The Veils

The Runaway Found

The Veils

Bisogna proprio dirlo, la stagione passata non ha brillato per la qualità delle proposte musicali.
Quali uscite discografiche hanno infatti “squassato” la critica, o meglio, quali dischi si sono poi davvero rivelati come opere di qualità? Dopo l’estate scorsa, con "Hail to the thief" dei Radiohead e “Think Thank” dei Blur, è stato il nulla. Personalmente lo trovo un dato preoccupante, considerando che in realtà siamo sommersi da nuovi dischi che si succedono continuamente.
Vale dunque la pena di finanziare quello che sta diventando solo un mercato di prodotti di stile e modaioli?

Almeno un effetto positivo di questa situazione è che si sta tornando a nuovi parametri per giudicare criticamente la musica. Noi “utenti” del mercato discografico siamo assolutamente obbligati a superare questa patina commerciale che sta saturando la scena rock-pop; la nuova chiave è la sincerità e spesso semplicità della proposta musicale.

Un testo, una band, strofe ritornelli e bridge - il rock, cioè. E ora più che mai una band si fa notare quando dimostra di aver composto propria musica, con un proprio sentimento e quel pizzico di personalità che permetta di riconoscere all’interno di un genere l’individualità del gruppo.

A mio avviso così è stato per i Veils, il cui disco d’esordio, The Runaway Found è l’unico disco dei molti avuti tra le mani che stia ancora girando sul piatto. Questo gruppo fa perno sulla figura di Finn Andrew, ventenne nato a Londra ma vissuto in Nuova Zelanda; alla voce e chitarre nel gruppo, è soprattutto il compositore di tutti i pezzi di The Runaway Found.

I dieci brani del loro disco sono basati su giri semplici ma azzeccati ma non banalmente orecchiabili; certo, a partire dall’accattivante singolo Lavinia – che molti avranno conosciuto per tramite del video in rotazione sui principali canali televisivi musicali – non sono pochi i pezzi che ti si “piantano” in testa, ma il disco nel complesso ha sempre una qual certa sfumatura scura e melanconica che lo allontana dal classico album da radio. Basti ascoltare More Heat Than Light, canzone picchiata di non facile ascolto, oppure la penultima Vicious Traditions, evocativa e magnetica, avvinghiata a un giro di basso molto post-punk; oppure molto più semplicemente, basta considerare la particolarissima voce di Finn Andrew, graffiata ma piena che si integra e completa l’atmosfera melanconica di tutto il disco.

A caratterizzare ancora questo disco c’è  la genuina semplicità di brani come The Wild Son, o l’ultima The Nowhere Man, che riprendono dei giri di basso/batteria fortemente classici ma rivoltandoli con un portamento singolare.

Basti pensare a The Leavers Dance, ad ascoltarla bene chiude dentro di sé tanto i cardini dello stile Brit-Pop, quanto i giri armonici di molte canzoni melodico-sentimentali anni ’60, eppure il pezzo supera entrambi questi richiami, costruendo il tipico suono dei The Veils.  Alla fine infatti non sono una band di sperimentatori sonori e nemmeno si atteggiano a tali.

I Veils certo si accostano ad altri gruppi – diciamo che a chi sono piaciuti i Verve… – ma non sono una band di genere. Sono solo loro, con il proprio sound e o piacciono oppure no. Nel loro caso si ritrova tutta la fresca sincerità che a troppi gruppi ora manca, una sincerità che si esprime in una musica semplice ma sentita e perciò vera.

Per finire, consiglio a tutti di comprare questo album, non perché capolavoro ma perché è l’unica musica degna di essere chiamata tale di quest’anno 2003/2004, e - purtroppo - anche perché i Veils si stanno sciogliendo.

 

Andrea Vergani

“Dateci musica e non prodotti!”

ISBN/EAN: 
5050159813520

Commenti

"Dopo l?estate scorsa, con Hail To The Thief"

> già, qualche anno fa. Prima pubblicazione, Lankelot.com

"Noi ?utenti? del mercato discografico siamo assolutamente obbligati a superare questa patina commerciale che sta saturando la scena rock-pop; la nuova chiave è la sincerità e spesso semplicità della proposta musicale."

> buon approccio...

"A caratterizzare ancora questo disco c?è la genuina semplicità di brani come The Wild Son, o l?ultima The Nowhere Man, che riprendono dei giri di basso/batteria fortemente classici ma rivoltandoli con un portamento singolare. Basti pensare a The Leavers Dance, ad ascoltarla bene chiude dentro di sé tanto i cardini dello stile Brit-Pop, quanto i giri armonici di molte canzoni melodico-sentimentali anni ?60, eppure il pezzo supera entrambi questi richiami, costruendo il tipico suono dei The Veils. Alla fine infatti non sono una band di sperimentatori sonori e nemmeno si atteggiano a tali."

> già, onestoni. E purtroppo praticamente spariti nell'arco di tempo di tre album. Siamo alle solite...

Molto bello il nyovo singolo, The Letter: http://www.youtube.com/watch?v=XpkJ0WFM7XU

Il 25 suonano a Roma, all'Init. Ci sarò.

Le altre date: domenica 24 al Caracol di Pisa, martedì 26 all'Hana-Bi di Ravenna e giovedì 28 al Magnolia di Segrate (MI).

Fissa incredibile per questo pezzo dopo aver visionato "Mr Brooks" con K. Costner.
Canzone di chiusura film ..

http://www.youtube.com/watch?v=c6h_XiJ-CFk

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