunare e Lou Reed), i Velvet Underground entrarono in sala di registrazione per incidere le canzoni, già composte da tempo, che formeranno il secondo album. L’allucinante esperienza sonora del primo album, impallidisce (in paragone, cercate di capirmi) di fronte a quello che è stato definito, con grande arguzia, “l’album più antimelodico della storia del rock”. Musica per pochi, indubbiamente. Musica per chi ha voglia di andare oltre la cortina dei “soliti” quattro quarti, per quanto originali e geniali.

White light/White heat” è il secondo e ultimo album dell’epoca inciso dalla coppia Lou Reed/John Cale (che si ritroveranno alla fine degli anni ’80 per celebrare lo scomparso Andy Warhol). Il canto del cigno riassume le capacità immense del binomio, tra le sperimentazioni sonore di John Cale e la poesia urbana, tossica e devastante di Lou Reed. La canzone eponima, che apre l’album, è una specie di “Heroin” parte seconda. Al momento dell’uscita dell’album, 1967, la droga inondava la scena rock e non solo, ma le canzoni di Lou Reed sugli effetti delle sostanze stupefacenti, scioccarono anche le anime più assuefatte.

Ah sì che mi piace veder gocciolare dentro quella roba… Non sai che tra poco sarò morto stecchito?”.

Pochi dubbi sulle voglie di autodistruzione di Lou Reed, voglie che lo porteranno sull’orlo della tomba all’inizio degli anni ’70, proprio nel momento in cui, con “Transformer”, la sua carriera solista stava decollando vertiginosamente. Con un piede già sotto un metro di terra, Lou Reed fu preso per i capelli da David Bowie, ma questo è un altro discorso.

Musicalmente, “White light/White heat”, la canzone, non è altro che puro rock’n’roll, con tanto di piano in sottofondo alla Fats Domino. Nel finale sembra che il vinile si stia scorticando tra rumori e feedback vari. È rock’n’roll, ma non è solo rock’n’roll.

La seconda traccia non è una canzone, ma uno degli esperimenti più arditi dell’album, dopo la, tutto sommato, “normalità” magnifica (per i Velvet) di “White light/White heat”. “The gift” è la trasposizione su album, con accompagnamento musicale, di un racconto che Lou Reed scrisse nel 1962, mentre seguiva un corso di letteratura. “The gift” è la storia di Waldo, non cantata, ma raccontata, otto minuti di parole con accompagnamento di una chitarra elettrica a dir poco velenosa e di una sezione ritmica essenziale. Provate ad ascoltare attentamente il basso e scoprirete una delle radici della musica stone di qualche anno fa (Kyuss e simili). Altra particolarità, la netta divisione stereofonica tra parole e musica sui due canali, parole che escono dalla bocca di John Cale. La storia.

Waldo si era separato dalla sua Marsha da due mesi, da quando, finita la scuola, i due se n’erano tornati a casa, divisi da centinaia di miglia. Gli sarebbe rimasta fedele durante l’estate? Marsha pensava a Bill e alle sue mani che s’intrufolavano dappertutto, mentre Waldo non riusciva a dormire ossessionato dall’immagine di Marsha che cedeva “all’oblio sessuale”. Doveva vederla, ma era senza un soldo e allora ecco l’idea: chiudersi in un pacco postale e spedirsi all’amata, stratagemma molto meno costoso di un viaggio; nello stesso tempo, il pacco sarebbe stato un regalo inaspettato per la sua Marsha. Il pacco giunge a casa di lei, Waldo è eccitato come non mai all’interno, pregustando il momento in cui balzerà fuori per la sorpresa. Il pacco è difficile da aprire e mentre all’interno Waldo fatica a respirare dalla frenesia ormonale che lo prende, Marsha legge il mittente e perde ogni interesse. L’amica che è con Marsha prende in mano la situazione, afferra un coltello e mentre il cuore di Waldo batte all’impazzata, affonda il coltello nel pacco, giusto al centro della testa di Waldo “che si squarciò lieve tra piccoli archi intermittenti di rosso che pulsavano delicatamente nel sole del mattino”.

È una storia che meritava di essere raccontata, zeppa di rimandi simbolici, costruita come una vera e propria sceneggiatura, grondante sarcasmo da una parte e pura poesia dall’altra (rileggete l’ultima frase del testo, riportata qui sopra, esempio, non so quanto sublime, di commistione romanticismo/splatter).

È ancora John Cale la voce di “Lady Godiva’s operation”, anche se il testo ripercorre una traumatica e devastante esperienza giovanile di Lou Reed: 24 trattamenti di elettroshock subiti a 17 anni, in un periodo in cui la cura veniva considerata un toccasana per i disturbi deviati. Anche la canzone è un devastante viaggio tra ferri chirurgici, completa sfiducia dei medici e conseguente terrore del paziente. Il paziente è un uomo che deve togliere la protuberanza che “sembra un cavolo” per diventare donna, ma l’anestesia non agisce come dovrebbe e il dolore esce con tutta la forza delle grida dell’uomo. La breve storia ripercorre il dolore dei trattamenti subiti da Lou Reed in gioventù, la sua evidente bisessualità, la sfiducia vicina all’odio per i professoroni di turno. La voce lasciata alle corde vocali di John Cale, potrebbe riflettere l’angoscia di Lou Reed nel rimestare quegli episodi, ma lo stesso Reed non rinuncia a un paio d’interventi da allucinazione, dopo la prima parte lontana dalla sala operatoria: quando l’atmosfera cambia ed entra in campo il medico, Lou Reed interviene per sottolineare in maniera sgraziata e netta alcune parole, come “dolcemente”, “aria pulita”, “grido” e “addormentato”.

Il brano potrebbe far pensare a una ballata, ma è tale il sottofondo disturbato e la drammaticità della chitarra, dal suono quasi implorante, che difficilmente ci si può rilassare e ascoltare con calma. Il contrasto tra voce triste di John Cale e gli interventi improvvisi di Lou Reed, aumenta l’angoscia a livelli insostenibili. Con gli ascolti, si scopre che l’attenzione è rivolta all’attesa di quegli interventi brevissimi di Lou Reed e questo, forse, significa qualcosa.

La facciata termina con un’altra simil-ballata alla Velvet Underground, “Here she comes now”, un’anticipazione delle atmosfere generali del terzo album. È l’unico brano rilassato di tutto l’album, con un testo breve e ripetuto più volte. È con canzoni come questa che si sono formati artisti come Jonathan Richman e centinaia di altri.

Se la definizione di “album più antimelodico della storia del rock” poteva sembrare eccessiva per la prima facciata, la seconda chiarisce e ribadisce il concetto. Due canzoni (canzoni?) e un vero e proprio massacro sonoro.

Si comincia con i quattro minuti di “I heard her call my name”, pezzo che in mano a qualcun altro avrebbe fatto la fine di un rock’n’roll carino e piacevole, orecchiabile e divertente. I Velvet fanno tutto il possibile per gettare acido e feedback sulle strutture della canzone, stonature volute e antimelodia sulla melodia. Il pezzo sembra iniziare da metà, improvvisamente e tolti alcuni momenti in cui il gruppo sembra ancora essere vivo, tutto il resto, compreso l’allucinato finale, è opera del solo Lou Reed, che rifece il missaggio a insaputa degli altri. Difficile immaginare l’effetto di questa chitarra distorta, zeppa di feedback, mai doma, per gli ascoltatori di quei tempi: è incredibile anche oggi.

I diciassette minuti di “Sister Ray” sono un tassello imprescindibile nella storia della nostra musica. La sezione ritmica disegna un sottofondo inarrestabile basato sulle dodici battute del blues, mentre in superficie Lou Reed racconta una storia scritta durante un viaggio in treno. La storia racconta di un gruppo di travestiti occupati a succhiare i gingilli di alcuni marinai e a bucarsi le vene; ispirazione principale, secondo Daniele Federici, Hubert Selby Jr. e il suo “Ultima fermata Brooklyn”, autore e libro molto amati da Lou Reed. Al di là del testo grondante sesso, droga e violenza, è la musica che rende “Sister Ray” un esempio unico di devastazione delle sette note. Impossibile descrivere diciassette minuti di un viaggio simile, come è difficile consigliarlo alle anime candide o ai gestori di un lounge bar; è un obbligo l’ascolto per chi vuol capire qualcosa degli ultimi quarant’anni della musica rock, senza distinzioni di generi. Al primo ascolto vi verrà voglia di spaccare disco e lettore (o giradischi), ma non tiratevi indietro, la mia esperienza e quella di alcuni amici, parla chiaro in questo senso: la musica che resta dentro e sopravvive nell’animo, spesso spiazza o fa incazzare al primo ascolto. Insistete se da un disco cercate qualcosa di più.

La premiata ditta Lou Reed/John Cale non è sopravvissuta all’inferno musicale di “White light/White heat” e i motivi sono davvero molteplici, a partire dalla solita storia dei due galli nello stesso pollaio (con l’allontanamento di Cale e l’arrivo di Doug Yule, il pollaio incoronò un solo gallo dal potere incontrastato).

La storia dei Velvet Underground di Lou Reed e John Cale, in definitiva, si conclude con questo disco. Lo stesso gallese ha detto, in più di una intervista, che i Velvet successivi al suo allontanamento, non erano più i Velvet Underground, ma il gruppo di accompagnamento di un Lou Reed solista. Il risultato dell’ultimo scontro titanico di ego sta tra questi solchi.

BIOGRAFIA

Galeotta fu la Syracuse University, dove all’inizio degli anni ’60 s’incontrarono Lou Reed e Sterling Morrison, quest’ultimo, appassionato di rock’n’roll alla Chuck Berry. Dopo alcune esperienze musicali in comune, i due incontrano un gallese emigrato nella Grande Mela, John Cale. I tre si uniscono in nome di non si sa cosa e diventano Primitives, Warlocks e infine, Velvet Underground. Il nome, secondo la mitologia (seguita anche da Onda Rock e da Scaruffi), pare risalire al titolo di un volumetto/romanzo pornografico dalle inclinazioni sado/maso, vergato da Michael Leigh. Più che un romanzo, sembra che il libro fosse una specie di saggio sulle inclinazioni sessuali all’interno delle pareti domestiche e faceva parte della biblioteca di Tony Conrad, un artista newyorkese che viveva con Lou Reed e John Cale.

Il rock’n’roll di Sterling Morrison, la poesia dei fluidi corporei di Lou Reed e lo sperimentalismo di John Cale (che si era già forgiato alla scuola di LaMonte Young). Un primo batterista arriva, con il nome di Angus McLise, ma è con l’inserimento nella formazione di Maureen “Moe” Tucker che i Velvet Underground prendono la loro forma definitiva come gruppo. La leggenda, invece, inizia la sera in cui conoscono Andy Warhol, artista multimediale, che li coinvolge nel suo progetto Factory e li convince ad assumere una dea tedesca dalla voce speculare rispetto ai suoni che escono dall’ugola di Lou Reed: Christa Paffgen, in arte Nico, diventa la guest star del primo album dei Velvet Underground, “The Velvet Underground and Nico” (1967).

Troppe le primedonne, anche in gruppo dal successo più che limitato come questo: Nico se ne va e anche tra Lou Reed e John Cale i rapporti non sono idilliaci. “White light/White heat” (1968) porta lo scontro all’estremo, soprattutto dopo la decisione di Lou Reed, all’insaputa degli altri, di rimettere mano al disco in completa autonomia. Con l’abbandono di John Cale e l’arrivo di Doug Yule, i Velvet Underground si ritrovano ad incidere, secondo lo stesso gallese, i primi album solisti di Lou Reed, nello specifico, “Velvet Underground” (1969) e “Loaded” (1970). Il resto è storia più recente e meno interessante, soprattutto se posta a confronto con quei due primi album che hanno in parte riscritto la storia della musica rock e la stanno influenzando ancora oggi, dopo quasi quarant’anni. Una discoteca che ne fosse priva non sarebbe degna di questo nome.

The Velvet Underground in Lankelot:

The Velvet Underground & Nico - The Velvet Underground di rapace
The Velvet Underground - The Velvet Underground / White Light-White Heat di rapace

Caio 2005.

Recensione già pubblicata precedentemente su ciao.com e lankelot.com


ISBN/EAN: 
0731453125124

Commenti

Scriveva Caio:

"?Ah sì che mi piace veder gocciolare dentro quella roba? Non sai che tra poco sarò morto stecchito??.
Pochi dubbi sulle voglie di autodistruzione di Lou Reed, voglie che lo porteranno sull?orlo della tomba all?inizio degli anni ?70, proprio nel momento in cui, con ?Transformer?, la sua carriera solista stava decollando vertiginosamente. Con un piede già sotto un metro di terra, Lou Reed fu preso per i capelli da David Bowie, ma questo è un altro discorso."

> buon ascolto:)

Troppe le primedonne, anche in gruppo dal successo più che limitato come questo: Nico se ne va e anche tra Lou Reed e John Cale i rapporti non sono idilliaci. ?White light/White heat? (1968) porta lo scontro all?estremo, soprattutto dopo la decisione di Lou Reed, all?insaputa degli altri, di rimettere mano al disco in completa autonomia.

non lo sapevo, o avevo rimosso questa cosa.

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