Le canzoni giravano in rete già un mese prima dell’uscita ufficiale dell’album, e molti fan del gruppo di Oxford avevano preferito una copia masterizzata dell’ultimo lavoro dei propri idoli, invece di spendere venti e passa euro per l’ascolto. Ma, per chi aveva scelto i canali commerciali tradizionali, solo il 9 giugno 2003 “Hail to the thief”, l’ultimo lavoro dei Radiohead di Thom Yorke, faceva bella mostra di sé sugli scaffali dei negozi di musica.
Il ricordo ancora fresco di “Ok Computer, “Kid A” e “Amnesiac” ed il confronto con questi capolavori era una prova difficile da superare, e forse proprio per questo la band di Oxford cercava il colpo ad effetto già con la copertina – una confezione particolare, con un inquietante disegno a raffigurare un collage di parole e frasi slegate tra loro, ammassate in una specie di puzzle multicolore – e con l’insolito indice delle tracce dell’album – per ognuna due titoli (ad es. 2+2=5. The Lukewarm). Ma, a parte l’originale veste grafica, è stato soprattutto con la musica, le melodie e le parole che i “Radiohead” hanno dimostrato, ancora una volta, di essere una delle rock band più ispirate degli ultimi vent’anni, sempre pronte ad esplorare nuovi percorsi artistici e musicali.
“2+2=5” è la prima canzone del disco, con la splendida voce di Yorke in primo piano. La canzone è un crescendo di rara intensità, la scarica furiosa della chitarra di Greenwood, nel ritornello, è adrenalina pura, e ci fa pensare ad un ritorno al rock più puro del passato.
Con “Sit down. Stand up” si cambia totalmente registro: psichedelica e psicotica, trascinante e coinvolgente, la canzone fa del ritornello ossessivo il suo punto di forza, “The Raindrops” ripetuto all’infinito.
“Sail to the moon” è dolce e delicata, piano soffice e voce malinconica. È la canzone da ascoltare da soli, nella propria stanza, possibilmente al buio e lasciando viaggiare i pensieri.
“Backdrifts” è una nuova canzone spiazzante, elettronica ma nello stesso tempo carica di pathos.
“Go to Sleep” è una delle canzoni più intense dell’album, dove la voce si sposa alla perfezione con l’armonia creata dalle chitarre.
Ancora “Where I end and You begin”, magnetica e accattivante, che parte lenta e soffusa per poi sublimarsi in un finale esplosivo.
Altro episodio dall’atmosfera particolare è “We suck young blood”, che inizia con un ritmato battito di mani che fa da sottofondo ad una musica crepuscolare.
“The Gloaming” è, forse, l’episodio meno riuscito dell’album: voce angosciata unita ad un ossessivo cocktail di suoni non ben definiti che non catturano, neanche dopo numerosi ascolti.
La potente “There There” sembra giungere direttamente dalla profonda giungla tribale, con i tamburi che da lontano si avvicinano sempre più mentre Thom Yorke annuncia “Just because you feel it, doesn’t mean it’s there”.
Mentre “I will” è una commossa e sofferta cantilena, uno dei momenti più tristi dell’album, “A punchup at a Wedding” commuove per la sua intensità.
Ancora abbiamo “Myxomatosis”, difficile ad un primo ascolto, che ad un secondo diventa già bellissima, descrizione insopportabile di una malattia d’amore che cresce dentro come una mixomatosi[1].
“Scatterbrain” passa lieve e candida come la neve di inverno, e la chiusura con “A wolf at the Door” (nella quale il wolf del titolo dovrebbe identificarsi con il presidente Bush) è la storia di un lupo pronto a mangiare chiunque si trovi sulla propria strada, una metafora dell’America attuale, una canzone politica, forse uno dei pezzi più belli dell’intero album.
Fine del viaggio: i “Radiohead” ancora una volta hanno fatto centro, con un album dai molteplici livelli di lettura e di ascolto. Come sempre ogni uscita della band è sempre molto attesa, ed alle volte è quasi impossibile mantenere in pieno le aspettative. Ma, in questo caso, i “Radiohead” non deludono affatto, anzi colpiscono in positivo per la capacità di evolversi, cambiare con coraggio, senza essere mai banali.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
Pablo Honey (1993)
The Bends (1995)
Ok Computer (1997)
Kid A (2000)
Amnesiac (2001)
Hail to the Thief (2003)
In rainbows (2007)
BREVI NOTE BIODISCOGRAFICHE
I Radiohead (Colin Greenwood al basso, Johnny Greenwood e Ed O’Brien alle chitarre, Phil Selway alla batteria e Thom Yorke ad incantare con la sua voce e alla chitarra) nascono a Oxford nel 1988. Agli inizi degli anni novanta si fanno notare con l’album Pablo Honey (1993), ancora acerbo ma già in grado di mettere in luce le enormi capacità della band. Il loro percorso musicale continua con The Bends (1995) ed il capolavoro Ok Computer (1997). Tre anni dopo pubblicano lo sperimentale Kid A (2000), subito seguito da Amnesiac (2001). Hail to the Thief è del 2003. In Rainbows, autoprodotto e venduto on line ad un prezzo “deciso dall’utente, è del 2007.
Approfondimento in rete: sito ufficiale della band / Green Plastic Radiohead / Radiohead At Ease / Onda Rock.
Antonio Benforte, 13 giu. 05.
Recensione apparsa originariamente sul sito www.ciao.it e lankecom, in versione più breve e leggermente modificata.
[1] Condizione morbosa caratterizzata dallo sviluppo di mixomi - tumore benigno gelatinoso costituito di tessuto mucoso – multipli. Tratto da www.demauroparavia.it.
Commenti
Amices!
Segnalo il gran ritorno di Rapace in due atti.
Questo è il primo.
Integro subito l'archivio Radiohead...
"Come sempre ogni uscita della band è sempre molto attesa, ed alle volte è quasi impossibile mantenere in pieno le aspettative. Ma, in questo caso, i Radiohead non deludono affatto, anzi colpiscono in positivo per la capacità di evolversi, cambiare con coraggio, senza essere mai banali."
> Stavolta non siamo del tutto allineati, amice.
Io purtroppo non avevo registrato grossi cambiamenti in questo disco, né ne registro dalla doppietta Kid A-Amnesiac. Rimane opera di discreto livello e senza dubbio ascoltabile. Ha avuto scarsa longevità nel mio hi-fi...
"Le canzoni giravano in rete già un mese prima dell?uscita ufficiale dell?album, e molti fan del gruppo di Oxford avevano preferito una copia masterizzata dell?ultimo lavoro dei propri idoli, invece di spendere venti e passa euro per l?ascolto."
> Già, sembra questo l'antefatto vero della scelta commerciale di "In Rainbows"
Questo disco è molto più rock dei 2 precedenti. Appena ascoltato mi sembrava un Ok Computer con l'aggiunta di più ballate ed elettronica.
Non a quei livelli, però. Quel disco è FONDAMENTALE.
Questo sì, Ok Computer rimane una pietra miliare nel genere...