Quella dei fratelli Felice, Simone, Ian e James, sembra essere la più tipica delle storie americane, quelle che si incontrano tra le pagine dei libri di Jack London e Jack Kerouac. Storie fatte di polvere e asfalto e musica. Tre fratelli nati nello stato di New York, lungo le rive del fiume Hudson, con una tipica attitudine da hobo che li ha portati fin da giovani in giro per le vecchie highways americane, sporche di polvere e benzina e musica. Perché la lingua americana non è fatta di suoni – quello è inglese; la lingua americana è fatta di storie. Storie depositate al margine della strada, dove non crescono i fiori. E quando queste storie sono colte dai musicisti, prendono il nome di blues, di folk, di country. Qualcosa di più che semplici etichette che indicano un genere musicale, qualcosa che ha a che fare con l’anima ed il modo si sentirsi e stare al mondo.
Yonder is the Clock è un’espressione presa dalle pagine di Mark Twain, l’autore di quello che secondo Hemingway era il libro dal quale è nata tutta la letteratura americana, Huckleberry Finn. Perché, nel caso non si fosse capito dalle battute iniziali di questa recensione, questo è un album di musica americana dalla prima all’ultima nota, che ben poco si lascia andare alle fascinazioni melodiche d’oltremanica. Siamo più vicini ai territori dei Wilco di Being There che di Summerteth, per intenderci.
Rispetto al folgorante esordio del 2007, Tonight at the Arizona, gli arrangiamenti sono più ricchi ma pur sempre soggetti ad una chiara filosofia lo-fi. Pur mantenendo infatti la loro veste essenzialmente acustica, molte canzoni presentano bellissimi ricami di fisarmonica (Ambulance Man), pianoforte (la struggente Sailor Song, ispirata ai racconti melvilliani), trombe e hammond, e nelle canzoni più veloci (Penn Station, Chicken Wire e l’irresistibile Run Chicken Run), un violino che sembra portare l’ascoltatore direttamente tra la folla del Newport Folk Festival. Il mood dell’album è piuttosto malinconico. Una malinconia però, prettamente americana e distante dallo spleen europeo. È la malinconia tipica dei buskers e degli hobos, qualcosa che ha le necessità di essere cantato per essere compreso. Quello che ne segue è la presenza quasi totale all’interno del disco di struggenti ballads che si alternano tra waltzer e nenie tipicamente folk, come l’incipit del disco, The Big Surprise, che pure presenta delle deviazioni da quello che è propriamente il canone folk, con alcuni effetti rumoristici affidati alle incursioni della batteria. Rispetto all’album d’esordio, si evidenzia infatti una maggiore maturità artistica che dimostra l’inizio di una ricerca musicale più personale, capace di districarsi con abilità all’interno di un genere tradizionale (e conservatore) come la musica folk. Personalità che però non è da confondersi con originalità. Chi dalla musica infatti si attende sempre un qualche elemento di innovazione o di sperimentazione, è bene che stia alla larga da questo album. Sebbene siano tutte aspettative lecite, dagli anni ’90 in poi si è abusato troppo spesso della nozione di “sperimentale” e “innovativo” per distinguere la buona musica dalla cattiva. Personalmente, ritengo che attualmente, in un mercato saturo come quello musicale, dove l’offerta grazie ad internet è praticamente sconfinata, l’unica vero fattore che dovrebbe fare da cernita sia la sincerità, l’onestà o comunque, qualcosa che abbia a che fare con il concetto di purezza artistica. Qualcosa di cui spesso la musica inglese ha fatto volentieri a meno, mentre quella americana, proprio per il fatto di essere espressione dell’anima di un popolo, ha custodito gelosamente. Il rischio di una scelta del genere è quella di vedere relegato questo splendido album all’interno dei confini della musica di genere, tra le mura di un ghetto dalle pareti colme dei poster e dei fantasmi di Woody Guthry, Pete Seeger, Johnny Cash e ovviamente il solito Dyaln, col suo ghigno sornione e beffardo, sempre sull’orlo di prenderti per il culo.Eppure, il fatto di suonare come classici non dovrebbe essere altro che indice della grande abilità dei Felice Brothers. La musica pop sembra essere l’unico tipo di arte per cui lo status di “classico” sembra essere un demerito. Eppure, finchè l’uomo avrà nelle mani una chitarra, o un’armonica, o il semplice battere del suo piede, queste canzoni esisteranno sempre. Perché, riprendendo una frase di Jean Cocteau, “queste storie non accadono mai. Sono sempre”.
Ma, fondamentalmente, c’è un semplice motivo per cui ascoltare Yonder is the Clock e tenerselo ben stretto nei mesi a venire: difficilmente troverete in questo 2009 un altro disco con una tale sequenza di belle canzoni.
1. The Big Surprise
2. Penn Station
3. Buried In Ice
4. Chicken Wire
5. Ambulance Man
6. Sailor Song
7. Katie Dear
8. Run Chicken Run
9. All When We Were Young
10. Boy from Lawrence County
11. Memphis Flu
12. Cooperstown
13. Rise and Shine
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
Tonight at the Arizona, Loose/V2, 2007.
The Felice Brothers, Team Love, 2008.
Yonder is the Clock, Team Love, 2009.
GIOVANNI DI BENEDETTO, LUGLIO 2009. Prima pubblicazione: My Desk.
Commenti
Come ho scritto nella battuta finale, questo è l'album del 2009. Consigliatissimo. Su Youtube c'è solo qualche registrazione live amatoriale, mentre sul myspace ci sono tre canzoni tratte da questo album: Penn Station, Buried in Ice e Cooperstown. Iniziate ad ascoltare Buried in Ice. Se il vostro giudizio è favorevole, buttatevi a capofitto su tutto l'album, poichè la qualità non è mai al di sotto di questa splendida canzone.
è un sound un po' arrugginito, non so come dire. Ma non è male.
Mi sembrano fermi a 30, 35 anni fa. Poco male, eh? Però...
"Tre fratelli nati nello stato di New York, lungo le rive del fiume Hudson, con una tipica attitudine da hobo che li ha portati fin da giovani in giro per le vecchie highways americane, sporche di polvere e benzina e musica"
> Hobo di sangue italiano? Questo è curioso...
"Yonder is the Clock è un?espressione presa dalle pagine di Mark Twain, l?autore di quello che secondo Hemingway era il libro dal quale è nata tutta la letteratura americana, Huckleberry Finn"
> Questa mi mancava:) Grande rilievo.
Su Deezer è possibile ascoltare in streaming il loro album di debutto, Tonight at the Arizona ( http://www.deezer.com/music/the-felice-brothers/tonight-at-the-arizona-3... )e il secondo, omonimo ( http://www.deezer.com/music/the-felice-brothers/the-felice-brothers-355504 ).
2. vero, ma, come avrai letto nel resto della recensione, per me è un pregio!
3. Nonostante le ricerche, non sono riuscito a trovare nulla che accerti le origini italiane che sembrani celarsi dietro al cognome. Comunque, la loro biografia (la si può leggere anche sul loro sito) è assai interessante davvero.
4. Anche altre canzoni hanno dei rimandi lettereri. Comunque, hanno un'ottima penna. Uno dei tre fratelli, non ricordo bene quale, comunque l'autore dei testi, in America ha pubblicato anche due romanzi.
Leggendo un po' le recensioni internazionali su questo disco, più di una celebra questo disco come una delle cose più belle dell'anno. E anche due stimati siti musicali italiani come Il Popolo del Blues ( http://www.ilpopolodelblues.com/rev/maggio09/recensione/felice-brothers.... ) e Rootshighway ( http://www.rootshighway.it/recensioni/felice.htm ) hanno speso bellissime parole. Insomma, un disco da avere, secondo me! :)
grazie per le ottime integrazioni, GDB;)
per far apparire i link: crea uno spazio prima e dopo l'estensione, cioè prima di http e dopo html
grazie della dritta Gianfranco!
Questo disco mi ha entusiasmato, è inutile nasconderlo. Non potevo non condividere quest'entusiasmo anche qui su Lanke! :)
ben fatto.