Inizia con un brusio di voci, rap e rumori su una base appena accennata il quarto lavoro in studio del collettivo hip-hop di Philadelphia, più vicino al gruppo rock – batteria, basso, chitarra e tastiere – che alla solita iconografia dei rapper d’oltreoceano – tutto catene, donne seminude, party e champagne. Si tratta dell’intro – presentazione del disco “Act Won (Things fall apart)”, in cui una serie di improvvisazioni sonore e frasi spezzate introduce e presenta uno dei migliori album della loro discografia. Si prosegue con “Table of contents (Part 1 & 2)”, frenetica traccia molto “cool”, con un’originalissima base sulla quale Black Thought rappa in maniera decisa. Un pezzo molto hip-hop ma, allo stesso tempo, suonato in modo eccellente, come poche volte capita nel panorama generale di questo genere di musica.
Continua il disco con la leggera “The next movement”, traccia creativa e originale, seppure sempre ben radicata nella più pura tradizione hip-hop, con rap deciso e alcuni intermezzi skratchati. La successiva “Step into the realm” ricorda un po’ alcuni pezzi dei Fugees, con il suo rap cadenzato e il ritornello orecchiabile: “Step into the realm, you’re bound to get caught / And from this worldly life, you’ll soon depart”. Molto soft e affascinante è la melodia di “The Sparks”, che si lega alla precedente attraverso l’eco del coro ritornello e inizia con un rabbioso e deciso intento: “Yo, the feet that I walk with / The ears that I hear with, the eyes that / I see with / The mouth that I talk with / the terror that I stalk with / Now it's time to spark shit”.
La base è molto ritmica, quasi R&B, e in maniera soffusa trasporta nelle sonorità allegre e spensierate della successiva “Dynamite!”, batteria e pianoforte protagonisti, e vari rapper che si alternano alla narrazione.
Percussioni quasi tribali e incitazioni scomposte anticipano il rap vario e originale di Black Thought in “Without a doubt”, traccia molto coinvolgente e, per certi versi, molto vicina allo stile hip-hop dell’inizio del decennio. Cori di risposta e diversivi sonori caratterizzano l’intero pezzo, che sfocia nella energia di “Ain’t sayin’ nothin’ new”, spensierata e stravagante variazione sul tema hip-hop, con una bella chitarra in evidenza che accompagna il rap di Black Thought e Malik B lungo tutto il pezzo.
“Double Trouble” è una nuova traccia ballabile e divertente, che vede due rapper (Black Thought e Mos Def) alternarsi magistralmente alle rime, cedersi la parola l’uno con l’altro e regalare splendide interpretazioni, sempre con grande stile, soprattutto quando le voci si fondono totalmente nel ritornello: “We got to blow up the spot / because they must have forget / We double (trouble) bubble (bubble) bubble (bubblin’ hot)”.
La successiva “Act too (the love of my life)”, con la collaborazione di Commn, è delicata e tenera come una dolce serenata notturna, una base di semplice batteria e basso e tanto rap coinvolgente che vi ricama sopra. Un pezzo da brividi.
Sonorità molto violente e pesanti, invece, contraddistinguono la potente “100% Dundee”, con un altro esaltante confronto tra i due rapper, l’immancabile Black Thought e Malik B.
“Diedre vs Dice” è una vera e propria sfida, come si intuisce già dal titolo. Un atto d’accusa di Dice Raw contro tutto e tutti, in un rap quasi incomprensibile. “Adrenaline!”, invece, è proprio ciò che viene anticipato nel titolo: adrenalina pura, che si sente soprattutto nel coinvolgente ritornello, tutto da ballare: “Once again 'gain / Once again 'gain / Once again 'gain 'gain / ladies and gentlemen…”. Sonorità distorte e una serie di scratches incredibili compongono l’intermezzo, se così si può dire, strumentale, “3rd acts: ? Scratch 2…electric Boogaloo”, divertente esercizio di stile che anticipa “You got me”, la canzone più preziosa e commovente dell’intero disco, un brano di rara intensità e bellezza, scritto da Jill Scott e interpretato da Black Thought, dalla divina Erikah Badu e dalla accattivante Eve. La melodia da brividi, il rap duro di Thought e il canto delicato delle due interpreti femminili commuove ad ogni ascolto e la canzone, molto orecchiabile e malinconica, è senza dubbio il pezzo forte del disco, la traccia che da sola rende l’album degno dell’acquisto. Il ritornello, poi, resta nella storia della musica hip-hop: “If you were worried 'bout where / I been or who I saw / or what club I went to with my homies / baby don't worry you know that you got me”.
“Don’t See Us” è un pezzo per certi versi sperimentale, molto carico e pieno di idee, una scarica di positività dopo la malinconia della canzone precedente.
Chiude il disco la delicata e soave “The return to innocence lost”, con Ursula Racket alla voce, più recitata che cantata, che offre anche uno splendido arpeggio di chitarra. Un po’ debole, dopo numerosi ascolti, soprattutto per chi non sopporta i pezzi di questo tipo, chitarra essenziale e racconto triste ricamato sopra, in un americano solo a tratti comprensibile.
La solita traccia fantasma, infine, inizia con uno sbadiglio. Si tratta di “Act Fore (The End?)”. Poi uno scratch, distorsioni sonore, mozziconi di frasi, percussioni vocali e parte una splendida canzone piena di spunti interessanti.
Questo disco conferma che i “The Roots” non sono soltanto un gruppo rap, ma molto, molto di più. Non ci stancheremo mai di ripeterlo. Per il modo in cui suonano, per come interpretano e regalano emozioni attraverso le note, per la ricercatezza sonora e l’elevatissima qualità musicale, considerarli solo rapper sarebbe riduttivo e squalificante.
Sono soprattutto musicisti e sanno fare ottima musica, senza scendere a compromessi, sperimentando continuamente e non soffermandosi mai su un solo stile musicale. I risultati sono sempre ottimi, come in questo caso. Un disco molto soft, questo “The Things Fall Apart”: album delicato e dai mille aspetti originali, non dimentica le radici dell’hip-hop ma è, allo stesso tempo, fortemente proiettato verso il futuro del genere.
Dischi come questo servono a scuotere le basi di una cultura e di un modo di fare musica troppo spesso sottovalutate o considerate soltanto per ciò che passa in radio o su Mtv. “The Roots”, invece, sono lontani anni luce da tutti quei facili stereotipi, visivi e musicali, che appartengono all’hip-hop. E fanno anche musica totalmente differente da quella di 50 cent e soci: più creativa, più passionale, spesso geniale e mai ripetitiva. Ogni disco dei “The Roots” è una nuova e piacevole scoperta per le orecchie dell’ascoltatore, e anche “The Things Fall Apart” conferma la grandezza artistica e musicale di una band che, al momento, non ha uguali nel panorama hip-hop mondiale.
“The Roots” sono:
?uestlove. Batterista.
Hub. Bassista.
Black Thought. Voce.
Malik B. Voce
Maldog. Tastiere
Ben Kenney. Chitarrista.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE
ORGANIX – 1993, Remedy Records
DO YOU WANT MORE?!!??! – 1995, MCA
ILLADELPH HALFLIFE – 1996, MCA
THINGS FALL APART – 1999, MCA
THE ROOTS COME ALIVE – 1999, MCA
PHRENOLOGY – 2002, MCA
THE TIPPING POINT – 2004, OK PLAYER
“The Roots” nascono a Philadelphia alla fine degli anni Ottanta, quando Tariq Trotter (Black Thought) incontra Ahmir Khalib Thompson (?uestlove) e insieme iniziano a suonare rap, accogliendo poi il bassista Leonard Hubbard (Hub), il rapper Malik B. Il primo album della band è Organix, del 1993. La vera svolta avviene nel 1995, con “Do you want more?!!??!”, album che li consacra come innovativi artisti rap. Illadelph Halflife è il successivo disco, del 1996 e consolida la loro posizione nel panorama black americano. “Things Fall Apart” esce nel 1999 ed è un immediato successo commerciale, seguito subito dal live “The Roots come Alive”. Nel 2002, con “Phrenology”, album originale e sperimentale e due anni dopo, nel 2004, “The Tipping Point”, con cui il gruppo si conferma come una delle realtà più influenti e importanti della black music americana e non solo.
Antonio Benforte, 30 giugno ’05.
Commenti
articolo 3000 di Lankelot.eu:
THE ROOTS. Things Fall Apart.
RAPACE!
http://it.youtube.com/watch?v=kBBBhQUl99w
you got me con la splendida erykah badu
gran pezzo.
ao', anto', sei stato un fenomeno oggi;).
bravo. grazie, a nome di tutti.
Fantastico contributo.
Mi sono messo sotto, in effetti. Ma quante ne ho ancora!
Mi spiace che i Roots da noi siano semisconosciuti. non fanno hip hop. o meglio, non fanno solo quello.
4, e meglio per noi;)
come insegna Joe Rivetto, the best is yet to come.
5, aiutaci a pizzicare altre chicche meritevoli su youtube.
http://it.youtube.com/watch?v=YoBakd7QlQE
birthday girl
http://it.youtube.com/watch?v=V05cauo6lMU
star
http://it.youtube.com/watch?v=D6caDCTNx28
break u off
optume;)