Questo disco è una mina vagante: il solo nominarlo apre tali, tanti e complicati scenari da far impallidire la stragrande maggioranza della musica rock prodotta dagli anni ‘50 sino ad oggi. La sua importanza storica travalica il lato squisitamente artistico, anzi, lo surclassa decisamente; se aggiungo che il disco è un piccolo capolavoro già di per sé, è facilmente intuibile che siamo di fronte ad uno dei punti fermi epocali necessari per comprendere la nostra musica. Prima di parlare del disco, però, è necessario fare un passo indietro.
All’inizio degli anni ‘70, mentre i movimenti giovanili e di protesta cambiavano pelle, una buona parte dei giovani cambiò direzione e guardaroba. Gli hippies abbandonarono i loro semplici vestiti a fiori per indossare i velluti e con il tempo, sarebbero arrivati i lustrini, il gusto kitsch dell’eccesso fine a sé stesso e di conseguenza, il glam (con qualche distinguo qualitativo: David Bowie o Marc Bolan non si possono accostare a Gary Glitter o agli Slade). L’energia dei grandi gruppi rock degli anni ‘60, si stava spegnendo contemporaneamente all’aumentare della superficie dei palchi da concerto, al numero e alla qualità delle luci che illuminavano le rockstars e agli ingaggi sempre più stratosferici. Come accadde con la rivoluzione del rock’n’roll negli anni ‘50, l’industria discografica era riuscita ad imbrigliare l’incredibile afflato creativo della seconda metà degli anni ‘60, che già scaricava profitti ragguardevoli e finì con lo spegnere gran parte di quella genuinità, generando solamente una quantità infinita di rockstars dalla vita media più o meno lunga. Paradossalmente, i gruppi che più si stavano spingendo verso la pura provocazione visiva (come le New York Dolls), finirono con il rappresentare anche il punto di partenza di una nuova era per la musica rock.
… di quel periodo, fine anni ‘60, inizio anni ‘70, che influenzeranno il punk inglese: Stooges, MC5 e Velvet Underground negli anni ‘60 (e un piccolo spazio per i Flamin’ Groovies), New York Dolls e in misura minore i Dictators, successivamente. Per quanto riguarda la parte inglese, il primo movimento glam, non ancora intossicato dalle baracconate alla Gary Glitter: dai Tyrannosaurus Rex (in seguito semplicemente T. Rex) di Marc Bolan, a David Bowie, passando per i primi Roxy Music. Per finire, alcuni artisti lontani dai grandi circuiti discografici e concertistici, i protagonisti della scena pub rock inglese come Dr. Feelgood, Brinsley Schwarz, Nick Lowe e altri, altrettanto importanti, se non fondamentali, per il punk a venire.
Mentre gli inglesi decretavano il successo del glam rock nelle sue varie accezioni, a New York si sviluppava una scena sotterranea strabordante materia grigia. Gruppi dalle grandi potenzialità, cominciarono a riunirsi in alcuni locali dai nomi ormai storici: Max’s Kansas City e CBGB’s. Quest’ultimo, dall’acronimo significativo di Country BlueGrass Blues, si convertirà alla promozione dei nuovi germi musicali; al CBGB’s muovono i primi passi i Television (che avevano iniziato come Neon Boys) guidati da due ragazzi agli antipodi e in perenne scontro, Tom Miller e Richard Myers. Il primo si ribattezzerà Tom Verlaine e il secondo Richard Hell, affidando ai nomi d’arte le loro tendenze artistiche e caratteriali. Richard Hell, in particolare, può essere considerato, a livello d’immagine, il prototipo primo e unico del punk: magliette strappate, capelli corti e arruffati, giubbotti di pelle, costituiranno gli elementi distintivi dei punkers inglesi (Sid Vicious, qualche anno più tardi, arriverà ad essere quasi una copia di Richard Hell).
Le due forti personalità di Verlaine ed Hell, non riusciranno a sopravvivere all’interno dello stesso gruppo e fu così che il secondo se ne andò a formare i propri Voidoids, trascinandosi appresso un mito conosciuto da pochi (in seguito avrebbe recitato in parti minori di alcune pellicole cinematografiche, tra le quali “Cercasi Susan disperatamente”, di Susan Seidelman).
Con i Television si formarono anche i Ramones, che omaggiavano con il loro nome il primo pseudonimo di Paul McCartney e poi, Talking Heads e Blondie. Dall’Ohio delle industrie e della noia (chi ricorda “Stranger than paradise”, il primo lungometraggio di Jim Jarmusch?) provenivano i Dead Boys, i Devo e i Pere Ubu. I nomi da citare sarebbero centinaia (tra i quali i pazzeschi Suicide, voce, marchingegni elettronici e niente chitarra elettrica, attivi dalla fine degli anni ‘60 e primi ad usare negli anni ‘70, in un loro volantino, la parola “punk”).
Vogliamo tracciare una linea di demarcazione tra il prima e il dopo, una specie di avanguardia del punk? “Horses”, l’esordio del Patti Smith Group, esce nel 1975 a firma di un gruppo attivo nella stessa scena del CBGB’s ed è un capolavoro, se vogliamo, un po’ fuori del tempo, ma che rappresenta al meglio la variegata scena newyorkese dell’epoca (l’intellettualismo e la poesia, sposate all’urgenza musicale di andare oltre i pachidermi che occupavano le classifiche).
Non si vuole qui esporre un trattato sulle isole inglesi (ovviamente), ma la situazione politica e sociale britannica ha creato, nei primi anni ‘70, un humus perfetto per la nascita di un disagio che sarebbe esploso in maniera deflagrante con il punk. Gli ideali colorati di uguaglianza degli anni ‘60, per la maggior parte dei giovani inglesi si erano rivelati tanto più estemporanei, quanto più fallaci (anche se il discorso meriterebbe una trattazione estesa, non riducibile in poche parole). La disoccupazione che aumentava a livelli record, le campagne moralizzatrici che si susseguivano una dopo l’altra (pornografia, istruzione, vandalismo, sessualità in genere), i terroristi dell’IRA che intensificavano la loro attività come mai era avvenuto dalla fine della seconda guerra mondiale; e la signora Thatcher che irruppe sulla scena politica inglese nel 1975, conquistando la leadership dei Tories. Il quadro giusto per un’esplosione era completo, bastava solamente qualcuno che accendesse la miccia e questo qualcuno giunse dagli Stati Uniti.
1976
Le compagnie discografiche, in special modo quelle inglesi (il mercato inglese era dominato da sei grandi compagnie che si spartivano tutto il mercato), ignoravano e avversavano ciò che stava succedendo a livello sotterraneo. Nel 1975 le classifiche erano dominate dagli Abba, gruppo svedese che cantava in inglese e aveva la propria base affaristica negli Stati Uniti, una specie di multinazionale del successo che rappresentava il sogno di qualsiasi major discografica: pop, innocui, gli Abba piacevano a tutti, grandi e piccini e senza creare alcun problema, a parte quello di trovare lo spazio necessario per stipare le vagonate di dollari.
Nel 1976 il 30% del mercato discografico inglese era costituito da antologie di successi degli anni ‘60, pompate a più non posso dalle televisioni. Il settimanale Melody Maker, non di certo un foglio rivoluzionario, riassunse bene la situazione nel giugno del 1975: “Al centro del Sogno Rock sta un registratore di cassa”. Quando il calderone newyorkese cominciò ad eruttare i propri prodotti discografici, s’innescò una reazione a catena che coinvolse la ribollente, ma ancora stagnante situazione inglese. Il primo album dei Ramones uscì nell’aprile del 1976 e fu come un detonatore musicale e visivo: furono loro ad accendere la miccia del punk inglese.
Il primo tour inglese dei Ramones, nel 1976, ebbe tra gli spettatori la quasi totalità dei componenti dei primi gruppi punk inglesi. Come diranno qualche anno più tardi gli Hüsker Dü a proposito dei Ramones, il primo pensiero di molti di fronte a quei quattro finti fratellini portoricani, che nel nome omaggiavano i Beatles, fu lo stesso per la quasi totalità: “Se lo fanno loro, posso farlo anch’io”. Era la filosofia fatta e sputata perché nascesse un movimento musicale e non solo, come quello che nacque in quei giorni e se qualcuno di voi conosce il primo album dei Ramones (e anche il secondo e terzo), sa bene a cosa si riferisse quel pensiero: canzoni velocissime, riff primordiali, niente assoli (non c’era ancora la capacità, seppur minima, necessaria…) e grande attenzione verso i ritornelli. È singolare che i Ramones siano stati, forse loro malgrado, gli iniziatori della rivoluzione punk inglese, quella che tentò di rifiutare in blocco il passato (ma che non ci riuscì), loro, grandi amanti del rock’n’roll e dei gruppi vocali degli anni ‘60 (riusciranno a coronare il loro sogno di farsi produrre dal massimo produttore di quell’epoca, Phil Spector). La storia è un rullo compressore e molto spesso non si cura dei singoli (come insegna anche Isaac Asimov e la sua immaginaria “psicostoria”).
La copertina del primo album dei Ramones fu un altro tassello irrinunciabile di quel momento: lo scatto di Roberta Bailey, di Punk Magazine, fece strabuzzare gli occhi ai giovani inglesi e assieme alle immagini di Richard Hell, contribuì a “vestire” i punkers albionici in formazione.
Dopo la tournée dei Ramones, ai gruppi già attivi a livello concertistico se ne aggiunsero centinaia di altri e Londra (ma non solo) diventò una grande e turbolenta sala in cui chiunque avesse voglia di sfogare la propria frustrazione, poteva prendere in mano una chitarra, imbastire due accordi e fare un gran casino. I Sex Pistols diventarono ben presto il fulcro della scena inglese, affiancati da Damned, Clash, Adverts, Buzzcocks e centinaia di altri più o meno validi.
Mentre la sterlina scendeva sempre più e la disoccupazione toccava il nuovo livello record dal 1940, gli inglesi videro uscire il primo album punk indigeno, “Damned Damned Damned”, del gruppo omonimo, prodotto da un protagonista della scena pub-rock, Nick Lowe. Di poco successivo come pubblicazione, ma addirittura precedente come registrazione, dall’Australia giunse “(I’m) Stranded” dei Saints e poi tutti gli altri, come un diluvio universale della musica. Durante tutta la prima fase iniziale, le protagoniste principali furono le etichette indipendenti, in un periodo in cui le majors discografiche, come sempre avvenuto nel passato, non si dimostrarono pronte per il nuovo fenomeno. Le Indies, totalmente scevre o quasi dei meccanismi del business discografico, produssero e pubblicarono una quantità enorme di musica che difficilmente sarebbe arrivata nei negozi in un periodo “normale”. La rivoluzione era scoppiata.
Considerato dal loro manager Malcolm McLaren il vero fondatore del gruppo, il chitarrista Steve Jones era un ragazzo di strada che sapeva a malapena leggere e scrivere, ladruncolo incallito, specialista nell’arte di arrangiarsi. Jones si definiva uno skinhead che andava alle partite di calcio disinteressandosi totalmente al gioco (“andavo alla partita per fare casino”). Fin da bambino, Steve Jones fece coppia con Paul Cook.
Proveniente dalla stessa zona londinese di Steve Jones, Shepherd’s Bush, agglomerato a prevalenza proletaria, Paul Cook si lasciò coinvolgere, molto spesso a fatica, dalle imprese del suo compare Steve (quest’ultimo aveva abbandonato i genitori a quindici anni e dopo una convivenza con un amico, era andato a vivere dai Cook), compresa l’avventura come batterista dei Sex Pistols.
La mente razionale e musicale dei Sex Pistols, lavorava nel negozio di abbigliamento dei coniugi McLaren, Malcolm e la moglie Vivienne Westwood (il negozio cambiò spesso ragione sociale, ma a quel tempo si chiamava Sex). Glen Matlock proveniva dalla stessa zona di Cook e Jones, ma era figlio di due travet, senza problemi familiari e piuttosto timido. Agli antipodi, insomma, di Cook e Jones, ai quali si unirà per formare un gruppo musicale nel ruolo di bassista e principale compositore.
Il negozio dei McLaren attirava frotte di giovani in cerca di qualcosa di diverso dal solito, al di là dei vestiti (all’interno c’era anche un juke-box). Tra questi, un ragazzo di nome John, dai capelli verdi, i denti marci e l’aspetto da barbone, silenzioso e apparentemente timido; la ricerca di un cantante per il gruppo che stava già provando nelle cantine, si concluse con il suo reclutamento. John Lydon, sebbene riluttante, accettò il nome “d’arte” (!) di Johnny Rotten, “Johnny Il Marcio”, in onore della sua dentatura.
La storia dei Sex Pistols si snoda attraverso una lunga serie di provocazioni, risse, pestaggi, subiti e non e delizie del genere. I concerti che cominciarono a sconvolgere i giovani londinesi, si trasformarono presto in sabba infernali, tanto che molti locali negarono l’ingresso al gruppo. Fu l’atteggiamento sul palco a segnare una svolta rispetto a ciò che si conosceva e si vedeva ai concerti in quegli anni. “Sembrava non gliene fregasse un cazzo di nessuno”, commentò Adam Ant a riguardo del loro primo concerto. Johnny Rotten a un certo punto, “perse interesse. Mangiava caramelle: le scartava, le succhiava e poi le sputava; si limitava ad osservare il pubblico con lo sguardo vitreo”. “Improvvisamente si vide sbucare una mano e qualcuno staccò la spina e poi l’interruttore generale”, ricorda Paul Cook. La serata finì in una grande rissa. Notizie per la pagina di cronaca cittadina, forse, ma in quel momento, per molti giovani londinesi, i Sex Pistols cominciarono a rappresentare i loro sentimenti affogati nella noia, nella frustrazione e nel disagio sociale. La parola d’ordine era “No!”, rifiuto di tutto ciò che rappresentava potere, politica, vecchio, buone maniere… A livello musicale, il rifiuto era orientato anche verso un gruppo come gli Who, che dell’atteggiamento punk può essere considerato tra i più antichi precursori; oltre al gruppo di Pete Townshend, vennero presi di mira autentici mostri sacri come Led Zeppelin, Rolling Stones, Pink Floyd e il movimento progressive in generale. In poche parole, tutto ciò che significava megaconcerti, milioni di copie e rock ridotto a mero affare da trattare negli uffici delle majors discografiche, si doveva rifiutare o riformare. Altro discorso sul quale bisognerebbe spendere qualche milione di parole.
Come i Ramones, i Sex Pistols riuscirono a influenzare molti giovani coetanei e conterranei. Joe Strummer, solo per fare un esempio, suonava in un gruppo di onesto pub-rock, i 101’ers, quando ebbe la ventura di avere come gruppo di spalla proprio i Sex Pistols. Quando vide l’atteggiamento strafottente e assolutamente fuori dai canoni di Johnny Rotten, Joe Strummer capì improvvisamente la differenza tra il proprio gruppo e quella banda di degenerati. I 101’ers quasi pregavano e supplicavano di essere ascoltati dagli ubriachi dei pub, mentre ai Sex Pistols tutto questo non sembrava interessare minimamente, anzi: Johnny Rotten e soci cercavano lo scontro con il pubblico. Lo scontro… Joe Strummer lasciò immediatamente i 101’ers e con un paio di componenti dei London SS, formò Lo Scontro: The Clash.
Nell’estate del 1976 i Sex Pistols registrarono le loro prime canzoni, ma McLaren temporeggiò sulla loro pubblicazione: voleva un ingaggio importante, una casa discografica che sapesse “sparare” le Pistole del Sesso ad altezza d’uomo e non una semplice etichetta indipendente. Cominciò così la pantomima che passerà alla storia come uno sberleffo alle majors discografiche, che le stesse avrebbero pagato caro, secondo McLaren. In realtà, dopo il primo sconcerto, le majors presero in mano la situazione, come successe con il rock’n’roll degli anni ‘50: dopo la rivoluzione, la reazione.
La prima major ad ingaggiare i Sex Pistols fu la EMI. Due giorni dopo la firma, il gruppo registrò il primo singolo, “Anarchy in the U.K.”, che comincia con una riga di testo diventata celeberrima, “Io sono un Anticristo, io sono un anarchico”; un testo che parla di anarchia e di distruzione dell’esistente.
Dopo un braccio di ferro tra McLaren e la EMI, che non voleva una canzone simile come lancio del gruppo, il singolo fu pubblicato. Subito dopo, per una rinuncia dei Queen (anche loro gruppo della EMI), i Sex Pistols furono invitati ad un programma della Thames TV, “Today”, condotto da Bill Grundy. Il conduttore cominciò a prendere in giro i Sex Pistols e i punkers che li avevano accompagnati e questi non si fecero pregare: dopo un apprezzamento e un invito del conduttore rivolto a Siouxsie Sioux, futura dea del dark, Steve Jones esplose contro Bill Grundy.
Jones: “Brutto scemo. Vecchio porco”
Grundy: “Avanti capo, dai continua. Dai, hai ancora dieci secondi. Dì qualcosa di oltraggioso”
Jones: “Lurido bastardo”
Jones: “Lurido cazzone!”
Jones: “Lurido cialtrone”.
I quotidiani del giorno successivo, monopolizzarono i titoli di prima pagina con l’avvenimento in diretta tv, in orario cosiddetto per le famiglie (nel tardo pomeriggio), mentre la Thames TV fu sommersa di telefonate scandalizzate e lo scandalo montò sempre più. È forse difficile da comprendere oggi, ma quegli insulti in diretta televisiva erano una novità assoluta per la compita televisione inglese. La EMI, per di più, era proprietaria del 50% della Thames TV. Era troppo: Bill Grundy fu licenziato, la casa discografica strappò il contratto appena firmato con i Sex Pistols e pagò un indennizzo di circa 30.000 sterline.
Mentre i rapporti tra Rotten e Matlock si logoravano sempre più (“È un cocco di mamma, troppo attaccato ai Beatles”), il gruppo prese contatti con l’etichetta A&M, con sede a Los Angeles. La firma avvenne su un tavolino davanti a Buckingham Palace, con una cerimonia ai limiti del ridicolo. Il gruppo, nel frattempo, aveva rimpiazzato Glen Matlock con un lungagnone magro e diafano, John Simon Ritchie, universalmente conosciuto come Sid Vicious. Le provocazioni e le violenze che il gruppo usava ormai come un grimaldello, spaventarono in pochi giorni il responsabile inglese della A&M, Derek Green, colui che ingaggiò i Sex Pistols per iniziativa personale, senza consultare la casa madre losangelena. In seguito alle pressioni, Green e la A&M troncarono subito ogni rapporto con i Sex Pistols; l’indennizzo, in questo caso, risultò di 75.000 sterline.
Alla fine fu la Virgin di Richard Branson, giovane ma non certo piccola casa discografica, ad assicurarsi la pubblicazione del singolo “God save the Queen” (nell’anno del giubileo elisabettiano) e dell’album “Never mind the bollocks… here’s the Sex Pistols”. “God save the Queen” rappresentava perfettamente il gruppo (il titolo è lo stesso dell’inno nazionale inglese): “Dio salvi la regina e il suo regime fascista”, canta Rotten, mentre il ritornello si sofferma su un paranoico “Nessun futuro”. Il singolo, pur censurato immediatamente dalla BBC e da tutte le radio e televisioni commerciali, raggiunse nella prima settimana l’undicesimo posto della classifica inglese, vendendo 150.000 copie, un caso quasi unico. I Sex Pistols furono anche una delle poche voci dissenzienti verso il giubileo. Per promuovere il singolo, Malcolm McLaren s’inventò una “crociera” sul Tamigi, durante la quale il gruppo suonò un concerto. Abbordato da lance della polizia, il battello fu costretto ad attraccare mentre Rotten continuava a cantare “No fun” degli Stooges. Nel parapiglia seguente, il gruppo e altre sette persone furono arrestate e successivamente rilasciate il giorno successivo. Alla fine della settimana del giubileo, “God save the Queen” aveva totalizzato 200.000 copie, ma la classifica inglese lo ignorava. La CBS (distributrice della Virgin) dichiarò che per ogni 45 giri di Rod Stewart, che capeggiò la classifica in quella settimana, ne vendette due dei Sex Pistols. Il sospetto che le classifiche fossero truccate si fece certezza quattro anni dopo, quando il responsabile dell’istituto che monitorava le vendite discografiche, fu licenziato per una serie d’irregolarità. L’istituto, in pratica, emanò una direttiva segretissima che escludeva tutti i negozi legati alla Virgin dal monitoraggio delle vendite.
La pubblicazione dell’album segnò la fine del gruppo, anche se la loro storia si trascinò ancora per qualche mese, comprendendo la loro ultima tournée che prese il via negli Stati Uniti nel gennaio del 1978. L’ultimo concerto del gruppo si tenne al Winterland di San Francisco, il 14 gennaio. Un paio di giorni dopo, Sid Vicious ebbe un collasso, Rotten fece di tutto per farsi “licenziare” dagli altri, mentre Jones e Cook se ne andarono a Rio de Janeiro per incontrare Ronnie Biggs, il famoso autore della più grande rapina britannica del secolo, col quale registrarono anche una canzone. Provocazione prima di tutto.
Malcolm McLaren, odiato da tutti e forse anche da sé stesso, cercò di raccontare tutto questo in un film dalla genesi infinita. Doveva essere una pellicola sulla storia dei Sex Pistols, diretta dal maestro delle tette e dell’erotismo ipertrofico, lo statunitense Russ Meyer, ma la scontrosità innata di McLaren e l’assoluta inadeguatezza del regista, assolutamente fuori contesto in una storia inglese di quel tipo, provocarono la rottura. Dopo numerosi rimaneggiamenti, il film si trasformò in un corso di dieci lezioni su come truffare il pubblico e le case discografiche, “The great rock’n’roll swindle”, la grande truffa del rock’n’roll che McLaren voleva far passare come consapevole fin dall’inizio (regista, un debuttante Julien Temple). Non è così, ma questo è solo il mio parere. McLaren, molto più semplicemente, si trovò ad avere a che fare con qualcosa di così incontrollabile, da renderne impossibile una gestione da semplice gruppo rock e si limitò a sfruttare e a cercare di seguire faticosamente gli eventi.
“Fregatene dei coglioni… ci sono i Sex Pistols”
Come molti di voi sapranno e come già scritto all’inizio di questo papiro, questo non è semplicemente un disco, è qualcosa di più e anche oltre. Per coloro che non lo sanno e che non conoscono questo pezzo di storia della nostra musica, posso dire che pochi dischi sono riusciti a dire tante cose fin dal momento dell’uscita e prima ancora di appoggiare quel pezzo di vinile sul piatto.
Non è il disco che ha dato il via al punk, come i Sex Pistols non sono il primo gruppo punk degli anni ‘70. Non è il più bel disco di quella stagione straordinaria e questo è chiaramente un parere personale. “Never mind the bollocks… here’s the Sex Pistols” è un tentativo di operazione commerciale del manager Malcolm McLaren, che sfuggì dalle mani del pigmalione e si trasformò in qualcosa di epocale. Il disco giusto al momento giusto e per tanti motivi; ho cercato di esporre alcuni di questi motivi nelle righe che precedono questa recensione vera e propria, ma adesso parliamo davvero di musica.
“Dell’album dei Sex Pistols si era cominciato a parlare in giugno. Gli avvenimenti erano accaduti così rapidamente che, quando effettivamente uscì, finì per essere quasi una riflessione a posteriori, un’antologia del genere ‘Il meglio di…’.”
La riflessione di Jon Savage, tratta dal suo monumentale “Punk! – I Sex Pistols e il rock inglese in rivolta” (Arcana 1994), è come un giusto epitaffio alla storia dei Sex Pistols: l’uscita dell’album “Never mind the bollocks... here’s the Sex Pistols” pose praticamente la parola fine a un gruppo già sulla via della disgregazione, cosa che a mio parere, non influenza l’importanza storica del disco. L’atto più importante e grave, da quel punto di vista, era già stato compiuto: l’allontanamento di Glen Matlock, il musicista più dotato da ogni punto di vista, ma anche l’elemento di disturbo con la sua aria tranquilla e i suoi modi gentili. Non poteva andare per i perturbatori delle perbeniste coscienze inglesi. Al suo posto giunse un tizio allampanato e attaccabrighe, Sid Vicious, già amico di Rotten, negato musicalmente, ma con la faccia e i buchi sulle braccia giusti per quel periodo di totale sbracamento. John Simon Ritchie (il cognome del primo marito della mamma) o Beverley, fu soprannominato Sid da John Lydon-Rotten, come il criceto del cuore, mentre Vicious, dalla canzone di Lou Reed, giunse in seguito. Il semplice fatto che si fosse liberato il posto di bassista, gli fece prendere in mano il basso, ma fosse stato anche il triangolo o la tuba non sarebbe cambiato nulla. L’incapacità di suonare di Sid Vicious era palese, soprattutto se confrontata con la sicurezza ormai acquisita dal duo Jones-Cook dopo anni di prove e di concerti. Con la sua breve vita, Sid Vicious è rimasto un’icona per i giovani punkers di mezzo mondo, ma per favore, non parliamo di musica.
Il repertorio del gruppo comprendeva praticamente venticinque canzoni, dodici delle quali finirono sul loro unico album. Le varie versioni studio e live, finirono in seguito su una cinquantina di album ufficiali e non; difficile districarsi tra tanta confusione, ma se proprio non siete collezionisti accaniti del materiale del gruppo, questo album e al massimo la colonna sonora del film “The great rock’n’roll swindle” – o meglio ancora, il film stesso – potranno fornirvi tutto ciò che serve per conoscere i Sex Pistols.
Il vinile è sul piatto e per l’ennesima volta la mia stanza si riempie di genuino punk inglese primigenio.
Al di là dell’anarchia e del nichilismo, Johnny Rotten riesce a riflettere e in questo caso i suoi pensieri affondano nel terrorismo rivoluzionario tedesco occidentale della banda Baader/Meinhof. Rotten rimase colpito dai manifesti che vide a Berlino con le foto dei terroristi e la scritta cubitale “Ricercato”, dal processo, dai suicidi in carcere e dai suicidati. Il pessimismo e il sarcasmo hanno piena cittadinanza:
“Sto aspettando la chiamata comunista/Non chiedevo la felicità e voglio la Terza Guerra Mondiale/Guardo oltre il muro e loro guardano me”.
La canzone si apre su un’andatura marziale, alla quale si aggiunge la grancassa della batteria e poi il riff a melodia discendente. Le prime righe di testo cantate da Rotten chiariscono l’ambiente sociale meglio di qualunque indagine sociologica. La lingua inglese sembra strizzata, la pronuncia tutt’altro che oxfordiana: “Non voglio una vacanza al sole”, recita Rotten all’inizio. La parola d’ordine dell’intero movimento era “No!”, in qualunque modo la si esprimesse.
È la prima canzone co-firmata da Sid Vicious.
È l’unica canzone nuova dell’intero album, registrata poco prima dell’uscita (novembre 1977). “Bodies” è un tiro di puro punk impostato sulla voce di Rotten, quasi senza melodia e con un’ottima sezione ritmica. Potrebbe sembrare una canzone contro l’aborto, ma in realtà Rotten, che canta schizofrenicamente sia in prima che in terza persona, sembra solo volersi distaccare dai processi umani che portano alla creazione di una vita. Sembra quasi un novello filosofo greco-antico… a parte la forma, ovviamente. Una canzone punk che più non si può.
Un riff violento mutuato dal garage e indurito ulteriormente e poi un’andatura da canzone pop solo un po’ più sfrigolante. Rotten si lamentò del fatto che molte canzoni fossero state remixate e ripulite e “No feelings” ne è un esempio. A partire dal titolo, la canzone punta tutto ancora una volta sulla negazione:
“Non c’è nessun chiarore di luna dopo la mezzanotte”.
Sorprendente la capacità di Johnny Rotten di adattarsi ai ritmi del gruppo, come se non avesse fatto altro nella sua vita. Un uomo che sembrava segnato dal destino, un destino che l’ha portato a scontrarsi con la storia dei Sex Pistols.
Canzone dedicata al manager Malcolm McLaren, emblematica per capire l’aria che tirava nel gruppo. “Liar” è una specie di velocissima ballata punk che sprizza getti di veleno:
“Avrei dovuto sapere come sei”.
Ogni strofa inizia con “bugia” ripetuto una quindicina di volte, interrotto solamente da un “bugiardo, sei un bugiardo”. Johnny Rotten era giunto a odiare Malcolm McLaren dopo essere stato come creta nelle sue mani e la delusione per il comportamento di quell’uomo, che lui aveva idealizzato, non lo abbandonerà mai. Di concerto, le bugie contro cui si scaglia Johnny Rotten coinvolgono in generale i giovani inglesi, soprattutto proletari, delusi e disillusi sul loro futuro.
“Dio salvi la regina/Il suo regime fascista/Hanno fatto di te un deficiente/Una potenziale bomba atomica”.
La canzone (che riprende il titolo dell’inno nazionale inglese) uscì su singolo nel periodo dei festeggiamenti per il giubileo, il venticinquennale passato sul trono dall’attuale regina (arrivata tranquillamente al mezzo secolo di regno, nel frattempo). La copertina ritraeva il viso della regina coperto dalle classiche lettere di quotidiano ritagliate (da lettera anonima, per intenderci), ma il colpo di genio fu la spilla da balia che trapassava una guancia della sovrana. Le radio censurarono immediatamente la canzone, come le televisioni, ma il disco vendette centinaia di migliaia di copie in prenotazione. Il singolo, però, non arrivò al primo posto della classifica inglese per il motivo già spiegato: come si scoprì alcuni anni dopo, la classifica fu manipolata per impedire a “God save the queen” di svettare.
In quell’aria generale e compatta di festeggiamenti, la voce dei Sex Pistols fu una delle poche controcorrente. Quel verso sul regime fascista, fece venire il prurito a molti, compresi coloro che censurarono la canzone. “Se questo non è un regime fascista”, sostenne il giornalista Al Clark, “allora uno dei principi della democrazia dovrebbe consentire al gruppo di cantare quel verso alla radio e in TV”.
Un riff mastodontico, un’andatura medio-veloce, la grande voce di Rotten e un finale memorabile. Dopo un tentativo di assolo di chitarra di Steve Jones (andato a buon fine, bisogna dire), la voce sempre più tesa di Rotten, si lancia nella paranoia finale:
“Non c’è nessun futuro nel sogno inglese/Nessun futuro, nessun futuro, nessun futuro per me”.
E poi, “Nessun futuro per te”, tanto per chiarire: che nessuno si senta escluso dal pessimismo cosmico di Johnny Rotten.
Musicalmente, una delle migliori canzoni dell’album, rocciosa, durissima e con un ritornello paranoico di puro sapore punk.
Il problema per un Johnny Rotten è rappresentato dagli altri, da ciò che si aspettano da te, dal fatto che non lavorerai mai dalle nove alle cinque: “Il problema sei tu”, conclude la voce.
Il secondo lato parte con “Seventeen”, una canzone dall’arrangiamento strano e dalle sonorità ancor di più. Il ritornello sembra anticipare l’estremizzazione punk dei gruppi Oi!, come gli Exploited, la voce spazia in ogni dove, come sempre, mentre la musica sembra arretrare in alcuni casi verso il power-pop.
È l’altro capolavoro dell’album, forse la loro canzone più famosa, un inno assoluto del punk di tutti i tempi.
“Sono un anarchico/Sono un anticristo/Non so ciò che voglio ma so come ottenerlo”.
Il manifesto della gioventù in fermento, scontenta, disoccupata, vogliosa di farsi strada tra i parrucconi in qualsiasi modo: l’importante è che non ci siano regole, come nella musica punk.
“Perché io voglio essere un anarchico/Questa è l’unica strada”.
Un riff iniziale durissimo, la voce di Johnny Rotten che distorce le parole e l’inaspettato afflato melodico nel momento in cui arriva il manifesto: “Io voglio essere un anarchico”. Sugli strumenti distorti che si avviano alla conclusione, l’ultima parola, praticamente il manifesto dei Sex Pistols: “Distruzione”.
Altra canzone probabilmente rovinata dall’eccessiva ripulitura, “Submission” è un grande pezzo con un riff stoppato e un ritornello corale di grande impatto. Una grande dimostrazione delle capacità del quartetto e soprattutto del principale compositore, Glen Matlock.
Altro splendido tassello dell’album, con un ritornello stupendo, forse il migliore dell’intero lavoro.
“Io non credo nelle illusioni perché sono troppo reali/Basta coi tuoi stupidi commenti perché so ciò che pensi/Noi siamo degli splendidi disoccupati”.
“Pretty vacant” è una canzone dall’argomento che sconfina nel sociale, ma la risposta del disoccupato è sempre la medesima: “Però adesso non me ne importa”.
Una delle canzoni che colpiscono meno al primo ascolto: “New York” ha un arrangiamento contorto e complicato (rapportato alla semplicità connaturata del punk) che “entra” in seguito agli ascolti ed è una “dedica” alla città più tentacolare del mondo.
“Penso vada bene suonare al Max’s Kansas se stai cercando la noia”.
(Il Max’s Kansas City era uno dei celeberrimi locali dove si esibirono i gruppi punk newyorchesi fin dai primi anni ‘70)
Tra montagne di pillole, noia e la sensazione di essere in un brutto spettacolo, Rotten dice che un’imitazione di New York può essere fatta anche in Giappone, con del formaggio e qualche tratto di gesso…
Altra dedica personalizzata, in questo frangente, rivolta alla casa discografica che ha dato il primo, carissimo benservito al gruppo. È il punto di vista dei Sex Pistols sulla vicenda, un racconto da accostare alla “Liar” dedicata a Malcolm McLaren, per le bugie, i sotterfugi, le pressioni. Nel momento in cui il gruppo insultò il conduttore Bill Grundy in diretta televisiva, i dirigenti si sentirono mancare e non c’è motivo di dubitarne:
“Il signore e gli amici furono crocifissi/il giorno in cui avrebbero desiderato che noi fossimo morti”.
“Never mind the bollocks... here’s the Sex Pistols” è molto di più che una semplice raccolta di canzoni da citare una per una. Non è innovativo musicalmente come altri lavori di quel periodo, ma se dobbiamo trovare l’ago nel pagliaio che infilzò tutto il mondo musicale del rock, ebbene, secondo il sottoscritto, esso sta in questo pezzo di vinile. Dimentichiamoci, per favore, di tutto ciò che è successo dopo, anche se alcune cose di Glen Matlock (con i Rich Kids) e di Johnny Rotten (con i suoi PIL) meritano l’attenzione. Il punk ha rivitalizzato la nostra musica e di questo dovrebbero rendersi conto anche coloro che non lo ascoltano o che hanno un moto di ribrezzo al solo sentirne parlare (parlo di ascoltatori di musica rock, ovviamente); invito rivolto ancor più caldamente agli ascoltatori dei gruppi punk degli ultimi anni, non fosse che per scoprire i primi germi della musica che amano.
I Sex Pistols hanno contribuito in maniera decisiva a quella rivoluzione, che non fu solo musicale e anche per questo fece così tanto rumore. Da vecchio amante della musica rock diretta e senza fronzoli, non posso che amare questo disco, in tutto e per tutto, con i suoi difetti, le sue esagerazioni, le sue invettive più o meno condivisibili. Da vecchio amante del punk e del vinile, non mollerò questo disco nemmeno sotto tortura. Ho detto.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
La discografia dei Sex Pistols può essere riducibile a pochi titoli veramente essenziali. Introvabili, come logica, i 45 giri che fecero davvero epoca, a parere mio ci si dovrebbe rivolgere agli unici due album ufficiali. A mero titolo informativo, citerò le uscite dei 45 giri più importanti.
Anarchy in the UK/I wanna be me (novembre 1976)
(38a posizione in classifica)
God save the queen/No feeling (febbraio 1977)
(ritirato dal mercato in seguito alla rottura del contratto con la A&M)
God save the queen/Did you no wrong (maggio 1977)
(2a posizione in classifica)
Pretty vacant/No fun (luglio 1977)
(6a posizione in classifica)
Holidays in the sun/Satellite (ottobre 1977)
(8a posizione in classifica)
I Sex Pistols si sciolgono nel gennaio del 1978, dopo l’ultimo concerto al Winterland di San Francisco. Quello stesso anno escono tre singoli. Citiamo solo il primo.
No one is innocent (a punk prayer by Ronald Biggs)/My way (giugno 1978)
(la facciata A fu registrata in Brasile da Steve Jones e Paul Cook con la voce di Ronald Biggs, l’autore della più grande rapina a un treno della storia inglese. Il lato B è il classico del repertorio di Frank Sinatra, strapazzato dalla voce di Sid Vicious)
Durante la lavorazione del film “The Great rock’n’roll swindle”, cominciano ad uscire i singoli tratti dalla colonna sonora.
Somethin’ else/Friggin’ in the riggin’ (febbraio 1979)
(il lato A - un classico di Eddie Cochran - è cantato da Sid Vicious, il lato B da Steve Jones. 3a posizione in classifica)
Silly thing/Who killed Bambi? (marzo 1979)
(il lato A è cantato da Steve Jones, il lato B da Tenpole Tudor. 6a posizione in classifica)
C’mon everybody/The God Save the Queen simphony/Watcha gonna do about it (giugno 1979)
(il lato A - altro classico di Eddie Cochran - è cantato da Sid Vicious, il lato B contiene una sinfonia tratta dal film “The great rock’n’roll swindle” e un pezzo per la voce di Johnny Rotten. 3a posizione in classifica)
The great rock’n’roll swindle/Rock around the clock (ottobre 1979)
(lato A e B – la seconda, una sbeffeggiante versione, piena di pernacchie e urla, di uno dei più grandi classici del rock’n’roll - per la voce di Tenpole Tudor. 21a posizione in classifica)
(I’m not your) Stepping stone/Pistols propaganda (giugno 1980)
(lato A per la voce di Johnny Rotten; il lato B è il commento al trailer del film “The great rock’n’roll swindle, con la voce di John Snagge della BBC. 21a posizione in classifica)
Pistols Pack (dicembre 1980)
(cofanetto di sei 45 giri comprendente tutti i lati A dei singoli dei Sex Pistols)
Who killed Bambi?/Rock around the clock (settembre 1981)
(accreditato a “Tenpole Tudor and the Sex Pistols”, per sfruttare il successo personale che il cantante stava conseguendo all’epoca. Il lato è in una versione differente da quella conosciuta)
A livello album, come già scritto, l’essenziale è rintracciabile nell’unico lavoro di studio a nome Sex Pistols e nella colonna sonora del film “The great rock’n’roll swindle”. In aggiunta, alcuni titoli interessanti.
Never mind the bollocks… here’s the Sex Pistols (ottobre 1977)
(alcune copie della stampa iniziale contenevano 11 canzoni e “Submission” in un singolo con una sola facciata incisa. Ristampato in vinile nell’ottobre dell’85, in cd nell’85 e nel ‘93. 1a posizione in classifica, nonostante la censura e il divieto di passaggi radio e tv. Non un caso unico nella storia della musica, forse, ma dovrei informarmi…)
The great rock’n’roll swindle (febbraio 1979)
(dell’album esistono due versioni con alcune differenze nella scaletta. 7a posizione in classifica)
Flogging a dead horse (febbraio 1980)
(antologia dei singoli dei Sex Pistols. 23a posizione in classifica)
Kiss this (1992)
(antologia doppia in vinile. La versione cd, dello stesso anno, include “Live in Trondheim 21st luglio 1977”. 10a posizione in classifica)
This is crap. Never mind the bollocks/Spunk (1996)
(doppio cd contenente “Never mind...”, il bootleg “Spunk” e alcuni demos rari, inclusi quelli registrati sotto la supervisione di Chris Spedding)
Virgin Sexbox1 - Sex Pistols (2002)
(box di tre cd: il primo con registrazioni di studio e rarità dei primi tempi, il secondo con demo e rarità, il terzo con la registrazione del concerto al Green on the Screen del 1976 e altre rarità. I tre cd si concludono con tre rare versioni di “Anarchy in the UK”, “God save the Queen” e “Pretty Vacant” registrate dal gruppo con Mike Thorne).
Per la discografia dettagliata e completa di recensioni:
http://www.sex-pistols.net/main.html
Per la biografia, http://www.sex-pistols.co.uk/
Il miglior testo sul punk inglese: “Punk! – I Sex Pistols e il rock inglese in rivolta” (Arcana 1994).
Caio, dicembre 2004.
Lo scritto è apparso precedentemente su www.ciao.it e Lankelot.com in due differenti recensioni. Questa versione è stata in parte riveduta e corretta.
Commenti
http://www.caio.it/musica/index1.htm per scoprire CAIO
Nel 1976 il 30% del mercato discografico inglese era costituito da antologie di successi degli anni ?60, pompate a più non posso dalle televisioni. Il settimanale Melody Maker, non di certo un foglio rivoluzionario, riassunse bene la situazione nel giugno del 1975: ?Al centro del Sogno Rock sta un registratore di cassa?. Quando il calderone newyorkese cominciò ad eruttare i propri prodotti discografici, s?innescò una reazione a catena che coinvolse la ribollente, ma ancora stagnante situazione inglese. Il primo album dei Ramones uscì nell?aprile del 1976 e fu come un detonatore musicale e visivo: furono loro ad accendere la miccia del punk inglese.
Oggi è ipotizzabile una nuova rivoluzione musicale, un nuovo movimento di questa portata?
Piccola parentesi: la completezza e lo stile di questa pagina è uno dei motivi che rendono lankelot così speciale e posso dirlo senza paura di smentite: caio è uno dei critici più competenti in Italia in ambito musicale.
speriamo che torni a trovarci.
Sto ripubblicando i suoi pezzi per fargli una sorpresa...
troverà commenti & domande;)
da una vita che non ascoltavo questo disco. pur con tutti i discorsi che si possono fare sui sex pistols (i soliti discorsi), questo disco rimane una svolta epocale
ai giorni nostri alla musica manca questa rabbia, questo è innegabile.