The Microphones

The Glow pt 2

The Microphones

Washington, 2001. Il terzo album del progetto Microphones, animato e coordinato da Phil Elverum – alias Elvrum – è un disco di lo-fi e di pop psichedelico, graffiato da insolenze noise e giocato su inattesi e bruschi passaggi tra una sezione e l’altra. Non è un album uniforme: è un disco – questo, in linea di massima, posso abbozzarlo – cupo e intimista, striato da una dolcezza malinconica che difficilmente può lasciare indifferenti.

Incipit è I want wind to blow, ballata fondata su arpeggi gentili e su un canto à la Drake, a un passo dalla vena shoegaze. Segue la traccia eponima, The Glow pt 2, virata psichedelica: chitarre adesso più rabbiose a introdurre un cantato postfolk, mis-Neutral Milk Hotel, intrusioni pianistiche à la Sparklehorse, intensi squarci mistici e baroccheggianti frammentati e interrotti dal ritorno in scena della batteria e della melodia. Ecco The Moon, magnetico balocco chitarristico postmoderno: fratturato da un lungo momento di rock depressivo stile Jesus & Mary Chain – oggi reiterato dai The Radio Dept, con esiti non sempre felici – e inquinato da una vena jazz piuttosto irritante.

Headless Horseman è uno dei pezzi più immediati del disco: semplice, minimalista e incisivo, fondato sull’antica alchimia folk e cantautoriale chitarra e voce, è un andante che attutisce e mitiga i precedenti bizantinismi. Quiete.
Headless Horseman è il primo di una serie di sette pezzi più tenui e intimisti: My Roots Are Strong and Deep è uno scorcio decisamente sognante, sulla linea tracciata nel pop sperimentale dei tardi Novanta da band di tutto rispetto come i Mercury Rev, o dal farmer virginiano Mark Linkous, anima degli Sparklehorse. Instrumental è altrettanto breve e leggera. Quindi, The Mansion: primo vago eco di un battito cardiaco, fruscio di fondo, voce disturbata da un malessere micidiale: la tristezza si fa disperazione, l’arpeggio della chitarra si perde o si confonde – divenendo sfondo di quella che sembra essere una notturna confessione. Senza nemmeno accorgercene, avanziamo nell’ottava traccia, senza titolo; tornano ancora le inquietanti campane del battito cardiaco, sembrano volta per volta più vicine; è una lugubre processione (assonanza vaga: Division Bell dei Pink Floyd) che si staglia di fronte ai nostri occhi. Fruscio di fondo e campane ancora. (Something) è promessa di psichedelia nuova: distorsione e suono, dominio dello spirito della società post-industriale, scheggia del malessere dell’individuo anomico del nostro tempo. Silenzio e ancora quel maledetto battito, che adesso sembra rombare.
I’ll Not Contain You è un fiore sghembo che va tornando in cerca della luce del sole, con la stanchezza e la lentezza misurata e toccante di una creazione di Neil Young.

Abbiamo passato la prima metà del disco. The Gleam pt. 2 è una digressione rock lo-fi, piuttosto alla Low; il viaggio di Phil Elvrum non è estraneo allo psicodramma – Mad, in questo senso, è micidiale e sembra figlia di chi andava chasing rabbits con i Jefferson Airplane, con clausola “The Eternal” Joy Division. Scrive l’entusiasta Matt LeMay su Pitchforkmedia, a proposito dei contenuti e dello spirito del disco: “Themes of flesh and blood, water and wood, and life and death permeate the record, connecting well enough to create a sense of something greater without beating you over the head with its concept.
Ultimately, The Glow Pt. 2 is the sound of one man working through a changing landscape: a single voice challenging its surroundings while also accepting that it's powerless to alter them. The disc ends with a throbbing heartbeat, the most basic sign of life having braved through the stormy trek that precedes it. The Glow Pt. 2 is unpredictable, volatile, vibrant, terrifying, and comforting. The Glow Pt. 2 is alive”.

You’ll be in the air è una volta ancora una giostra ipnagogica di stati d’animo: l’illusione che si tratti d’una ballata romantica e suggestiva si frantuma in quello che appare il ritornello, impostato con voce di ubriaco; scricchiolii e sinistri cigolii impediscono all’armonia di dominare per più di una dozzina di battute. I Want to be Cold è rabbia punk e frustrazione. Neanche due minuti per sprigionare quel veleno che altrimenti avrebbe innescato un’implosione. I Am Bored è un intervallo placido, pop e lineare: piuttosto equivoco, per via della sua particolare posizione nell’album; tra un pezzo postpunk e una ballata shoegaze e allucinata come I Felt My Size. Entriamo nell’ultimo quarto del disco, con una nuova, onirica deviazione Instrumental. I Felt Your Shape, diciottesimo brano, è l’ennesima testimonianza del talento chitarristico di Phil Elvrum; stavolta ne deriva una piccola composizione, solare e discreta; la scuola è quella di Nick Drake, difficile poterne dubitare; l’esito è apprezzabile, senza tuttavia risultare particolarmente innovativo o interessante. Samurai Sword sembra distruggere, sin dall’ouverture, quel che la fragile anima lo-fi di buona parte del disco aveva creato: è una potente immersione nel rumore e nella distorsione. Due minuti e mezzo di rabbia autentica. Quindi, silenzio. Torna il battito del cuore-campana. Fruscio e silenzio ancora. Ancora shoegaze nell’epilogo, My Warm Blood, congedo fascinoso e depressivo dell’artista americano e dei suoi compagni di viaggio. Disco seducente, figlio dell’eclettica e fertilissima scena indie rock statunitense: da ascoltare. Dimenticando che quel battito del cuore possa e voglia significare qualcosa. Si nutre degli ultimi dieci minuti del disco, in sostanza, annebbiando l’ascoltatore e accompagnandolo altrove.
Dove, sarete voi a raccontarmelo – magari in privato. Io mi fermo qui.


DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE

Mount Eerie, K, 2003.
The Glow pt 2, K, 2001.
It Was Hot We Stayed in the Water, K, 2000.  
Don’t Wake Me Up, K, 1999.

Olympia, Washington, 1999. Phil Elverum, alias Phil Elvrum, fonda e coordina il progetto Microphones.

Approfondimento in rete: Scaruffi / Pitchforkmedia / Kalporz / Musicboom.


Gianfranco Franchi, agosto 2005. Prime pubblicazioni: Supertrigger, Lankelot.com, caselle della posta del mio palazzo

ISBN/EAN: 
000

Commenti

Closer, grazie per il dono. Dedica traslata qua, stavolta.

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