Binario 14 della Stazione Centrale di Piazza Garibaldi. Sono le 12:30. Le lancette che segnano le 15:11, orario di arrivo a Roma Termini, non sono che un lontano miraggio, perse come sono nell'afa e nella scomodità di un anonimo sediolino di un treno regionale. Al primo stridere delle rotaie sui binari, inserisco subito le cuffie dell'iPod. Sun Gangs, è ancora un oggetto non identificato tra le centinaia di playlist, e immaginando che il live sarà incentrato quasi interamente sui pezzi del nuovo album, decido di non farmi trovare impreparato. L'album è già uscito da qualche giorno, ma nonostante sia particolarmente affezionato ai primi due album, The Runaway Found e Nux Vomica, la curiosità per questo terzo lavoro rasenta lo zero. Tutta colpa di Cat Power. L'iniziale Sit Down by the Fire, non è nulla più che un semplice pop-rock di quelli che in Inghilterra si produce circa ogni due minuti. Buona strofa, ma ritornello piuttosto scadente. Cosa che per una band come i The Veils, che non fanno di certo dell'originalità la loro arma vincente, è il più grande pericolo in cui possano incorrere. The Runaway Found, e buona parte di Nux Vomica, contenevano alcuni degli episodi pop più belli del decennio. Canzoni con una struttura profondamente acustica, e per questo, tali da sembrare dei classici da sempre. Se la prima canzone di un album funge come una sorta di chiave di violino che detta l'accordatura dell'intero album, sia a livello sonoro che di mood, Sit Down by the Fire riesce pienamente a mostare tutti i limiti di questo album. La maggior parte delle canzoni, sono infatti delle lente ballads del tutto anonime, cui viene a mancare anche la forza interpretativa di Finn Andrews, l'elemento che nel precedente album, riusciva ad esempio a risollevare le sorti di una canzone come Under the Folding Branches. La title-track oppure l'estenuante Scarecrow, rette come sono dal solo accompagnamento pianistico, falliscono miseramente il loro tentativo di scrittura cantautorale. Il pop old-school di The House She Lived In è francamente imbarazzante, per un autore che a circa vent'anni è stato capace di tirare fuori dal cilindro quel piccolo capolavoro che è Lavinia. Ma, è negli otto minuti che compongono Larkspur, che emerge tutta la mancata maturità della band. Ci sono vari modi di affrontare una canzone di otto minuti: la ripetizione con "variazione sul tema" di una bella melodia, di cui i Sigur Ros sono i maestri insuperati, la suddivisione in movimenti, tipica del prog, oppure i crescendo post-rock o shoegaze. I Veils, per evidenti limiti tecnici, non centrano nessuna delle opzioni, e lasciano che la canzone sbrodoli su se stessa. Dell'ingenuità e dell'immediatezza di The Runaway Found, non rimane nulla. Una volta che vengono a mancare le buone canzoni, di una band come i The Veils, francamente, non sappiamo cosa farcene.
Discorso diverso merita il live, il cui limite più grande, è stato proprio quello di concentrarsi per la maggior parte sulle canzoni di Sun Gangs. E, dispiace quasi provare rammarico per il buon Andrews, dopo aver visto il modo in cui "sente" le sue canzoni, contorcendosi sulla sua chitarra nei momenti più elettrici, e chiudendo timidamente gli occhi nei momenti più intimi. Dopo aver visto l'estrema disponibilità verso un pubblico in ogni caso sinceramente entusiasta. E' per questo, che il momento più bello è stato quando nel secondo encore, Andrews ha impugnato la sola chitarra acustica lasciandosi andare alle richieste del pubblico. Richieste che (non a caso, imho) hanno riguardato esclusivamente canzoni dell'album di debutto: Lavinia (privata però del suo momento più bello, il crescendo finale dopo il bridge), Guiding Light, The Wild Son e The Tide that Left and Never came Back. Un'encore decisamente riuscito, pur lasciando interdetti (ma divertiti) la constatazione di come Andrews non ricordi alcune delle canzoni richieste, o come in alcune di quelle proposte, emergano alcune lacune. Ampio spazio è stato dato anche a Nux Vomica, presente in scaletta con ben cinque brani, i migliori: il delizioso pop di Calliope e Advice for Young Mother to Be, e gli episodi più roots come Not Yet, Nux Vomica, e una splendida Jesus for the Jugular, sicuramente il momento più alto dello show. Nessuno dei pezzi del nuovo album, invece, riesce a farmi cambiare posizione sul giudizio dei nuovi pezzi.
Resta la speranza che essendo una band abbastanza lontana dai grandi riflettori internazionali e vista l'ancora giovane età del front-man (25 anni, ndr), i Veils sappiano riscattarsi da un terzo album al di sotto delle aspettative, che manca sia dell'immediatezza pop di The Runaway Found, che degli episodi in grado di far intravedere una maturità artistica dietro alle porte (cosa che Jesus for the Jugular e Nux Vomica, lasciavano intuire, mostrando il potenziale della band).
1. Sit Down By The Fire
2. Sun Gangs
3. The Letter
4. Killed By The Boom
5. It Hits Deep
6. Three Sisters
7. The House She Lived In
8. Scarecrow
9. Larkspur
10.Begin Again
Nux Vomica, Rough Trade, 2006
Sun Gangs, Rough Trade, 2009
Giovanni di Benedetto, maggio 2009. Prima pubblicazione: My Desk.
The Veils – The Runaway Found di Andrea-Vergani
Commenti
Ho cercato di scrivere qualcosa un po' più "New journalism", soprattutto nell'incipit, e nell'idea di recensire il disco all'interno della recensione del live.
Spero sia gradita, nonostante sia una (forte) stroncatura. :)
GdB
(ben fatto GdB;) )
(gran bel pezzo. Spero ci si riesca a beccare, la prossima volta;) )
grazie Gianfranco. Ero ospite di un amico, e non avevo molto "margine di movimento". Ma sono certo che l'incontro è solo rimandato di poco! ;)
Riguardo il disco, oggi ho letto un po' di recensioni italiane, che, a esclusione di ondarock, esaltano tutti a dismisura il disco. Non so che pensare...
io lo ricordo a inizio carriera, pensavo sarebbero finiti in tre dischi. Forse li ho sottovalutati...
bah guarda, prima di questo disco pensavo anche io fossero sottovalutati. Ma questo Sun Gangs, ha riportato la bilancia in parità. Anche se continuo a leggere troppe recensioni entusiaste. Così come troppe, sono le recensioni che hanno quella pessima abitudine, tanta cara anche alla critica cinematografica e, ahimè anche letteraria, di affibiare un voto all'opera in questione, come se l'arte fosse paragonabile ad una partita di fantacalcio.
Personalmente, è una delle mie battaglie personali, quella di evitare quello che considero un vero malcostume intellettuale.
Cosa ne pensi tu al riguardo? Mi interessa. :)
6. Giovanni, so che non l'hai chiesto a me, e nonostante questo mi intrometto. Perdonami. Il voto, per quanto riguarda libri film e musica, credo non sia un male. L'importante è sapere chi lo dà. Perché ognuno ha i suoi gusti, anche tra gli esperti dei vari settori. Il voto (che siano le stelle, i pallini, o numerico etc) riduce all'essenziale il giudizio. È come una scala del "mi piace" "non mi piace", fatta da chi, presumibilmente, ha una formazione più ampia del comune lettore, della comune lettrice.
L'arte non sarà paragonabile ad una partita di fantacalcio, ma ognuno di noi ha le sue "scale", o "classifiche" per dirla con Hornby. Non ti può piacere la forma d'espressione, ti potrà sembrare troppo stringata, ma a volte con spiegazioni di un giudizio lunghe ed articolate si finisce, pensandoci e ripensandoci, a giustificare qualsiasi cosa e a vedere decente ciò che forse non lo è. O cose del genere.
Faccio un esempio: tu giri un film. Vai da un critico e gli chiedi cosa ne pensa: lui può farti giri e giri di parole ed intortarti bene la cosa, e tu pensi, uau, gli è piaciuto. Poi il tizio in questione scrive un articolo, alla fine di questo c'è il voto: 4. Al tempo stesso loda il modo in cui tu hai retto alla sua stroncatura quando te l'ha esposta di persona. Capisco che l'esempio sia tirato un po' via, ma spero sia comprensibile.
Tutto questa prosopopea solo per dire che, secondo me, il voto non è da demonizzare, ed a volte è utile.
ciao.
(andate voi, io intervengo alla fine:) )
7. Felicissimo dell'intervento, Branco!
"Il voto ridce all'essenziale il giudizio", dici. E' proprio questo che non mi va. E' una scorciatoia troppo comoda di esprimere un giudizio. E' una tecnica che ammazza la critica, riducendo la dialettica con il lettore, al semplice dibattito su eventuali decimi, pallini o stelline mancanti all'opera in questione. Per me, è uno dei tanti modi di appiattire la coscienza culturale delle persone, che, invece il giornalista/critico dovrebbe alimentare.
Io credo che sia fondamentale che il lettore, mentre legga una critica di settore, si ponga delle domande. I voti, forniscono solo risposte. In un certo senso, tranquillizzano il lettore, rendendo fruibile al lettore "medio" (è una brutta espressione, me ne rendo conto, e chiedo scusa in anticipo) anche una recensione "complessa" (intendendo con questo termine, una recensione che sappia affrontare un discorso un minimo minimo tecnico, e che sappia fare i giusti rimandi).
Citi Hornby giustamente. Ma non si può tralasciare l'elemento ironico presente nelle sue Top 5, che invece è completamente assente in tanti altri giornalisti/critici che spesso cercano miseramente di fargli il verso.
"È come una scala del ?mi piace? ?non mi piace?, fatta da chi, presumibilmente, ha una formazione più ampia del comune lettore, della comune lettrice."
Il fatto è che credo che il "mi piace" "non mi piace", debba essere affidato completamente alle parole della recensione, e non ad uno sbrigativo (spesso il lettore si limita, addirittura, a leggere solo questo) voto da fantacalcio. Ti dirò, non sono neanche completamente convinto che scopo del recensore sia dire "mi piace" "non mi piace". Sono più propenso ad un "perchè mi piace" "perchè non mi piace", seguito ad un "perchè potrebbe piacerti" "perchè potrebbe non piacerti". Insomma, è qui che a mio avviso si vede l'effettiva bravura del giornalista in questione, dalla sua capacità di sapere coniugare la solita vecchia questione del dato soggettivo/oggettivo.
ummmm. per quella che è la mia esperienza di stellette, pallini, voti, etc, non sono mai disgiunti da una più o meno ampia recensione. difficilmente si trovano senza parole. a volte c'è un "consigliato a chi piace anche", che tende a dare un quadro di quel che si può trovare.
ma a me sembra che tu scambi il "voto" con, se mai, una "moda del voto". se leggi chi dà i voti, impari a conoscere i suoi metri di giudizio, ed a capire in che modo dà il suo voto. esattamente come con il prof a scuola. solo che oggi tu ritieni ci sia una "moda del voto" per cui, per essere sicuro che chi scrive non lo faccia a caso, vuoi conoscere le sue motivazioni. vuoi una recensione, e una recensione che sia di una lunghezza che ti aggradi.
Quanto dovrebbe essere lunga, una recensione?
Come dovrebbe essere scritta? Sei sicuro di riuscire a riconoscere una recensione da una copiaincollata?
Non ti è mai successo di NON leggere un libro per la scuola, ma riuscire comunque a farci un compito sopra ed ingannare il/la prof d'italiano?
Ingannare, poi, non è esatto, poiché tu le cose le sapevi. Solo le sapevi per vie indirette.
Se non hai fiducia in chi dà il voto, anche una sua recensione ti sarà indigesta.
Oggi siamo tutti tuttologi, e questo fa sì che tutti diamo voti. Bene o male.
Tu scrivi "Il fatto è che credo che il ?mi piace? ?non mi piace?, debba essere affidato completamente alle parole della recensione, e non ad uno sbrigativo (spesso il lettore si limita, addirittura, a leggere solo questo) voto da fantacalcio."
Vedi, anche qui tu dici che è "il lettore" che "si limita, addirittura, a leggere solo questo". E ne fai una "colpa" al recensore! Io sono uno di quei lettori che ci guarda, alle stellette etc. Questo non mi vieta di leggere la recensione, né di saltarla. Certo, non è che guardo le recensioni "a caso", e non credo siano moltissimi a farlo. Tendenzialmente si va da chi ha la nostra fiducia.
Gianfranco ha detto di guardare "The kingdom", e non è che te ne ha scritta la recensione, ma tu hai risposto subito che te lo vedrai. Perché ti fidi.
Ripeto, forse oggi è il fatto che tutti siamo tuttologi e diamo voti tramite sondaggi, e ci sembra di decidere chi buttare fuori da una trasmissione e chi lasciare dentro etc etc, ma il "voto", di per sé, non è un male.
Inoltre, e finisco, non ho detto che lo scopo del recensore è dire "mi piace", "non mi piace", ma certo ogni recensore ha i suoi gusti, che vanno oltre le capacità di apprezzare la tecnica, che so, di un regista. E se segui un recensore, impari a capire i suoi "perché" senza neppure leggerli.
Il voto, quando non è dato a caso, ti dice anche i "perché", secondo me. E se non ti fidi di chi recensisce, tutto è inutile lo stesso.