Sigur Ros

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Sigur Ros

Niente. Silenzio. Vuoto. Profondità. Alba. Tramonto. Tutto dentro due parentesi vuote "( )", una vagina virtuale dentro cui ritornare, come un reflusso del parto, come se il liquido amniotico non fosse mai abbastanza, e occorra ubriacarsene fino a stramazzare avvelenati al suolo per la composizione chimica ingerita. Mi chiedo ogni quanto nascano gruppi che sfiorino la genialità e innovazione la scena contemporanea musicale, gruppi che arrivino in odore di santità senza nemmeno dare un segno, ma fluttuando verso l'alto, senza avvertire.
I Sigur Ros sono un blocco di ghiaccio duro da digerire: scaturisce patologica congestione, e conseguente colpo apoplettico uditivo; lontani dal classico ascolto da autostrada, da doccia, da festa (a meno che non sia un ritrovo yoga meditativo e trascendentale, magari leggendo "Bhagavad Gita" a voce sommessa). Sono esperienza, al prima ascolto, poi si trasformano in droga, facendo del male, corrodendo, poi diventano abitudine, affetto, amore. Emozioni variegate che elevano.

 

 Islandesi: folletti amorfi inchiodati nelle foto dei reportage musicali, i componenti sono crisalidi musicali ibernate e lasciate sotto lastre di ghiaccio perché noi le possiamo ammirare come relitti fossili. I loro dischi invece sono un'esperienza sonora e visiva. Sono incredibilmente culturali, fastidiosamente post nucleari nella loro tessitura armonica. A discutere sul genere da loro suonato si passerebbe la nottata. Gli azzardi critici si sono sviluppati a dismisura: si parla di ambient, di post rock, sperimentazioni sonore, di un genere "nuovo", a detta di alcuni. Dannata critica. 
Le sonorità dei Sigur Ros hanno ampissimi riferimenti all'ambient, prima di tutto, il post rock è solo una derivazione contemporanea obbligata, un grande pentolone dentro cui vengono versati tutti i dischi che oggi esulano dai classici e abitudinari canoni compositivi. Ma pellegrinando per la discografia della band, scavando sul lato argentato del loro disco, si scoprono di meraviglie. Primariamente riecheggia dal fondo, come un manifesto, la più grande lezione offerta da Brian Eno con le sue concettualizzazioni musicali di "Music For Airport", ampliata, in seguito, con la collaborazione di Eno con quel demonio fuorviato di Fripp (chi non sa che fine abbia fatto l'ex Robert King Crimson è invitato a cercare qualche notizia in internet, non voglio privare nessuno della sorpresa) nell'incredibile disco "No pussyfooting"; c'è un debito pressante nei riguardi di un disco stupendamente lucido (e orrendamente relegato alla non conoscenza) che è "Transulcence" di John Foxx, ex Ultravox, più Harold Budd. Un buon tappeto ambient alla base, ambient della miglior fattura, l’ambient che ha fatto scuola. Unito a quest’embrione, a formare placenta, involucro sonoro, il discorso ampio dello shoegaze alla maniera Cocteau Twins, Slowdive, contribuisce fortemente a ridefinire il sound della band. Scaturisce così una crasi sonora. Una ricetta difficile da ridefinire. Il suo contributo prepotente, e il peso marginale, ma pur sempre presente, lo offrono anche produzioni discografiche come quelle di Spectrum (alias Pete “sonic boom” Kember), inglesino tutto acidi e psichedelia, che ha vetrificato la scena dream experimental pop con versamenti di acidi cloridrici corrosivi. E qui la corsa forsennata, impazzita, senza criterio, verso le derivazioni frammentarie come tracce di geni in una lunga catena di DNA: i Flying Saucer Attack di Matt Elliot dei primi anni ’90, la catena impazzita degli Spiritualized, risorti dalle ceneri degli Spaceman 3 (dove giustappunto militava Pete Kember Sonic Boom Spectrum). Un enorme sentiero musicale di fine anni ’80 primi ’90, sistemato come tessere di un domino, che giustificano la cultura esagerata dei Sigur Ros, rendendola preziosa, come la magia illusionistica della scomparsa della newyorkese Statua della Libertà. Ascoltare i dischi dei folletti islandesi, crescere dalla loro prima produzione, fino all’attuale, è un viaggio dentro un’enciclopedia citazionistica macilenta. È tutto un micro/magico mondo.  


Appurato che discutere di un genere preciso risulti riduttivo, quanto lodevole per l’attitudine musicale dei quattro signorini islandesi, i riferimenti citati sono solo un’automasturbazione di chi scrive, per intenderci, resta il fatto che i Sigur Ros sono una sbronza musicale contemporanea proprio perché schegge impazzite sui rotocalchi e trasmissioni radiofoniche di oggi. La voglia di scoprire cosa ci sia dietro le tracce, i suoni, sono solo fastidiose elucubrazioni obbligate dal quotidiano bisogno di depurazione di ciò che non si conosce, e non si capisce, dell’imprecisata produzione musicale. Le orecchie di oggi, a dirla onestamente, sono state troppo coccolate da normalissime e facilone mercificazioni del sound contemporaneo. Era ora di cambiare, e il cambiamento, si capisce, sconvolge.  
I quattro puffi del suono vengo dall'Islanda, col loro fardello di musica, nient’altro da aggiungere, e che crolli pure il muro di citazioni che spaziano fin dentro la psichedelia retrò di fine anni ’60, che scomodano persino il “Piper…” dei Pink Floyd. I Sigur Ros sono Dogville: case fatte di linee, di niente, nulla, nessuna cosa, a parte gli abitanti al loro interno. È un mondo a parte, messo tra parentesi, e tanto basta per dire che questi quattro signori sono dannatamente innovativi, a prescindere dal post rock, dall’experimental, dall’ambient o chissà cos’altro.
L'universo della band è reperibile appieno sul sito non ufficiale, un fan site: www.sigur-ros.co.uk, su cui trovare gli spettacolosi video, apprezzare il loro amore per il mondo dell'infanzia, vedere immagini live. Conoscere il mondo. Quel mondo.


Un cantante chitarrista, basso, tastiere e batteria. Campionatori, chitarre suonate come violoncelli, bassi strusciati, tastiere che mandano in aria bolle di sapone di suono. La composizione della band trova origine in "Von", album difficile, astruso, tutto suoni e elucubrazioni elettroniche, ostico all’ascolto dei neofiti. Godibile per chi rovista dentro lo sperimentalismo da sempre.Segue "Agaetis Byrjun", più elevato al grande pubblico, ancora ermetico, ma accessibile. Vengono ampliati i discorsi riconducibili all’ambient, con sbuffi post veramente ben assestati. Il disco ha consacrato la band al grande pubblico.
Il 2002 è stata la volta di ( ), Untitled, un album di niente, fatto di nuvole. Senza titolo di copertina, e senza titolo delle tracce. Cantato tutto in una lingua inventata. Da qui in poi i Sigur Ros sono diventati un fenomeno di culto, di teatri saturi, sold out ogni data dei concerti. Vederli dal vivo diventa un’esperienza da condividere. Un pieno trip in gola. Un acido. Da stare fermi e farsi sbattere dalle onde sonore. Da qui in poi diverranno la droga di pochi, il passatempo di molti. È strano come un gruppo simile abbia conquistato la ribalta dei palchi (finendo, oggi, addirittura, sulla programmazione radiofonica con "Hoppipolla", secondo singolo di "Takk").


Oggi la band si è imposta nelle classifiche (trentaquattresimi nella mondiale delle vendite) con "Takk", il loro album "più rock" hanno annunciato loro. Poco importa se sia rock, diverso, o uguale. La band è destinata a diventare storia della musica prima della loro scomparsa. La discografia propone validi intervalli come "baba tiki dido", ep con "Ny battery"; o "von brigdi (Rycicled)", album di remix dei loro brani ad opera di altre band (tra cui i santificati Mùm), fino a "Angels of the universe", OST di Hilmar orn Hillmarsson.

"Untitled", o "( )", comunque vogliate chiamarlo, è un’esperienza che non deve mancare nelle camere o case di chiunque ascolti musica. Il fatto che venga plurirecensito, e nominato, o che conti un numero imprecisato di siti che ne fanno riferimento nel contatore di google, non significa che possa arrivare a tutti, e la pecca maggiore della varietà della musica. E mi sta bene, terribilmente bene. Untitled viene aperto, soffiato, cadenzato. Una grande vasca sonora, di schiuma di bruma, di pensieri tangibili.


(1: pianoforte, soffio, il vuoto che viene riempito. La prima traccia getta già il cemento per l’intero album, per la costruzione di un palazzo di zucchero e carta lucente. Gli effetti utilizzati in sottofondo tessono una melodia che risuona celestiale, di una freddezza annientante. Un tappeto di tastiere è sempre presente ma non si fa sentire. Il gioco dei Sigur Ros è quello di nascondersi dietro fronde di alberi, spiarci dentro l’animo, svuotarci di ogni singola ansia e alleggerirci la giornata. Avvilupparci. Poi il silenzio diventa corale, con la voce effettistica che ricorda quella di bambini, di dolci melodie infantili (la band non fa altro che infilare piccoli ometti in crescita in ogni suo video (spettacolare quello coi bambini trisomici 21 vestiti da angeli) che riempiono di serenità la loro musica già morbida. Il video, commuovente, lo si può trovare sul sito www.sigur-ros.co.uk.
(2: è un brano particolare, importante, di sicuro da segnalare. È il primo che si stacca dalle sonorità passate per aprire il discorso che verrà poi ridisegnato in Takk (ultimo lavoro). Sempre presenti soffi di voci, luccicanti. La voce entra, come una lama, affonda nel rallentamento ritmico e liquido che viene delineato. La precedente produzione (compreso anche il qui presente "( )") è sempre stata dotata di una certa meditazione musicale, involuzione armonica di un’implosione empatica. Questo brano è sì seduto, levigato, ma propone una crescita musicale che poi esploderà con Takk. Il brano cresce sulla fase finale, come ogni produzione sigurossiana.
(3: organo. Muto. Poche note. Le nuvole si scontrano e producono rumore, come pensieri cattivi o ridicoli. Il pianoforte si specchia nel classico monocorde. La crescita della melodia crea un fantasioso pulsare di vitalità. È una traccia strumentale che anticipa lo stacco musicale che la untitled 4 (di un pop macabramente di classe). Si mischiano le piccole sintesi di suoni, ci si avviluppa in carillon dolcissimi e delicati. La morte sembra gioviale, su questo stralcio musicale.
(4: è un ovulo di suono che ribolle. Blow, blow, degli effetti della chitarra. L’organo arriva, ci traccia il ritornello. La batteria scolpisce un ritmo vichingo. Poi l’erezione sonora: esplode. Boom. Dolce, sensuale, arpeggio di effetti chitarristici. L’organo che si solleva verso l’alto, in due incisioni. Non si capisce da dove provenga il suono. Piccoli stridori infantili. E inizia la poesia. La traccia è (per chi volesse recuperare un riferimento cinematografico) parte della OST di Vannilla Sky, in particolare, il momento in cui Tom Cruise risale nell’ascensore, verso l’alto, verso il cielo vaniglia e sfumato tramonto/alba che lo attende sul terrazzo del grattacielo della grande multinazionale. Il brano è un intarsiarsi di voci. Una visione pop stile Sigur Ros, una potente lezione di vita e di classe. Tutti i venti euro del cd valgono interamente gli stacchi prima soffiati tra un ritornello/strofa e l’altro, poi cadenzati, burloni e talvolta "flautomozartianimagici", verso il gironzolare dolce e infantile delle tastiere-carillon. I Sigur Ros sono un mondo, e questa traccia è il loro benvenuto. Di questa traccia consiglio la versione live on The Late Show, reperibile su www.sigur-ros.co.uk.
 
…silenzio, prima della untitled 5. Uno stacco. Da qui la parte più ottenebrata dell’album.
(5: è funerea. Triste. Una melodia a testa bassa. Di lucidi stridori vocali. Grandi sbuffi chitarristici trascinati. Grandi organi. Un tepore familiare appagante. Ancora una volta.
(6: la drammaticità di questa traccia riecheggia la sua precedente. È mortifera. Stupendamente soffiata di calore come i geyser islandese. È la più grossa esperienza sonora dell’album. Drammatica nella parte finale da far venire la pelle d’oca.
 
(7: le ultime due tracce sono in tutto 24.45 minuti di musica. Puro martellamento sonoro. Puro viaggio, estrusione psichica e riflessiva. Quest’ultima fase dell’album sono un roipnol mescolato ad alcol. La tristezza è sempre presenta, gli archi delle chitarre qui la fanno da padroni, tirando fuori il lamento più forte e struggente di tutto il cd. Degli organi lancinanti portano in aria un’armonia sintetica, titaneggiante, tutt’altro che avvicinabile. In questa traccia la band spaventa l’ascoltatore al primo ascolto. I piati della batteria ricordano tanto gong orientali.
(8: ha il prologo più comune che si possa trovare nel disco: arpeggio di chitarra, pulito. L’intero brano suona come una ninna nanna d’addio, propone pochi (per il tenore dell’album) lamenti elettronici e campionati. Scorre via sul rimbalzare talvolta di chitarre, talvolta di tastiere, sempre su quell’arpeggio mandato in loop che entra nel cervello (se ascoltato in cuffia). La voce tesse una melodia nenia che ripete sempre e solo le stesse parole riproposte nell’album. Un lieto addio. Un lieto arrivederci. Splendido l’incalzare finale di batteria e effetti, con la chitarra che lamenta con la voce, che alla fine si mescola al suono, che viene sotterrata dal freddo gelido, che esplode, e corre e rincorre e insegue e delira e viaggia e monta e sale e satura l’ambiente.
 
Capolavoro, santi subito.
 
***
 

 


Discografia essenziale della band.


Von – 1997
Von Brigdi - 1998 (Remix)
Ágætis Byrjun – 1999
Angels of the universe – 2001 (Soundtrack, vecchio materiale rivisitato) con Hillmarson.
( ) – 2002
ba ba / ti ki / di do – 2004 ep
Takk – 2005
Sigur Ros sono: Jon Thor Birgisson (voce e chitarra), Kjartan Svensson (tastiere), Georg Holm (basso) e Orri Pall Dyrason (batteria).   
Recensione originariamente apparsa su www.ciao.it, www.popplagid.com. Oggi riveduta per www.lankelot.eu.

ISBN/EAN: 
5413356492224

Commenti

niente, faccio sempre un gran casino con la pubblicazione. Fanculo.

Ora intervengo.

Done:). Soddisfatto?
*
(che spettacolo di disco e di pezzo)

"Sono esperienza, al prima ascolto, poi si trasformano in droga, facendo del male, corrodendo, poi diventano abitudine, affetto, amore. Emozioni variegate che elevano". > splendido passo.

"Sigur Ros sono Dogville: case fatte di linee, di niente, nulla, nessuna cosa, a parte gli abitanti al loro interno. È un mondo a parte, messo tra parentesi, e tanto basta per dire che questi quattro signori sono dannatamente innovativi, a prescindere dal post rock, dall?experimental, dall?ambient o chissà cos?altro". > altro grande momento di critica empatica...

oh ricordo. seppur particolare e in qualche modo emozionante non ha mai saputo creare dipendenza.

è un male!

Sara mi ha regalato Agaetis Byrjun. E chi se lo dimentica.;)

Non conosco il gruppo e quindi chiederò al muletto di procurarmeli...
Diciamo che questa è una prova.

DC

spero non te l'abbia regalato per liberarsene, ma che abbia nel suo scaffale un'altra copia, o che abbia acquistato il disco per fartene omaggio, perchè conscia di regalare un'opera d'arte. PS ho trovato casa all'eur, zona Granai. Se riesco dal 2 ottobre sono a Roma, altrimenti per i primi di novembre.

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