Rage Against The Machine

Rage Against The Machine

Rage Against The Machine

Los Angeles, California. Primi anni Novanta. Una copertina indimenticabile annuncia la pubblicazione del primo disco di una band che intendeva essere per prima cosa politica e rivoluzionaria, quindi sperimentale e innovativa: i Rage Against The Machine, progetto post-marxista di Zack de la Rocha, Tom Morello e compagni, vivranno dando vita a quattro album – tre, a voler essere estremi come loro insegnavano: “Renegades” è un disco di cover – dall’impatto violentissimo. Ragione necessaria e sufficiente a sgretolare il neo-progetto Audioslave, figlio della stanchezza d’una generazione sconfitta, immonda creatura partorita dall’egida del marketing. De la Rocha se n’è tirato fuori sin da subito, lasciando il posto a Cornell dei fu Soundgarden – ma il guasto d’immagine è fatto, e la piccola leggenda delle furie di Los Angeles s’è incrinata. Cerchiamo di non pensarci a torniamo alle origini: 1992, primo album – Rage Against The Machine.
Il micidiale basso di Tim Commerford è una delle assi portanti del crossover dei RATM: metal ibrido rap ibrido punk ibrido funk – con retrogusto di furiosa e iconoclasta satira sociale, veicolata dai testi e dalle interpretazioni sempre al di sopra delle righe di Zack de la Rocha.  Chiaro sin dal principio del disco, Bombtrack, che si sta ascoltando un disco di rottura: genere indefinibile, cross tra Public Enemy e Clash e Red Hot prima maniera, con maggior rabbia – se possibile – e nessuna concessione melodica.
“With the thoughts from a militant mind / Hardline, hardline after hardline / Landlords and power whores / On my people they took turns / Dispute the suits I ignite / And then watch ‘em burn /
Burn, burn, yes ya gonna burn / Burn, burn, yes ya gonna burn / Burn, burn, yes ya gonna burn / Burn, burn, yes ya gonna burn”
.
E subito dopo, a schiantare qualunque equivoco, un pezzo portabandiera come Killing in the Name, che si schiera senza paura a denunciare gli abusi e le violenze delle forze dell’ordine nelle piazze, regalando un crescendo ossessionante e incancellabile che va configurandosi come parola d’ordine da passare da individuo a individuo, perché la verità e la giustizia stanno proprio in questo approccio: nessuno può impedirvi d’essere liberi: nessuno deve imporre la “sua” libertà ad altri cittadini. Soprattutto se indossa quella ridicola badge, ed esegue gli ordini dei padroni del vapore del momento. Fuck you, I won’t do what you tell me / Fuck you, I won’t do what you tell me / Fuck you, I won’t do what you tell me / Fuck you, I won’t do what you tell me / Fuck you, I won’t do what you tell me / Fuck you, I won’t do what you tell me / Fuck you, I won’t do what you tell me / Fuck you, I won’t do what you tell me / Fuck you, I won’t do what you tell me! / Fuck you, I won’t do what you tell me! / Fuck you, I won’t do what you tell me! / Fuck you, I won’t do what you tell me! / Fuck you, I won’t do what you tell me! / Fuck you, I won’t do what you tell me! / Fuck you, I won’t do what you tell me! / Fuck you, I won’t do what you tell me! / Motherfucker”. Il concetto è discretamente chiaro e il messaggio non può cadere inascoltato – se hai ascoltato questo disco, non esistono equivoci. Lasciare che la traccia vada a ripetizione, da 04:11 circa in avanti, può essere utile per chi tende a patire amnesie.

Passiamo a Take The Power Back. Stilemi Red Hot in apertura, poderoso basso di Commerford e una gran voglia di far pogare il pubblico: soprattutto quando Zack ripete ai suoi giovani connazionali frasi come queste: “Mother fuck Uncle Sam / Step back, I know who I am / Raise up your ear, I’ll drop the style and clear / It’s the beats and the lyrics they fear / The rage is relentless / We need a movement with a quickness / You are the witness of change / And to counteract / We gotta take the power back”. I RATM stavano provando a rieducare alla ribellione la loro generazione: fondando i loro messaggi su un nuovo genere musicale, che potesse risultare riconoscibile sia ai ragazzi delle periferie che ai giovani intellettuali che non potevano non vedere quel che la loro amministrazione stava facendo. No more lies, no more lies, gridava de la Rocha, furibondo: a cosa è servito? Ad oggi, la sconfitta del movimento è un dato indiscutibile e incontrovertibile. La malinconia e la disperazione di Settle for Nothing sembrano oggi un triste presagio di quel che è avvenuto: ossia che l’esito della battaglia politica fosse fallimentare e autodistruttivo. Il ritornello del brano non smette di ghiacciare il sangue, a dodici anni di distanza dai primi, adolescenziali ascolti: quando in piazza, quale che fosse il vostro colore politico, capitava d’essere accompagnati da questo disco. In Italia è stato diverso – giocavamo. Meno da quelle parti: ecco l’incipit fino al primo refrain: “A jail cell is freedom / From the pain in my home / Hatred passed on, passed on and passed on / A world of violent rage / But it’s one that I can recognise / Having never seen the colour of my father’s eyes / Yes, I dwell in hell, but it’s a hell that I can grip / I tried to grip my family / But I slipped / To escape from the pain in an existence mundane / I gotta 9, a sign, a set and now I gotta name / Read my writing on the wall / No-one’s here to catch me when I fall / Death is on my side...suicide!”. E più avanti, per il mantra in progressione delirante di de la Rocha, vale quanto detto per Killing in the Name: le parole-chiave non sono difficili da interiorizzare – If we don’t take action now, we settle for nothing later, we’ll settle for nothing now, and we’ll settle for nothing later.
Continuare a ripeterselo servirà a evitare eccessivi rimorsi e rimpianti, tra una manciata d’anni. Ecco Bullet in the Head. Memorabile l’assolo di Morello, l’effetto della sirena infilato nelle lyrics al momento opportuno, il massiccio tappeto sonoro costruito dai RATM. E accidenti come sale e come implode, questo pezzo. Know Your Enemy: una sassata, di quelle assai opportune e indovinate, all’ipocrita giostra propagandistica dell’american dream – adorabile la clausola: “Yes I know my enemies / They’re the teachers who taught me / to fight me / Compromise, conformity, assimilation, submission /
Ignorance, hypocrisy, brutality, the elite / All of which are American dreams
”. L’assolo di Morello è psichedelico e postindustriale. L’ultima ripresa assolutamente energetica. Io sento Jim Morrison nell’ultimo, rabbioso latrato di de la Rocha: il Morrison esausto dell’American Prayer, poeta e profeta della decadenza del sogno. Molto bello davvero.

Wake Up ha avuto fortuna cinematografica – senza esser stato adeguatamente, ma era inevitabile, compreso dal pubblico europeo. Si tratta infatti del brano che conclude il primo (e unico, ribadiamolo ancora) Matrix: elemento questo che dovrebbe modificare le letture e le interpretazioni del film di tanta critica, perché il significato che aveva, negli States, chiudere un’opera del genere con un pezzo dei primi RATM era piuttosto limpido.
È un brano violento e ancora una volta affidato, nelle variazioni e nelle sospensioni, alla genialità di Morello – senza nascondere simpatie e debiti nei confronti dei primissimi Metallica. Il resto è figlio dell’impegno, della satira, dei crescendo nevrastenici di de la Rocha. Ecco quindi Fistful of Steel – il sound dei RATM, a questo punto dell’album, è già interiorizzato e non spiazza e non disorienta più – né nelle distorsioni, né nelle progressioni, né nello stile punk-rap del frontman. S’apprezzano coerenza e coesione, e spirito rivoluzionario. Non importa fosse figlio d’una ideologia sbagliata: a questo punto possiamo meravigliarci dello spirito e dell’estremismo, e cercare di capire da cosa derivasse e cosa volesse rappresentare. Tredici anni dopo, i Rage hanno figliato – penso a band non troppo diverse tra loro come Korn e System of a Dawn, o ai contraddittori Linkin Park; quel che differenzia e contraddistingue il primo crossover losangelino è proprio l’impronta politica – oltre, ma è superfluo ribadirlo, alla classe e alla tecnica dei musicisti.

Chiudono l’album d’esordio dei RATM Township Rebellion e Freedom: la prima è martellante e ipnotica, non dissimile da Bombtrack, per struttura, impostazione e sonorità, e da Bullet in your Head nella clausola; la seconda è l’ennesima iniezione di adrenalina e inquietudine, insuperbita dal basso di Tim Commerford – ultimo invito a una ribellione che s’è dissolta, isolando ancor più la minoranza che credeva potesse essere realizzata, e deprimendo e frustrando una generazione (non dissimile, almeno in questo, dalle precedenti: siamo stati, una volta ancora, conservazione e transizione).
Rimane un disco imperdibile – per quanti intendano ritrovare lo spirito del rock dei primi anni Novanta, per quanti vogliano riscoprire cosa significava crossover, per quanti credono che, in fin dei conti, dopo i Clash non era rimasto molto da dire a chi voleva fare politica e rock d’avanguardia.

Freedom. Freedom. Freedom. 

RAGE AGAINST THE MACHINE

Zack de la Rocha. Vocalist.
Tom Morello. Guitarist.  
Brad Wilk. Drummer.  
Tim “Bob” Commerford. Bassist.


DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE

Renegades, Epic 2000.
The Battle of Los Angeles, Epic 1999.
Evil Empire, Epic 1996.
Rage Against The Machine, Epic 1992.

Los Angeles, California. 1991-2000.

Morello, Wilk e Commerford hanno quindi formato, con l’ex cantante dei Soundgarden Chris Cornell, una nuova band: gli Audioslave.

Approfondimento in rete: RATM – The Official Site / RATM – Unofficial Site / The Pretty Incomplete RATM Site / Tnt / Ondarock / Wikipedia.


Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Aprile 2005. Prime pubblicazioni: Lankelot.com, Supertrigger

ISBN/EAN: 
5099747222429

Commenti

Rimane un disco imperdibile ? per quanti intendano ritrovare lo spirito del rock dei primi anni Novanta, per quanti vogliano riscoprire cosa significava crossover, per quanti credono che, in fin dei conti, dopo i Clash non era rimasto molto da dire a chi voleva fare politica e rock d?avanguardia. > ecco, sto pensando adesso che in questi anni qualcosa può venire da Devendra Banhart, in questo senso. Chi non lo conosce può approfondire qui:
http://www.younggodrecords.com/prodtype.asp?PT_ID=71

Disco fondamentale fratè!! Attualissimo anche oggi, per tematiche e musica. Spacca sempre. Mi piacerebbe che lo rimasterizzassero per dargli ancora più pompa, sai che spettacolo!!! ;)

Assolutamente d'accordo. Un discazzo, proprio. E' stato e rimane necessario. Se venisse rimasterizzato avrebbe parecchio da insegnare, a dispetto dei suoi 15 anni di esperienza:).

Opzioni visualizzazione commenti

Seleziona il tuo modo preferito per visualizzare i commenti e premi "Salva impostazioni" per attivare i cambiamenti.