Radiohead

Pablo Honey

Radiohead

Come in una favola rock, Thom Yorke, Ed O’Brien, i fratelli Jonathan e Colin Greenwood e Phil Selway, si conobbero fra i banchi di scuola della Abingdon School di Oxford. Thom Yorke suonava all’epoca nella punk band TNT assieme a Colin; passo dopo passo si unirono gli altri, iniziando a suonare assieme negli “On a Friday”, nome ispirato all’appuntamento che i quattro si erano dati per la prima prova.

Leggere la storia dei loro primi passi lascia talvolta sorridere per quella che è proprio la “ironia del destino” – Jonny Greenwood lasciato in disparte nei primi concerti, per una eventuale entrata sullo stage con la sua armonica; ma il futuro li attendeva e presto al loro primo EP “Drill” del 1992, seguì il debutto ufficiale con dodici canzoni e una curiosa cover con un bambino al centro dei petali di un fiore. Sopra questa immagine il nuovo nome della band, che nel 1992 aveva deciso di chiamarsi Radiohead ispirandosi al titolo della sesta traccia del disco “True Stories” dei Talking Heads – nel lato inferiore della cover il titolo dell’album, “Pablo Honey”, appellativo che i Jerky Boys di New York si scambiavano in una delle registrazioni delle loro improbabili conversazioni telefoniche, bootleg che poi venivano fatti circolare sotto forma di audiocassette, e che in Pablo Honey si può sentire nella parte finale dell’assolo di “How Do You”.

“Pablo Honey” presentò i Radiohead nella cornice di un debutto importante, la cui punta di diamante fu sicuramente il singolo “Creep”, che nonostante nel 1992 non riuscisse a sfondare in Inghilterra, poté invece scalare le preferenze del pubblico d’oltre oceano entrando nel circuito delle college radio americane e poi in rotazione su Mtv, divenendo il brillio nascosto tra le pieghe del materiale genuino ma ancora in “crescita” delle “TesteRadio”. Pablo Honey è infatti un disco di ottima fattura, anche se a posteriori si avverte una differenza notevole rispetto agli altri dischi che hanno seguito – soprattutto impressiona il salto avvenuto con il secondo album, il magnifico “The Bends”.
Eppure anche se le caratteristiche dei Radiohead non emergono qui chiaramente, già si stavano sviluppando le capacità musicali che li avrebbero portati ad emergere; è un disco embrionale che ci porta alla superficie di un grande lavoro di elaborazione dei suoni e dei testi che presto sarebbe stato realizzato.

Registrato in sole tre settimane, “Pablo Honey” si presenta infatti già segnato dalla calda capacità rumoristica di Jonny Greenwood e dalla voce di Tom Yorke e le sue vette introverse proiettate nei testi; partendo da questi ultimi, si trova una atmosfera generale molto introspettiva e spesso malinconica, un’aura creata non solo dalla ben nota “Creep”, ma da quasi tutte le lyrics dei pezzi del disco. Musicalmente tutte le tracce si presentano di qualità, equilibrate nella fusione tra le chitarre e le ritmiche di basso e batteria; il disco parte con l’impatto dell’esplosione distorta di “You”, regalando poi momenti distesi come “I Can’t” e  “Stop Whispering”, oltre a pezzi sinceri ed emozionati come “Vegetable”.

In particolare le ultime due canzoni dell’album, “Lurgee” e “Blow Out”, la prima con la sua atmosfera sognante, la seconda nella sua ampia suite strumentale-rumoristica, si stagliano nell’insieme della scaletta del disco; se volessimo rinvenire i puri embrioni dei Radiohead successivi, sono quasi tutti nel portamento spezzato della batteria di “Blow Out”, nei suoni di chitarra come vento che aleggiano in tutti gli spazi della canzone, nel cantato aperto ed espressivo di Tom, nel basso che porta la musica rinforzandola.

Pablo Honey si dimostra così un esordio azzeccato, complessivamente omogeneo e senza “sbavature”, anche se forse la rapidità della registrazione del disco può aver fatto mancare qualcosa alla caratura del suono finale; soprattutto, pur ritrovando qui i primi abbozzi del “Radiohead Sound”, ciò che colpisce di questo album d’esordio è in fondo la netta diversità di queste prime dodici canzoni da quelle scritte successivamente. Forse questa asimmetria fu la chiave del successo dei primissimi Radiohead, che infatti dovettero patire l’eccessiva popolarità di “Creep” rispetto all’intera scaletta – in molte interviste infatti i cinque si lamentarono del morboso legame di molti fan ed ascoltatori a quella canzone *.

Ugualmente il primo album presenta il suolo musicale di cui si nutrirono i cinque di Oxford, trovando la linfa per una crescita notevole e spiccatamente originale, sino all’ultimo “Hail to The Thief”; un disco di classe insomma, che pur nelle sue imperfezioni presenta il “livello zero” della strabiliante crescita musicale del gruppo più interessante degli ultimi dieci anni.

* Non solo: quando Thom Yorke presentò il pezzo gli altri non si entusiasmarono particolarmente, soprattutto Johnny, che in sede di registrazione tentando di rovinarla ha creato il suono distintivo del pezzo, quella “grattata” distorta e potente che si sente prima di ogni ritornello.

BIODISCOGRAFIA.

Si rimanda a quanto già presente qui:

 

Fonti: come sopra, in più suggeriamo il sito www.greenplastic.com e l’ottimo testo di Monica Melissano, “Le canzoni dei Radiohead: commento e traduzione dei testi”, Editori Riuniti, Roma, giugno 2003.

Andrea Vergani.

ISBN/EAN: 
0077778140924

Commenti

Primo disco dei Radiohead!
Prima pubblicazione del pezzo: lankelot.com

" Sopra questa immagine il nuovo nome della band, che nel 1992 aveva deciso di chiamarsi Radiohead ispirandosi al titolo della sesta traccia del disco ?True Stories? dei Talking Heads ? nel lato inferiore della cover il titolo dell?album, ?Pablo Honey?, appellativo che i Jerky Boys di New York si scambiavano in una delle registrazioni delle loro improbabili conversazioni telefoniche, bootleg che poi venivano fatti circolare sotto forma di audiocassette, e che in Pablo Honey si può sentire nella parte finale dell?assolo di ?How Do You?."

> Questo passo è un pezzo di storia del rock degli anni Novanta.
"Pablo Honey" è probabilmente il peggior disco dei Radiohead, ma aveva qualcosa di micidiale nella sua semplicità e nelle distorsioni post-grunge. L'unico rimpianto è che si sono stancati da molti anni di essere ricordati per Creep, non la suonano più dal vivo...

"Eppure anche se le caratteristiche dei Radiohead non emergono qui chiaramente, già si stavano sviluppando le capacità musicali che li avrebbero portati ad emergere; è un disco embrionale che ci porta alla superficie di un grande lavoro di elaborazione dei suoni e dei testi che presto sarebbe stato realizzato."

> proprio a partire da "The Bends", che rispetto a questo disco è proprio un punto a capo...

"pur nelle sue imperfezioni presenta il ?livello zero? della strabiliante crescita musicale del gruppo più interessante degli ultimi dieci anni."

> assieme ai Sigur Ros:).
Io avrei puntato alla cieca sulla crescita dei Cooper Temple Clause, purtroppo si sono sciolti (indovina?) al terzo disco. Seriamente un peccato.

"si trova una atmosfera generale molto introspettiva e spesso malinconica, un?aura creata non solo dalla ben nota ?Creep?, ma da quasi tutte le lyrics dei pezzi del disco."

> Sai che ne sono meno convinto di 15 anni fa?
Dal vivo ti dico perché.

"la rapidità della registrazione del disco può aver fatto mancare qualcosa alla caratura del suono finale;"

> Era una sorta di "best of" dei loro primi anni oxoniensi, come On A Friday e via dicendo. Una sorta di "raccolta" dei loro "insuccessi" locali.

Quoto il nostro Padre Pio.
www.youtube.com/watch?v=_BWHnNhGTKg
Anyone Can Play Guitar sta invecchiando veramente bene.
DEEEESTINY, Destiny protect from the world

2. Io l'ho sentita al loro concerto....1997, Firenze. Non c'era tantissima gente...;-)

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