Un disco sciapo e musicalmente ininfluente?
Una band partorita da un marketing musicale selvaggio che pretende d’aver dato vita ad un nuovo stile? L’ennesimo elogio annacquato di una trasgressione adolescenziale? Eppure, tra i tanti neo-gruppi che giocano a fare i punker incazzati dalla vita difficile, almeno va detto che i Libertines hanno un suono quasi ingenuo che per questo pare sincero, e che almeno le melodie delle loro canzoni danno un pizzicorino melodico da vero pub londinese – stai bevendo la tua pinta fissando la carta da parati decorata e ascolti gli Smiths, i Radiohead sempre più spesso, e poi…
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Ancora una volta i parallelismi della critica non si sono sprecati, nemmeno per i Libertines. Stampa e chiacchiere da bar hanno scomodato i Beatles e i Clash (A maggior ragione questi ultimi, Mick Jones ex-Clash ha prodotto questo loro secondo disco); in ogni caso a ben ascoltare c’è di simile forse una generica attitudine “punkeggiosa” melodica alla Clash, mentre rispetto ai grandi vecchi Scarafaggi – mah! – un ché nei suoni e negli arrangiamenti… no, mi dispiace, non riesco a convincermene!
Le canzoni che più restano in testa perché gradevolissime sono la seconda “Last Post on The Bugle”, l’effettivamente beatlesiana “Don’t Be Shy”, poi “Music When The Lights Go Out” e la kinksiana “Marcissist”.
Insomma, non sono poi così tanto plastificati. Hanno un gusto adeguato per essere gli ennesimi ragazzini rock-revival; infatti se li si dovesse confrontare con la band degli ultimi anni che più si avvicina al loro sound e attitudine – nonché fratelli di casa discografica - gli Strokes, direi che il confronto verrebbe assolutamente vinto dai Libertines.
Gli Strokes sembra che ti stiano costantemente prendendo in giro, mentre almeno i Libertines suonano e cantano e pare non ci sia più di questo dietro i loro pezzi. Dopotutto anche se effettivamente su questi ragazzi londinesi c’è stato un gioco di stampa irritante, con mille richiami alle loro disgraziate vicende personali oltre alla ammiccante copertina vagamente “eroinomane” del loro secondo album “The Libertines”, in fin dei conti non sono così da buttare. Certo, non è musica nuova né tanto meno rappresentano la svolta musicale dell’anno, ma perché no? Se qualcuno dovesse regalarvi questo disco non scagliatelo fuori dalla finestra e neppure riciclatelo come regalo d’emergenza.
È un discreto disco di rock targato 2004 (e come tale ricorda molto il punk) che gioca su richiami e atteggiamenti. Tutto qua, altro proprio non c’è, e se per caso potesse andarvi bene così, vedete che potete fare tramite le risorse in rete per ascoltare qualcosa, a buon intenditor…
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE
The Libertines, Rough Trade, 2004.
Up The Bracket, Rough Trade, 2002.
Approfondimento in rete: http://www.thelibertines.org.uk/
Andrea Vergani, dicembre 2004
Commenti
Prima pubblicazione: lankelot.com
"almeno le melodie delle loro canzoni danno un pizzicorino melodico da vero pub londinese"
> eppure, incredibile, sentiamo sempre e solo parlare degli eccessi del loro ex cantante. Sono riusciti a diventare un paradigma sbagliato in tutto: nell'etica e nella musica. Pippe, e pippe presuntuose ed eroinomani. Mother...
"Stampa e chiacchiere da bar hanno scomodato i Beatles e i Clash (A maggior ragione questi ultimi, Mick Jones ex-Clash ha prodotto questo loro secondo disco); in ogni caso a ben ascoltare c?è di simile forse una generica attitudine ?punkeggiosa? melodica alla Clash"
> che dici, a distanza di tempo: "none of the above"? :)
"Gli Strokes sembra che ti stiano costantemente prendendo in giro, mentre almeno i Libertines suonano e cantano e pare non ci sia più di questo dietro i loro pezzi"
> secondo me è esattamente il contrario, in questo caso - pensando a tutti e tre i dischi degli Strokes...
Tra i due preferivo e preferisco gli Strokes, soprattutto ora che Pete Doherty ha sinceramente rotto le...
eh.