The Radio Dept.

Lesser Maters (con memorie del concerto)

The Radio Dept.

Malmo, Svezia, nuovo millennio: miscelando dream-pop e lo-fi, reminiscenze elettroniche e sonorità anni Ottanta, i quattro giovani musicisti Martin Larsson, Johann Duncanson, Lisa Carlberg e Per Blomgren danno vita al progetto The Radio Dept.
Nel 2003 viene pubblicato il loro primo album, “Lesser Matters”: è indie pop, circola underground e viene idolatrato dalla critica e sponsorizzato dal tam-tam delle riviste e delle fanzine indipendenti in rete. Alla fine del 2004, con un anno e mezzo abbondante di ritardo, questo disco d’esordio viene distribuito anche in Italia.
L’ascolto del disco è sorprendente: istintivamente, si va accostando il sound della band a quello dei The Jesus and Mary Chain e – altrove – dei My Bloody Valentine, riconoscendo affinità e similarità con l’intimismo scandinavo contemporaneo dei Kings of Convenience. Non è un capolavoro – è acerbo, con sprazzi estremamente promettenti e incisivi, e gioca molto sul fascino del già ascoltato, senza mostrare particolare personalità.
L’impressione che si tratti d’una band alle prime armi, e che sia piuttosto prematuro promuoverla per tutta Europa – per non bruciarla, è chiaro – è stata confermata dal concerto del 10 febbraio 2005, a Roma, nel Circolo degli Artisti.
I The Radio Dept., flagellati e decimati da una sindrome influenzale (mancava la bassista Lisa Carlberg) si sono rivelati fiacchi, deboli, prevedibili e hanno offerto al pubblico una performance piuttosto deludente. Gravissima l’assenza del basso: la batteria campionata è risultata estremamente più leziosa e – in più d’un frangente – spiacevolmente amatoriale.  L’impatto scenico è decisamente negativo. Esteticamente impresentabili, freddi e distaccati, non hanno stabilito nessun contatto con il pubblico, suonando come avvolti in una calotta di plastica. A voler essere onesti, il concerto d’apertura dei Blueprint, fascinosa e misconosciuta band romana postrock, è stato il vero evento della serata. Morale della favola, ripetiamoci ancora una volta: “Lesser Matters”, pur volendo dimenticare il concerto (potrà essersi trattato d’una serata sfortunata, per carità) non è il capolavoro che il tam-tam delle radio e della stampa alternativa sta propagandando: è un buon disco di indie pop, striato da nostalgie dark e da vene depressive e malinconiche che non dispiaceranno ai cultori dei
Belle & Sebastien e – se vogliamo cercare un accostamento italiano – dei toscani Baustelle (che hanno diverso stile e altra classe, sì: e altro integralismo pop).

L’intro del disco è la sognante e royskoppiana Too Soon. È una breve presentazione delle atmosfere intimiste e della fragile dolcezza dei toni della band; subito interrotta dal divertimento pop di Where Damage Isn’t Already Done. È un pezzo accattivante e ballabile, singolo destinato a circolare in questo inverno 2005 nel circuito delle radio commerciali meno insensibili ai gruppi indie e al pop alternativo. Il testo presenta una autoironica ammissione di debito nei confronti del passato: “Everyone looks the same / Still we have different names”.
Keen on Boys è uno scoperto richiamo ai fratelli Reed: assieme ad Ewan è uno degli sprazzi rock del disco. È un rock elettronico e algido, estraneo all’aggressività: sembra sempre che i The Radio Dept vogliano sussurrare di aver cominciato ad esistere, senza tuttavia mostrare mai troppa convinzione nel loro talento.
Why Won’t You Talk About It è uno di quei pezzi che, dal vivo, hanno pagato lo scotto della distanza abissale rispetto all’esecuzione registrata nel disco. Decisamente ruvido e felicemente giocato su ripetizioni e reiterazioni, nell’album, live è sembrato un giocattolino pop figlio d’una band di adolescenti depressi. Peccato, perché l’idea e l’intenzione sono di diverso spessore. Si tratta di uno dei migliori brani del disco assieme all’omaggio agli Smashing Pumpkins di “1979”, la nostalgica 1995.

It’s Been Eight Years, Your Father e Bus potrebbero essere ballate dei Kings of Convenience: pop (elettronico) malinconico e introspettivo. Piacevole, infine, la transizione strumentale di Slottet#2.

“Lesser Matters” non presenta novità o sperimentazioni o ricerca d’una evoluzione nelle sonorità pop e rock: è una piacevole digressione anni Ottanta, figlia d’una band che deve diventare adulta e acquisire coscienza e personalità prima di potersi proporre, con diversa e maggiore credibilità, al di fuori della Scandinavia. Altrimenti, si rimane nella nicchia: si suona per una minoranza di nostalgici o di anime pop in vena di malinconia in salsa elettronica, e nell’arco di tre dischi – quando va bene – si chiude bottega.

I’m scared when I’m at home / in my apartment on my own / it’s changing colours through the day / it don’t bother me when I’m ok / But now when all is changed around / I’m buried in the lost and found” (“Lost and Found”).

THE RADIO DEPT. :

Johan Duncanson. Voce, chitarra, tastiere.
Martin Larsson. Chitarra, tastiere, cori.
Lisa Carlberg. Basso.
Per Blomgren. Batteria.


DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE

Pulling our Weight, Ep, Labrador, 2003. (febbraio 2005: ancora non distribuito in Italia).
Lesser Matters, Shelflife, 2003.
Against The Tide, Ep autoprodotto, 2001.

1998, Malmo, Svezia. Nascono i The Radio Dept.

Approfondimento in rete: Labrador / Indie pop / Video Musica / Onda Rock / Kalporz.


Gianfranco Franchi, Lankelot. Febbraio 2005. Prima pubblicazione: Lankelot.com, Supertrigger

ISBN/EAN: 
0634904017729

Commenti

For Whom It May Concern: i nominati Blueprint, gli eroi di quel concerto del Circolo, qui: http://www.lankelot.eu/?p=288

Bravissimi i Blue Print quella sera. I Radio Dept. Hanno fatto ridere(in quello stato non sarei mai sceso sul palco a farmi prendere per le chiappe e a prendere per il culo chi ha pagato il biglietto). E questo schifo di concerto mi ha portato a non sentire mai qualcosa di loro in studio...

E ti dico, quel disco aveva davvero qualcosa di piacevole, e non a caso è stato segnalazione & dono di Stefano Closer. Ma dal vivo non so spiegarmi, a distanza di anni, la percezione di delusione che ho avuto - con qualche decina di concerti di esperienza in più, si è fatta raccapriccio. Dubito che comprerò il loro secondo disco, tendo a rimuoverli;)

Aggiungo solo questo, alla tua impeccabile recensione: hai fatto bene a non comprare "Pet Grief", molto bene.

Com'era? Racconta!

Pessimo. Una gozzoviglia di suoni accorpati. Una cozzaglia di idee mal riuscita. Salvo solo la prima traccia "It's personal" che ha quelle sonorità indie eletro melodiche tipicamete francesi, nell'intro (quella schiera tipo Domotic, Audiopixel, Sebastien Schuller), per il resto, poi, si rovina pure la prima traccia. Il resto è un baratro di niente.

c'è anche qualche rimando velato allo shoegaze alla Slowdive, My bloody valentine. Ma poco, è un disco ibrido, Pet Grief.

Ecco un disco su cui scrivere.. My bloody valentine.. il titolo.. ehm aiutatemi!

Loveless.

yes!!! Solo l'attacco della prima traccia vale il prezzo dell'acquisto del cd...

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