“around me
in a bloody sea
to breach the hive
and smoke the bees
you can be my friend
you can be my dog
you can be my life
you can be my fog”
(“Apple Bed”, Sparklehorse).
Malessere, malinconia, rimpianto: queste le corde che va a toccare l’ultimo album del progetto Sparklehorse, ideato e curato dall’eclettico e poliedrico Mark Linkous, giovane farmer della Virginia. È un disco inconsueto e dalle sonorità affascinanti; lento, suggestivo, avvolgente.
Iniziano ad echeggiare, in questo terzo lp dello Sparklehorse, le prime, vistose influenze dai Radiohead: l’esperienza da gruppo-spalla, il sodalizio artistico e l’amicizia che lega Linkous a Yorke e compagni hanno arricchito e contaminato in maniera evidente la sua produzione.
Allora, “It’s a wonderful life” è un album di ballate e di brevi e folgoranti espressioni di autentica rabbia rock; è un disco uniforme e coerente dal principio alla fine, giocato su introspezione e poesia, amarezza e desiderio.
È l’armonia dell’isolamento e la dolcezza della rinascita spirituale di un uomo che sembrava essersi pericolosamente intrappolato in una logica di autodistruzione e nichilismo; c’è il retrogusto del ritorno alla natura e del sogno d’esser compositore d’una musica nuova, e la soddisfazione di sperimentare la convergenza di strumenti differenti e a volte distanti dalla tradizione rock.
“Piano Fire”, la terza traccia dell’album, ospita Polly Jean Harvey al piano e alla chitarra elettrica: ed è una collaborazione che lascia il segno, perché il pezzo va ad alterare i toni delle prime due canzoni sofisticandole di esasperazione e di distacco. Simmetricamente, corrisponde al sesto pezzo, “King of nails”, quasi a voler suggerire che allo strapiombo dell’introspezione corrisponde una ripresa furiosa ed estrema, un inno alla vitalità e al desiderio di affermazione dell’individuo. Questo distacco s’esprime in maniera davvero efficace nel quarto brano, “Sea of teeth”, un’elegia romantica e suggestiva.
“Can you feel the rings of saturn on your finger? can you taste the ghosts who shed their creaking hosts? but seas forever boil, trees will turn to soil”.
Idealmente, “Sea of teeth” si può accostare alla traccia successiva, “Apple Bed”: queste due vette liriche del disco, confessioni solipsistiche e descrizioni d’una spiritualità danneggiata e in cerca di ritorno alla vita, (“I will feel the sun, I will feel the sun coming down”) sono frammenti d’autentica poesia.
Appena un gradino più in basso si può collocare il settimo brano “Eyepennies”, un carillon d’un ragazzo in crisi esistenziale e dal pianto facile riaccordato da un musicista più maturo e disilluso; “I held my hand in the fire it burned me down to the wires”, che ancora si ripromette “I will return here one day and dig up my bones from the clay I buried nails and string and hair”.
Compare Tom Waits tra gli autori e gli interpreti di “Dog door”, l’ottavo pezzo del disco; pezzo notturno e delirante, alcolico e seducente: un’istintualità tutta ferina e un’umanità che più scompaginata e deragliata non si può immaginare.
Complessivamente, si può affermare che il progetto Sparklehorse va a annidarsi tra quei gruppi europei, come Mercury Rev, Radiohead e Deus, che da diversi anni vanno distorcendo le sonorità rock e sperimentando nuove alchimie; meno grezzo dei primi dischi dei Deus, meno laborioso e concettoso dei Radiohead, meno bizantino dei Mercury Rev, Mark Linkous è un musicista piuttosto originale e dal futuro assai promettente; a condizione che si continui, infischiandosene delle risposte del pubblico, sulla strada di questa espressione musicale disillusa e rabbiosa; l’elegia del rimpianto e dell’amarezza di un giovane musicista della Virginia, che vive in una fattoria, distante dai disordini e dalle volgarità del mondo, può regalare esiti nuovi.
Certi rallentamenti del disco, dapprima suggestivi fino a essere ipnotici, a qualche mese di distanza dai primi ascolti dell’album divengono piuttosto ripetitivi ed estranianti; c’è più di qualche segno di disturbo e di alienazione, ed è tutta energia e immaginazione spumeggiante e magmatica da trasformare e tradurre in nuova musica.
Disco consigliato a quanti apprezzano gli ultimi Mercury Rev e le ballate malinconiche di Thom Yorke.
“your first burning breath / was a symphony / and a ship full of horses / was going down at sea”
(“Babies on the sun”, Sparklehorse).
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e GENESI DEL GRUPPO.
It’s a wonderful life, Emi, 2001.
Good Morning Spider, Capitol, 1998.
Chords I’ve Known, Ep. Slow River, 1996.
Vivadixiesubmarinetransmissionplot, Capitol, 1995.
Mark Linkous, cantautore originario della Virginia, dove vive in una fattoria a Bremo Bluff, è stato un componente dei “Dancing Hoods” negli anni Ottanta e dei “Salt Chunck Mary”. Ha dato vita al progetto Sparklehorse nel 1995. È stato, in precedenza, spazzacamino e pittore. Il demo del suo primo disco, “Vivadixiesubmarinetransmissionplot”, conquista la Capitol e diventa un successo nel circuito delle radio alternative. Nel 1996, dopo un concerto dal vivo tenuto a Londra, Linkous ha mescolato degli antidepressivi con il Valium: la tragedia è stata, per fortuna, soltanto sfiorata. Trascorso qualche anno, ha pubblicato “Good Morning Spider” negli ultimi mesi del 1998. Il disco della definitiva affermazione, “It’s a wonderful life”, pregiato dalle collaborazioni di Tom Waits e Polly Jean Harvey, è stato stampato nel 2001.
Fonte principale delle informazioni biodiscografiche è stato il sito ufficiale della band e il fan-site ufficiale,
Gianfranco Franchi, Lankelot, maggio del 2003. Donec ad metam.
Dedicata al grande Stefano, Closer, webwriter storico di ciao.com.
Prime pubblicazioni: Lankelot.com, Kaizenlab, Supertrigger
IN LANKELOT:
Sparklehorse - It's a Wonderful Life - franchi
Sparklehorse & Danger Mouse - Dark night of the soul - rapace
Commenti
Mercury Rev, Radiohead e Deus: sì, queste le influenze e i gruppi ideali per inquadrare gli sparklehorse.
Mark Linkouse, forse, si caratterizza per una essenzialità maggiore e le sonorità più lo-fi e leggermente folkeggianti.
Tutte ballate da pelle d'oca, comunque. Apprezzo quasi più questo disco dell'impronunciabile Vivadixiesubmarinetransmissionplot, col quale si è affermato.
It's A Wonderful Life
I am
the only one
can ride that horse
th'yonder
I'm full of bees
who died at sea
it's a wonderful life
it's a wonderful life
I wore
a rooster's blood
when it flew
like doves
I'm a bog
of poisoned frogs
it's a wonderful life
it's a wonderful life
I'm the dog that ate
your birthday cake
it's a wonderful life
it's a wonderful life
it's a wonderful life
Questo è stato un disco davvero incomprensibilmente sottovalutato. Sono sempre felice quando m'accorgo che nella nostra riserva indiana è capito, pure da una minoranza. Ricordo la tua ottima recensione, dico che è il caso di ripubblicarla:)
Disco da orgasmo. Passato sottotraccia. ma sconvolge assai !
Dovemo ritirallo su 'sto disco. Scrivice su Fa'!
E frà c'ho un sacco de cose in testa.. ma mi devono esplodere tra le dita.. verrà tempo anche per questo disco.. quando farà più freddo. Si scrive meglio con il freddo :D
Vivadixiesubmarinetransmissionplot è di altissimo livello, pure.
Good morning spider non cìè male, ma il lavoro meno riuscito.
Anto', se li hai tutti e li hai sentiti per bene che aspetti? Noi ne sappiamo poco. Facci un regalo. E andiamo no?
Un po' impegnato, e non ci sto tanto ancora con la capoccia. Ma domani mi ritaglio un po' di tempo, sì.
...beh, dal vivo loro sono fenomenali...li ho visti al Tunnel di Milano anni fa...una donna incinta sul palco, lui coi capelli sudatissimi incollati al suo volto trasparente...magia pura quella notte...potevi sentire ogni singolo rumore....una concentrazione spasmodica...ad occhi chiusi...lo sentivi...e lo potevi sentire mentre precipitava da un balcone...