NEW YORK, NEW YORK
New York è un crocevia imprescindibile del mondo moderno, volenti o nolenti, nel bene e nel male (a voi la scelta). New York è, tra le altre cose, una delle capitali mondiali della musica. Fino a qualche anno fa la Big Apple era una delle parti della trinità del panorama discografico del globo, con Londra e Los Angeles (per la situazione attuale, non saprei). L’influenza di questa città sulla nostra arte preferita (parlo della musica rock e sì: la ritengo un’arte), è innegabile: pensiamo alla “New York City serenade” di Bruce Springsteen e a molte altre sue canzoni, agli album di Elliott Murphy, a “Freewheelin’” di Bob Dylan, alle New York Dolls, che s’inchinarono fin dal nome alla loro città e ai figliocci di queste ultime, che proprio dalla città attraversata dall’Hudson, diedero vita alla rivoluzione del punk. Pensiamo all’influenza generata nel cinema, con film straordinari come “Taxi driver”, “New York, New York” e “Fuori orario” di Martin Scorsese o all’incubo fantascientifico, ma non troppo, di “1997 - Fuga da New York”, di John Carpenter. Pensiamo alla narrativa e citiamo un solo titolo (e non a caso), “Ultima fermata Brooklyn”, di Hubert Selby Jr., mettiamo tutto in un calderone, mischiamo per bene e avremo uno dei capolavori assoluti degli anni ’80. Capolavoro di cosa? Musica, cinema o letteratura? Un po’ di pazienza.
“NEW YORK”
La vita e le opere di Lou Reed sembrano disegnare un percorso a ostacoli, di quelli alti, con il fossato e la melma ad attendere dopo aver tentato il balzo. Lou Reed nella melma ci è finito non so quante volte; la sua è una vita impossibile da ripercorrere in quattro righe, ma basti sapere che dopo l’avventura Velvet Underground e i tormentati anni ’70, l’artista di Freeport approdò nel “luminoso” decennio degli eighties con un piglio decisamente più pacato e tranquillo del personaggio sconvolgente e tossico che si conosceva. Il nuovo matrimonio e la sua ritrosia verso i riti obbligatori del mondo rock, lo faranno defilare dalle prime pagine, complice anche una serie di dischi tra l’anonimo, il mediocre e il buono; non proprio quello che ci si aspettava in ogni occasione da un Lou Reed.
Ho già scritto da qualche altra parte del destino che, negli anni ’80, accomunò tre immensi personaggi del nostro mondo musicale.
Bob Dylan, dopo l’immersione mistica, aveva lanciato un petardo solitario come “Infidels”, nel 1983, per poi tornare nella mediocrità (per un poeta del suo stampo) e rinascere nel 1989 con “Oh mercy”. Neil Young, dal canto suo, ha fatto ben di peggio negli anni ’80, ma lo splendore del suo “Freedom”, anno di grazia 1989, ha ripagato delle sofferenze di quegli anni. Stesso anno, percorso molto simile a quello di Bob Dylan (lasciamo fuori l’incredibile Neil Young nell’accostamento stilistico), Lou Reed stupisce i molti che lo davano per morto e defunto, artisticamente parlando.
NEW YORK E L’AMICO SCOMPARSO
“New York”, un album da leggere come un libro, comodamente seduti, dall’inizio alla fine, senza interruzioni e senza saltare da brano a brano. Lou Reed lo proponeva in concerto nell’esatta sequenza pensata per l’incisione. Logico, d’altronde: chi leggerebbe un libro partendo da pagina 57?
Dopo i buoni successi dei lavori di metà anni ‘80, che gli avevano alienato i fans di vecchia data e buona parte della critica, Lou Reed sembrava non avere una direzione da prendere, se non quella di una tranquilla vecchiaia artistica. Il 22 febbraio 1987 un avvenimento lo scuote e lo sommerge di sensi di colpa. La morte di Andy Warhol, oltre allo sconforto per la perdita umana, sprofonda Lou Reed in un baratro di rimpianti nel momento della pubblicazione dei diari del multiartista della Factory: “Andy lo accusa, in alcune pagine, di averlo completamente ignorato in alcune occasioni, di non averlo invitato al matrimonio con Sylvia e di detestarlo”. Un senso di colpa che troverà lo sfogo naturale poco tempo dopo la pubblicazione di “New York”, con “Songs for Drella”, in compagnia del vecchio compagno vellutato John Cale. La morte di Warhol portò Lou Reed a riflettere sul cambiamento della città che lo aveva ispirato così tante volte e che così tante volte lo aveva portato sull’orlo della tomba.
Abbandonati i belletti e gli inutili orpelli degli album precedenti, Lou Reed si circonda di musicisti validissimi e compone quella che si può definire, senza tema di smentite, una vera e propria opera rock urbana di un livello letterario senza confini. Una sinfonia cittadina dedicata alla città che prosciuga le vite e infonde vita artistica, chiedendo un prezzo che, spesso, è fin troppo caro.
Un’opera che riassume, nel volgere delle sue quattordici canzoni, le caratteristiche del disco rock di fattura sopraffina, dell’opera letteraria e della sceneggiatura cinematografica, formando un pamphlet di rara lucidità e intensità.
ROMEO AND JULIET
Il libro si apre con una storia che nulla ha di nuovo e che emoziona fin dalle prime parole e dai primi accordi. Su un semplice riff di chitarra acustica, sormontato da una chitarra elettrica che ricama e commenta, Lou Reed racconta la storia di Romeo e Giulietta e i ricordi del cuore volano all’immortale “Incident on 57th Street” di un altro figlio dei sobborghi newyorkesi, Bruce Springsteen. Storie d’amore e di vita vissuta ai margini, intrise di violenza e di sangue, di asfalto e di amore. “Romeo and Juliet”, due personaggi e la città che sarà la vera protagonista dell’intero album. “Manhattan sta sprofondando come una roccia nel letame dell’Hudson”. L’acqua, simbolo di purificazione fin dalla notte dei tempi, in questo caso è parte del tutto: un tutto che non è possibile lavare. Una città da cantare, dunque: ma come diceva Springsteen, quando gli chiedevano se non si fosse stancato di parlare di automobili nelle sue canzoni, Lou Reed usa New York per parlare delle persone che vi abitano. Come le automobili per Springsteen, New York è il veicolo, non il fine.
HALLOWEEN PARADE
La sfilata di Halloween del movimento omosessuale, s’inserisce nella sceneggiatura con una scenografia coloratissima e nello stesso tempo intrisa di morte. La psiche confusa del narratore, che parla in prima persona, riconosce una serie di personaggi con l’animo immerso nella tristezza: Reed sembra pensare che molte di quelle persone fra qualche tempo non ci saranno più, cancellate dalla piaga di fine secolo, l’AIDS. Tra una maschera e l’altra, Lou Reed ha il terrore di vedere anche la propria. Una tristissima riflessione in forma di ballata dolce e arpeggiata, un amaro rifiuto del passato: “Il passato continua a bussare bussare bussare alla mia porta e io non voglio più ascoltarlo”. La sfilata di Halloween, però, tornerà l’anno successivo: il passato non si può cancellare e non si può lasciare fuori dalla porta.
DIRTY BLVD.
Lo sporco boulevard è l’altra faccia delle luci di Manhattan, delle star di Broadway, della Quinta Strada. Chi vive nello sporco boulevard non sogna di fare l’avvocato o il dottore, sogna solamente di spacciare. È quello che dice la Statua dell’Intolleranza: “Le vostre masse di poveri accalcati, picchiamoli a sangue, facciamola finita e buttiamoli nel boulevard”.
La base musicale è un continuo andirivieni di stop e controstop, con momenti (impossibile chiamarli ritornelli) di energia puramente rock. Il protagonista dell’episodio, Pedro, è nella sua stanza, mentre al Lincoln Center le star sfilano tra le luci al laser; ha trovato un libro di magia in un bidone della spazzatura e guardando il soffitto crepato e cadente, sogna di scomparire e di volare via dallo sporco boulevard… L’unica cosa che gli potrà succedere, invece, è che il soffitto gli cada in testa e anche quello, in fondo, sarebbe un modo per volare via.
ENDLESS CYCLE
Il ciclo infinito che si ripete immutato, sin da quando l’uomo cacciatore ha preso il sopravvento sulla Grande Madre. I vizi e i difetti che si tramandano di padre in figlio, quando il brodo è quello giusto dell’Hudson, sono inarrestabili, mentre la madre e la figlia subiscono e si passano come testimone la bottiglia e la paura. Canzone, o meglio, capitolo di tristezza infinita, sull’impossibilità di cambiare le cose, anche quando ci sembra che le cose siano davvero cambiate: il figlio e la figlia si sposano, si sentono felici e picchiano i loro figli come i loro genitori facevano con loro. In effetti, qualcosa è cambiato…
L’andatura musicale è da ballata tenue e delicata, a dispetto del testo, ma questa non è una sorpresa.
THERE IS NO TIME
New York è la città degli eccessi, dei rumori, del rock che scuote e ti penetra, a volte come un maglio, altre volte come uno stiletto appuntito. “There is no time” è hard rock urbano dalle chitarre incontenibili, che sommergono per un attimo la melma con un rumore che stravolge ed estrania; la vita, però, è un’altra cosa.
È il primo momento di rivolta dell’album, il primo atto di ribellione alle situazioni che sembrano immutabili. In definitiva: non è il momento delle cazzate, delle celebrazioni e delle pacche sulle spalle, come non è il momento della fiala di crack. È il momento dell’azione, perché “non c’è più tempo” e “il futuro è dietro l’angolo”. Una scossa elettrica istillata dall’unico elettroshock benefico che conosciamo, il rock. Sembra una canzone rivoluzionaria degli MC5 di “Kick out the jams”…
LAST GREAT AMERICAN WHALE
La sorpresa: la presenza di Maureen Tucker, la vecchia batterista dei Velvet Underground, alla conduzione delle bacchette. “Last great american whale” è un racconto con sottofondo musicale, senza cantato e con un’unica chitarra a guidare la semplicissima melodia.
Racconto tra la metafora e la cruda realtà, la storia dell’ultima grande balena americana si avvale di un “arrangiamento” da sopraffino narratore. La balena che liberò un capo indiano, responsabile dell’omicidio del figlio di un sindaco razzista e che fece annegare tutti i bianchi per l’esultanza di neri e rossi, si ritrovò con il cervello spappolato dal bazooka di un seguace dell’NRA (National Rifle Association): “Agli americani non frega niente della bellezza, cagano nei fiumi…”. Gli “americani” (statunitensi) sono per la volontà della maggioranza e se la maggioranza “scarica l’acido delle batterie nei ruscelli”, è giusto che sia così. Metafora o esagerazione che sia, per trovare una possibile fonte, bisognerebbe rileggersi “La Repubblica” di Platone e ricordare cosa pensava Socrate della democrazia…
BEGINNING OF A GREAT ADVENTURE
Una base bluesata, con forti accenti jazz-fusion, per una canzone che sorpassa il pessimismo e sogna come potrebbe essere l’inizio di una nuova vita, a partire dal figlio che nasce. Il desiderio è un misto di iperprotezione e superpotenza, una bolla paterna che tenga il figlio lontano da tutto e una volta cresciuto, un giustiziere che, tra le altre cose, “se incontrasse un cacciatore”, gli “sparasse nei coglioni”. Facile pensare che in quel figlio da proteggere e da rendere invincibile e vendicatore, Lou Reed veda sé stesso, l’uomo passato per un infanzia difficile e che poi ha intrapreso un percorso personale ai limiti del masochismo, anche se baciato dal successo. Il successo, però, non protegge dalle buche e dagli ostacoli: ci vorrebbero dei superpoteri.
BUSLOAD OF FAITH
Quando mancano i superpoteri, a cosa ci si può aggrappare? Non alla famiglia, non agli amici e nemmeno a un dio: puoi contare solo su una “vagonata di fede” per andare avanti. Nello stesso tempo, puoi anche contare sul peggio che potrebbe accadere, perché sicuramente accadrà e in quel momento la vagonata di fede sarà indispensabile. Canzone fortemente ritmata da chitarra e basso, apparentemente negativa, ma che lascia spazio alla speranza che la forza di volontà e la fede in sé stessi, alla fine, siano la via per uscire da qualunque situazione; e chi, meglio di Lou Reed, può dirlo?
SICK OF YOU
La NASA che fa esplodere la Luna, l’ozono che scompare, i problemi grandi e piccoli, sono inezie di fronte al fatto che lei lo ha lasciato per il ragazzo della porta accanto. Il ritmo country, quasi allegro, contrasta fortemente con il tenore del racconto intriso di sciagure personali e planetarie, di fronte alle quali c’è l’indifferenza e il pensiero che riempie la testa, è unico: “sono stanco di te”. Ancora una volta, la sceneggiatura musical-letteraria di Lou Reed esce con una forza straordinaria. Sembra quasi che l’amore possa nascondere o mitigare i disastri che ci circondano, ma che nel momento in cui questo si dilegua dietro la porta chiusa di un altro, la consapevolezza latente diventi realtà: e tutto crolla.
HOLD ON
“Hold on” è un quadro allarmante della città, una lunga descrizione del peggio del peggio di una metropoli mostruosa e tentacolare come New York. L’elenco delle brutture, una specie di cronaca nera reale, è interrotta più volte da un’esortazione: “Tieni duro”. Il ritmo torna nei territori dell’hard rock, le chitarre tornano a far male, mentre la voce continua a raccontare con quel tono da narratore che contraddistingue il Lou Reed di questo album, eccetto che nel ritornello brevissimo. “Hold on” è un riepilogo, un modo per fare il punto della situazione: la situazione è seria, ma bisogna tener duro.
GOOD EVENING Mr. WALDHEIM
Canzone squisitamente politica sui grandi temi mondiali, “Good evening Mr. Waldheim” coinvolge New York in quanto sede dell’ONU. Kurt Waldheim fu segretario generale dell’ONU dal 1972 al 1981 e fu colui che invitò il Papa all’assemblea generale nel 1979. Lou Reed chiede a tre personaggi politici il senso delle loro azioni: il Papa, Jesse Jackson e Waldheim. Il brano è musicalmente molto piacevole, un rock molto veloce con un lungo finale chitarristico, ma a livello lirico sembra il più debole dell’album, proprio per la sua natura diretta, quasi un’invettiva (e che, in ogni caso, mi trova d’accordo).
XMAS IN FEBRUARY
Un altro racconto con un lieve sottofondo musicale e in questo caso, l’ambiente non è la città, ma la giungla del Vietnam. New York è coinvolta con la guerra del Vietnam come qualunque altra città statunitense e il Sam della canzone, come gran parte degli altri reduci, si ritrova a “fissare il muro del Vietnam” anche una volta tornato a casa, dopo aver perso il lavoro, la moglie e i figli: “è il prezzo da pagare quando sei l’invasore”, commenta Reed e ancora più toccante è la descrizione finale dell’uomo in strada, per le vie di New York, con un cartello che dice, “Per favore, aiutate questo reduce a tornare a casa”. Quella era la sua casa e la sua città, ma dopo la giungla e i suoi orrori, Sam non potrà mai più ritornare a casa, men che meno nella nazione che lo ha ridotto a sbandierare quel cartello.
STRAWMAN
Canzone di autoaccusa, basata su un riff roccioso di chitarra e sulla voce arrabbiata di Lou Reed, “Strawman” si chiede quale bisogno ci sia del fiume di soldi che scorre sempre dalla stessa parte e non verso chi ne avrebbe davvero bisogno: chi ha bisogno di un altro film da milioni di dollari o del razzo che andrà a spiaccicarsi sulla Luna, su Marte o su Venere? E soprattutto, chi avrà ancora bisogno “di un altro cantante rock ipocrita il cui naso, dice, l’ha condotto dritto a Dio?” Il verso fondamentale della canzone, è nel ritornello ed è tanto semplice, quanto essenziale: “Quando sputi controvento, ti torna dritto in faccia”. Autocritica feroce, atto di accusa diretto in faccia al proprio mondo dorato, “Strawman” rinuncia ancora una volta alla strada principale delle metafore (a parte lo sputo che torna) e rivela una presa di coscienza che potrà sembrare ingenua e di facciata, ma che non può non colpire. L’uomo di paglia del titolo dovrebbe rappresentare gli Stati Uniti, per i quali Lou Reed, in conclusione, chiede il castigo divino, l’inferno.
DIME STORE MYSTERY
La canzone che chiude il lungo percorso tra le pagine filmate di questo disco, è dedicata alla città di New York e a uno dei più lucidi interpreti del suo magma ribollente umanità e dolore, Andy Warhol. Lou Reed prova ad immaginare gli ultimi istanti di vita di Warhol, prova a capire se l’artista avrebbe abbandonato le sue convinzioni in vista della morte prossima, mentre al di fuori, “la città urla, schiamazza, sussurra”. Il disco si conclude con una domanda: “Quando hai capito che la tua ora era venuta?”. La risposta non arriverà, ma sembra che Lou Reed la stia aspettando.
Per l’ultima canzone dell’album, dedicata al vecchio amico, una specie di sinfonia in crescendo, ritorna Maureen Tucker alle percussioni, la vecchia compagna di viaggio di Lou Reed nei Velvet. Un omaggio a quella creatura sotterranea e al suo mentore, che tanto hanno dato al rock e all’arte degli ultimi quarant’anni.
Il libro musicale è terminato, ma le sue pagine sono davvero difficili da cancellare dalla mente. Non passerà molto tempo fino alla prossima lettura, lo so di sicuro: è il fascino e la repulsione parallele di una città come New York.
DISCOGRAFIA – VELVET UNDERGROUND & LOU REED
Live MCMXCIII (1993); Another view (1986); VU (1985); 1969 - The Velvet Underground live with Lou Reed (1974); Live at Max's Kansas City (1972); Loaded (1970); The Velvet Underground (1969); White light/White heat (1968); The Velvet Underground & Nico (1967)
DISCOGRAFIA – LOU REED
Lou Reed (1972), Transformer (1972), Berlin (1973), Rock’n’roll animal (1974), Sally can’t dance (1974), Lou Reed live (1975), Metal machine music (1975), Coney Island baby (1975), Rock’n’roll heart (1976), Street Hassle (1978), Take non prisoners (1979), The bell (1979), Growing up in public (1980), The blue mask (1982), Legendary hearts (1983), Live in Italy (1983), New sensations (1984), Mistrial (1985), New York (1989), Songs for Drella (1990) [con John Cale], Magic & loss (1992), Set the twilight reeling (1996), Perfect night – Live in London (1998), Ecstasy (2000), American poet (2001), The raven (2003), Animal serenade (2004)
BIOGRAFIA
Nato come Lewis Firbank Reed, classe 1942, a Freeport, Long Island, Lou Reed subisce sin da giovanissimo il clima particolare creato dal maccartismo e dalla maggioranza morale negli Stati Uniti. Il suo interesse verso il rock’n’roll (la sua prima incisione dovrebbe risalire al 1958, un singolo dei Jades con due canzoni attribuite a Lewis Reed) e le sue già chiare tendenze omosessuali, lo porteranno verso il satanismo, come risulta logico a chiunque sano di mente e cosa propongono i savi in questi casi? Elettroshock! Due settimane intensive di trattamento, al termine delle quali al giovane Reed risulta difficile ricordare delle frasi lette pochi minuti prima. La “cura”, in ogni caso, esaspera i comportamenti “anormali” del ragazzo, oltre a portarlo verso un sano odio nei confronti dei genitori, responsabili della scelta terapica. Dopo una serie di esperienze fugaci in altri gruppi (Primitives, Intimates, All Night Workers), Lou conosce Sterling Morrison frequentando la Syracuse University e un suo professore e poeta, Delmore Schwartz, entrambi molto importanti nell’ambito della formazione artistica del nostro. Emigrato a New York, Lou incontra John Cale, come lui un “turnista” della Pickwick Records (scrittore Lou e musicista John, giunto dal Galles e reduce da alcune esperienze con LaMonte Young e John Cage). Con Sterling Morrison e Maureen Tucker, i due formano i Velvet Underground, forse il gruppo rock più importante a livello assoluto. L’atmosfera particolare creata dalla Factory di Andy Warhol, sorta di comune multimediale che ingloba anche i Velvet Underground, sarà decisiva lungo la strada del gruppo. Dopo i primi due album epocali, il primo in compagnia della tedesca Nico, i Velvet perdono John Cale e continuano con Lou Reed per altri due lavori; nel 1970 anche Lou Reed se ne va e dopo un periodo di riflessione, avvia una carriera solista ancora in corso, zeppa di alti e bassi, come si conviene ad un artista umorale e istintivo. I capolavori solisti si possono rintracciare in “Transformer” e “Berlin” per quanto riguarda gli anni ’70 (con altri titoli eccellenti e alcuni lavori “alimentari”) e nella rinascita di fine anni ’80, quel “New York” che sembra un epitaffio scritto sulla città che tanto affascina e altrettanto inquieta. Pochi autori come Lou Reed, in ambito rock, hanno suscitato tante reazioni (di ogni segno) con le proprie liriche e basta leggerne un paio delle più significative per capire il perché: e la storia non è ancora finita.
Caio luglio 2005.
Recensione già pubblicata precedentemente su ciao.com
http://www.caio.it/musica/index1.htm
Commenti
"There is no time" e "Romeo and Juliet" le mie preferite.
buona lettura e buoni ascolti, amices.
http://www.caio.it/musica/index1.htm per scoprire cos'altro ha scritto negli anni il CAIO.
Alla faccia della recensione. Sono veri e propri saggi!
Vero. Trattatello di Caio sul Lou Reed maturo:).
Caio ha questo di bello, è personale ma non pesa; quando parla della sua esperienza riesce comunque a raccontarti notizie, fonti, sensazioni e significati dei dischi. Uno stile peculiare.
Bravo Caio. New York è un altro capolavoro