C’era una volta un gruppo chiamato Undertones, cinque ragazzi nord-irlandesi che di “sommesso” non avevano nulla: fecero il botto già con il primo singolo, “Teenage kicks”, edito nel 1978, uno di quei brani che hanno tutto della semplicità del punk più puro e tutta la classicità dell’evergreen. Una canzone che entra in testa dopo i primi due accordi di chitarra e che, con il ritornello, che segue le strofe quasi senza soluzione di continuità, aggancia qualunque neurone inizialmente resistente. Il loro primo album, “The Undertones”, è sullo stesso livello: secondo il sottoscritto, una delle migliori opere punk di ogni tempo. La magia durò poco: già con il secondo album la necessità di monetizzare, giusto per vivere e riuscire a bere qualche birra, cominciò la demolizione di quella fantastica formula che li aveva resi celebri per un quarto d’ora e l’opera di frantumazione continuò per altri due lavori. “The sin of pride”, il canto del cigno datato 1983, è quasi avvilente nel tentativo di agganciare gli ascoltatori che guardano alle classifiche, tra tastiere, suoni sintetici e un pop ancora intelligente, ma che non può non scontentare i vecchi affezionati, senza però attecchire sul grande pubblico. Il gruppo si scioglie.
Il cantante, un lungagnone nasuto di nome Feargal Sharkey, è stato probabilmente il protagonista della lunga fase di svilimento del suono Undertones. Messosi in proprio, ha centrato al primo tentativo il successo da primo posto nella classifica inglese: “A good heart”, una canzone scritta da uno dei visi più deliziosi del rock anni ’80, Maria McKee dei Lone Justice (sorella di Brian MacLean, un tempo nei Love di Arthur Lee), sfonda e conquista il pubblico inglese e Feargal Sharkey diventa una star. Pubblica anche un album omonimo l’ex-cantante degli Undertones, un disco di una povertà d’idee e di suoni da far spavento: la sua carriera si fermerà con quel primo e unico album (non tengo di quello che è successo negli ultimi anni… reunion degli Undertones, come qualunque vecchio dinosauro!).
E gli altri Undertones? Due di loro, i fratelli Seán e Damian Ó’Neill, chitarra e basso, scontenti e forse irritati per la fine della loro band, si rimisero all’opera: a loro si unirono il batterista Ciaran McLaughlin, il chitarrista e tastierista Réamann Ó’Gormaín e l’unico extra-irlandese del nord, il cantante Steve Mack, proveniente da Seattle, Washington. That Petrol Emotion, il nome scelto dal quintetto, proviene da una vecchia canzone che Réamann Ó’Gormaín suonava con un suo vecchio gruppo. Da un vecchio Mucchio Selvaggio, ricavo anche questa riflessione di Seán Ó’Neill riguardo al nome: “È un feeling difficile da descrivere, una frustrazione avvertibile quando si vive in Irlanda del Nord; una rabbia ed un senso di impotenza nei confronti di tutto”. I proclami politici non mancheranno nella storia dei That Petrol Emotion.
Due singoli di riscaldamento, “Keen” e “V2” (del secondo posso dire qualcosa: trattasi di canzone dal suono a dir poco inquietante, a rigor di logica dato il titolo) e il primo album è pronto: “Manic pop thrill” esce nell’autunno del 1986, un’annata che aveva già regalato meraviglie come “Lifes Rich Pageant” dei R.E.M., “Free dirt” dei Died Pretty, “The big heat” di Stan Ridgway, l’esordio degli italiani Boohoos e CCCP, “London 0 Hull 4” degli Housemartins, l’unico album dei Redskins e qui mi fermo. “Manic pop thrill”, pur di fronte a lavori come quelli citati, è un capolavoro assoluto, uno dei miei album preferiti di tutti i tempi e un vertice qualitativo del gruppo: come successe con gli Undertones, i That Petrol Emotion si perderanno album dopo album, non prima di aver regalato ai loro pochi aficionados un secondo lavoro del calibro di “Babble”.
“Fleshprint” è il passaporto ideale per entrare nel mondo di “Manic Pop thrill”: la chitarra è di quelle che fanno male, il ritmo sembra impazzito, le atmosfere glaciali. È una “V2” accelerata e amplificata all’ennesima potenza. Il suono è perfetto (merito della mano di Hugh Jones), la voce di Steve Mack non fa rimpiangere quella splendida e particolare di Feargal Sharkey e anche se il cielo dell’Ulster è freddo e nuvoloso, il viaggio si preannuncia straordinario.
“Il re dei martiri è senza voce”.
“Can’t stop” sembra rallentare il ritmo, ma non la tensione esaltante, ma è solo l’incipit: lo stato di grazia del gruppo è palese ascoltando la facilità con la quale escono strofe e ritornelli memorabili. Un muro di chitarre stordente.
“Non posso arrestare la caduta”.
Con “Lifeblood” il ritmo rallenta per davvero, ma solo per intrigare ancora di più. Potremmo chiamarlo blues dell’Ulster, schizofrenico esercizio d’intelligenza musicale, sormontato da un sibilo di vento gelido che sembra uscire dalle casse. Chitarre in libertà e basso stakanovista.
“Non posso ascoltare la voce della ragione”.
Il primo vero e proprio momento di pausa porta il titolo di “Natural kind of joy”, un valzerino (come lo definivano tutti i recensori dell’epoca) tenue e leggero come una birra chiara, che sul finale si trasforma in un piccolo tripudio di chitarre alla Byrds. Una boccata d’aria umida irlandese.
“Sotto una luna buia e silenziosa”.
“It’s a good thing” è un altro momento pop, ma d’intelligenza tale, da non sfigurare per nulla. Un ritornello assassino, che dovrebbe portare una canzone del genere in vetta ad ogni classifica (se il mondo girasse per il verso giusto) e le chitarre che non mancano di sporcare l’allegria contagiosa del pezzo.
“I silenzi urlanti”.
Il finale della prima facciata è affidato a un altro dei piccoli capolavori del disco. “Circusville” è una di quelle canzoni che io definisco circolari, a “loop” (un altro esempio di questo tipo, per la mia testa bacata, è “The day I tried to live” dei Soundgarden). Un giro di basso sempre uguale, ma che cambia di tonalità, una tastiera da circo che introduce la canzone e le strofe che si avvitano su sé stesse sino al termine. Finale da tregenda con gli strumenti in semilibertà. Chissà cos’ho scritto…
“È pericoloso mostrarti rispetto”.
Dopo un primo lato di tale livello, ci si chiede come potrà funzionare allo stesso modo il secondo. I That Petrol Emotion, per quanto riguarda il mio giudizio, devono avermi anticipato e accontentato, perché, memori della mie passioni (?), hanno affidato l’introduzione della seconda facciata a una sensazionale canzone per chitarre e riff. “Mouthcrazy”: quanto basta per stendere il sottoscritto. Due riff che s’incrociano in maniera superlativa, durezza da hard-rock che fa rizzare i pochi capelli che restano in testa, assoli di puro sapore punk e un ritornello geniale nella sua semplicità, ancora una volta. Cosa dire? Se questo disco fosse una donna, lo avrei invitato a cena al primo ascolto.
“Non parla mai con nessuno”.
Senza alcuna soluzione di continuità, “Tightlipped” stende anche le minime resistenze sopravvissute e si erge forse a capolavoro assoluto del disco (ma come si fa a scegliere in tanta meraviglia?). Si ritorna alle atmosfere glaciali di inizio album, con un giro di basso ipnotico e una canzone di compattezza straordinaria. Commovente il ritornello, con il coro in sottofondo che smuove anche un cuore di pietra, pur in presenza di un ritmo schiacciasassi di questo tipo; e ancora il vento gelido e pungente del nord che permea tutto…
“Riesci a vedere attraverso il silenzio e le bugie in rilievo?”.
La seconda pausa del disco è all’insegna dei Velvet Underground: “A million miles away” potrebbe far parte del terzo disco di Lou Reed e soci. Il tempo per un’altra birra che rimpiazzi il sudore sprigionato fino a questo momento.
“Più vicino al paradiso che alla vita”.
“Lettuce” è una ballata permeata di tutta la drammaticità nord-irlandese, tesa, sofferta e picchiata sul rigo musicale. Due minuti di tensione allo stato puro, impreziositi dalla voce di Steve Mack e dalla chitarra che riempie qualunque vuoto, come una barricata: e fredda come una lacrima cristallizzata.
“Non posso dormire, non posso respirare”.
Siamo quasi alla fine di “Manic pop thrill” e i That Petrol Emotion ci regalano il momento di autentica pazzia. “Cheapskate” ha un padre chiaro e preciso, il pazzamente sano Don Van Vliet, alias Captain Beefheart. È il pezzo meno interessante dell’album? Forse sì, ma ci si diverte a seguire gli andirivieni ritmici, le chitarre che spaziano in ogni dove e il finale in libertà, dove gli strumenti sembrano fermarsi per mancanza di corrente elettrica. Insomma, un po’ di pazzia ci vuole: saranno mica irlandesi per nulla…
“Una faccia affamata/senza una parola/ascolta i ritmi/che stanno scemando”.
“Blindspot” chiude questo viaggio nelle terre dell’Ulster ancora all’insegna dei Velvet Underground, ma in maniera più compiuta e personale che non in “A million miles away”. È il saluto di un gruppo che si ripresenterà l’anno successivo con i suoni neri e bollenti di “Babble”, un carpiato tanto sorprendente, quanto entusiasmante.
“Ma nel polverone fumoso/ti sei perso ancora e ancora e ancora e ancora”.
Gli anni ’80 musicali non sono solo Sabrina Salerno, Sandy Marton e ? (aggiungete un epiteto a scelta) simili; non solo pop sintetico e house. Negli anni ’80 è cresciuta la scena di Seattle, che ci ha regalato le migliori emozioni musicali dell’ultimo ventennio; negli anni ’80 i R.E.M. ci hanno deliziato con i loro capolavori assoluti; negli anni ’80, verso la fine, tre mostri sacri (per alcuni, dinosauri) come Neil Young, Lou Reed e Bob Dylan, sono risorti con tre album memorabili, tra i loro migliori di sempre; negli anni ’80 la scena indipendente statunitense ha sfornato una messe di album di qualità e quantità impressionante e non provo nemmeno a stilare qualche titolo, altrimenti riempio il mio hard-disk. Gli anni ’80 ci hanno deliziato anche con questo esordio dei That Petrol Emotion, uno dei miei dischi da isola deserta, un disco di tempeste gelide che riscalda il cuore: un’impresa che poteva riuscire solo a degli irlandesi.
DISCOGRAFIA
Final flame (2000); Fireproof (1993); Exploded view [antologia] (1993); Chemicrazy (1990); The double Peel Sessions (1989); End of the millennium psychosis blues (1988); Babble (1987); Manic pop thrill (1986)
BIOGRAFIA
Nati da due costole degli Undertones, i fratelli Seán e Damian Ó’Neill (chitarra e basso rispettivamente), i That Petrol Emotion arrivano all’esordio discografico nel 1985, con due 12 pollici, “Keen” e “V2”. Oltre ai fratelli Ó’Neill, il gruppo comprendeva il cantante statunitense Steve Mack, il batterista Ciaran McLaughlin e il chitarrista e tastierista Réamann Ó’Gormaín. L’anno successivo è la volta del primo album, “Manic pop thrill”, seguito nel 1987 da “Babble”, un disco prodotto da Roli Mosimann (anche musicista negli Swans), un disco di musica nera di intensità disarmante. Il terzo lavoro, “End of the millennium psychosis blues” (1988), raffredda gli entusiasmi e si rivela ben poca cosa rispetto ai precedenti. L’attenuarsi della durezza musicale, non porta nessun giovamento al gruppo in termini monetari, proprio com’era successo agli Undertones. “Chemicrazy”, il quarto lavoro (1990), segna una piccola ripresa, ma all’insegna di una musica “normale” che poco si adatta al gruppo di “Manic pop thrill”. A quel punto il sottoscritto ha mollato la presa, ma anche i That Petrol Emotion non hanno resistito a lungo: un solo altro album inedito, “Fireproof” del 1993 e la parola fine ha chiuso la loro storia.
Caio. 2005
per approfondire: http://en.wikipedia.org/wiki/That_Petrol_Emotion
http://www.caio.it/musica/index1.htm
Commenti
Raccontava Caio: "C?era una volta un gruppo chiamato Undertones, cinque ragazzi nord-irlandesi che di ?sommesso? non avevano nulla: fecero il botto già con il primo singolo, ?Teenage kicks?, edito nel 1978, uno di quei brani che hanno tutto della semplicità del punk più puro e tutta la classicità dell?evergreen."
Buon ascolto;)
"?È un feeling difficile da descrivere, una frustrazione avvertibile quando si vive in Irlanda del Nord; una rabbia ed un senso di impotenza nei confronti di tutto?. I proclami politici non mancheranno nella storia dei That Petrol Emotion."
> Buona ragione per (ri)scoprirli, direi.
http://www.esmark.net/tpe/tpe.htm fan site
I ''That petrol emotion'' io li vidi dal vivo a Rockin'Umbria negli anni Ottanta - mi sembra verso l'Ottantotto, ma posso sbagliarmi. E anche i ''Jesus and Mary chain'', sempre a Rockin'Umbria. Interessanti mi erano sembrati prima per quanto tipicamente ''angloaltezzosi'' mi parvero dopo le loro esibizioni. Meglio altra gente, che dava il massimo - fra i quali i nostri Litfiba, che nell'87-'88 erano forti: li vidi due volte e mi piacquero... new wave nostrana gagliarda e tosta. Latina!
ciao, caro
Sergio