R.E.M.

Reckoning

R.E.M.

SCENA n° 1 (Athens, Georgia)

I R.E.M., un gruppo, un suono, un successo locale travolgente e un interessamento crescente da parte dei molti avvoltoi che bazzicano il mondo discografico. Il successo del singolo “Radio free Europe” aveva sbalordito più di qualcuno, ma soprattutto, aveva sorpreso gli stessi R.E.M. che, con il successivo mini–lp “Chronic town”, si erano un po’ ritirati, non so come dire. Tra un tour e l’altro a bordo di uno scassatissimo van, il gruppo trova il tempo d’incidere un mezzo capolavoro (tre quarti, va…), “Murmur”, disco dell’anno per la Bibbia del giornalismo musicale statunitense, Rolling Stone, davanti a “Thriller” di Michael Jackson e “Synchronicity” dei Police. Fate un po’ i conti: “Murmur” vendette la bellezza di 200.000 copie, risultato non solo ragguardevole, ma quasi eccezionale per un gruppo simile, ma dietro a sé, secondo Rolling Stone, lasciava il disco più venduto di tutti i tempi, “Thriller” (20-25 milioni di copie? Non ricordo) e l’album di maggior successo dei Police (a parte i milioni di copie, chi ha una certa età ricorderà quell’estate dell’83, durante la quale “Every breath you take” diventò, da bella canzone qual è, un tormento quasi da odiare per la sua onnipresenza). Beh, i R.E.M. dovettero confrontarsi con tutto questo e non solo (oltre a Rolling Stone, furono molti i magazines musicali e non a tributare premi e onori al gruppo). Come continuare sulla stessa strada intrapresa dopo un successo simile di critica (e anche di pubblico, anche se in maniera minore)? La parola d’ordine fu “ignorare”: ignorare il successo di “Murmur”, ignorare i premi e i riconoscimenti che piovevano su quel disco, ignorarne la musica e le canzoni e soprattutto ignorare il desiderio di registrare un “Murmur II”. E così fu.

Dissolvenza.

SCENA n° 2 (Charlotte, Virginia)

Strattonato a destra e a manca, il gruppo tornò invece da Mitch Easter e Don Dixon, i produttori del primo album e si rinchiusero nello studio Reflections di Charlotte. L’intento fu quello di registrare un album diretto e senza fronzoli, cercando di riprodurre a grandi linee il loro suono live, abbandonando le sperimentazioni di “Chronic town” e l’oscurità un po’ paranoica di “Murmur”. Le registrazioni furono insolitamente veloci per gli standard dell’epoca e secondo Don Dixon fu davvero un bene, perché quando non si ha molto tempo a disposizione, non ci si può permettere il lusso di avere dei ripensamenti. Al di là di tutti questi dettagli, è indubbio che “Reckoning” non sia un album sconvolgente, ma una tappa importante nel percorso dei R.E.M. degli anni ’80; un disco più cerebrale nelle soluzioni sonore e negli arrangiamenti, in contrasto con la velocità con la quale fu realizzato. Come disse Peter Buck, “Reckoning è un LP più semplice; fu una reazione al modo in cui “Murmur” era stato scritto, registrato e prodotto. È molto più epidermico”.

Il vero titolo del disco è “File under water” e in effetti negli Stati Uniti l’album uscì con entrambi i titoli sul bordo, mentre sulla copertina non appariva nessuna indicazione (il titolo sulla copertina fu una decisione della distribuzione europea). Questo per spiegare una delle possibili interpretazioni centrali di “Reckoning”: l’archiviazione sotto la voce acqua allude all’incapacità del gruppo nell’etichettare le cose ed è una metafora che si ritrova in tutto il disco. Ancora una volta, però, i dischi dei R.E.M. si devono valutare pienamente dal punto di vista musicale più che dal lato lirico. Michael Stipe conferma anche in “Reckoning” la sua tendenza nell’usare la voce come uno strumento aggiunto e il risultato è una volta di più eccellente.

Stacco secco.

SCENA n° 3 (Padova, piatto Pioneer, vinile)

Una rullata veloce di batteria e un muro di chitarre a dodici corde, introducono le canzoni di “Reckoning”: “Harborcoat” è una veloce canzone rock che si dipana in un ritornello melodico a più voci. Non è un pezzo memorabile, ma tenendo conto delle dichiarazioni dei R.E.M. e dei produttori, sbalordisce per l’intreccio vocale e per l’arrangiamento tutt’altro che semplice.

Sbalordimento che continua con “Seven chinese brothers”, una specie di filastrocca cantata in maniera dimessa da uno Stipe che sembra trasformato in aedo dei nostri tempi. La canzone è guidata da un delicato arpeggio di Buck, chitarrista dilettante che sta crescendo giorno per giorno. La canzone, che si vuole ispirata da un proverbio, rimase incomprensibile per chiunque (forse anche per Stipe) e fu ostica da registrare, tanto che il gruppo ne provò una versione scherzosa (“Voice of Harold”) e davvero divertente che venne inserita in “Dead letter office”, tre anni più tardi; in quella versione, Stipe cantò le note di copertina di un album che prese a caso nello studio e in quel caso andò tutto bene alla prima prova!

Il primo colpo di genio giunge con “So. Central rain (I’m sorry)”, una delle tante meraviglie che i R.E.M. hanno estratto dal loro capiente cilindro. Un tenue giro di accordi, la voce di Stipe, ancora una volta dimessa e il ritornello che si dispiega magnifico e naturale. “So. Central rain (I’m sorry)” fu dedicata ad un’amica scomparsa in un incidente stradale e quel “Mi dispiace” del ritornello è davvero straziante.

Pretty persuasion” riporta un po’ di allegria nell’atmosfera con un riff arpeggiato di Buck e una serie di stacchi e controstacchi giocati su un ritmo mai meno che veloce.

Time after time (Annelise)” chiude la prima facciata all’insegna di una delle passioni dei nostri, i Velvet Underground. Nessuna carta-carbone, intendiamoci, ma una ballata segnata da soffici percussioni e dagli accordi squillanti della chitarra. Dovessi trovare un altro riferimento, non potrei non citare gli XTC di quegli anni (che Buck sicuramente conosceva).

Dissolvenza. Intervallo. Primo piano.

Second guessing” apre la seconda facciata senza particolari picchi, con un ritmo cadenzato e un ritornello non memorabile come al solito, mentre “Letter never sent” si distingue per la particolarità dell’arrangiamento, il canto stralunato di Stipe e il lavoro eccellente al basso di Mike Mills.

Camera” è l’altro momento soffuso e lento del disco, una specie di blues-new wave impreziosito dal basso e con un brevissimo assolo dai toni psichedelici di un sempre meno timido e sempre più consapevole Peter Buck.

Un intermezzo straniante conduce ad un secondo momento memorabile, una canzone che rischiò di rimanere nel bidone degli scarti in quanto poco rappresentativa rispetto al resto del disco. “(Don’t go back to) Rockville” era una canzone squisitamente rock che faceva impazzire l’avvocato e grande amico dei R.E.M. Bertis Downs, i quali decisero di inciderne una versione country, con tanto di pianoforte, appositamente per lui. Il risultato fu lo splendore delicato e dal ritornello memorabile che possiamo ascoltare su “Reckoning”.

Il disco si chiude con “Little America”, nient’altro che un esercizio profondamente R.E.M. dalla prima all’ultima nota di un gruppo riconoscibile in due accordi.

SCENA n° 4 (da qualche parte in qualche dove)

Qualcuno scrisse, alla fine degli anni ’80, che mettendo allo stesso tavolo un numero imprecisato di appassionati dei R.E.M. e chiedendo loro di indicare il loro album preferito del gruppo, si avrebbe, probabilmente, l’intera discografia citata. “Reckoning”, a mio parere, raccoglierebbe meno voti degli altri dischi dei R.E.M., ma solamente perché siamo di fronte ad un gruppo dalla produzione qualitativa impressionante; d’altra parte, il disco è di fondamentale importanza per capire fino in fondo l’evoluzione del suono R.E.M.. Scusate se è poco.

Dissolvenza lunga. Fine.

DISCOGRAFIA ESSENZIALE e GENESI DEL GRUPPO.

Reveal (Warner Bros, 2001), Up (Warner Bros, 1998), New adventures in hi-fi (Warner Bros, 1995), Monster (Warner Bros, 1994), Automatic for the people (Warner Bros, 1992), Out of time (Warner Bros, 1991), Green (Warner Bros, 1988), Document - N° 5 (IRS, 1987), Dead letter office (IRS, 1987), Lifes rich pageant (IRS, 1986), Fables of the reconstruction/Reconstruction of the fables (IRS, 1985), Reckoning (IRS, 1984), Murmur (IRS, 1983), Chronic town (IRS, 1982)

I R.E.M. si formano nella città universitaria di Athens, Georgia, alla fine degli anni ’70, con un nucleo che rimarrà invariato per più di quindici anni: Peter Buck (chitarra), Michael Stipe (voce), Mike Mills (basso) e Bill Berry (batteria). Quest’ultimo lascerà il gruppo nel 1997, portando i R.E.M. vicini allo scioglimento; la decisione fu quella di continuare in tre, senza un sostituto fisso alla batteria.

Il debutto su 45 giri, inciso per la piccola etichetta Hib Tone, è datato luglio 1981: “Radio free Europe” ottiene un inaspettato e lusinghiero successo presso le college radio. Dopo la firma con IRS di Miles Copeland, è la volta del mini-LP “Chronic Town” (agosto 1982) e del primo album vero e proprio, “Murmur” (aprile 1983). Nel 1988 il gruppo abbandona la semi-indipendente IRS e firma per la major Warner Bros.

La carriera dei R.E.M. è un continuo crescendo: sino al successo stratosferico di “Out of time”, del 1991, ogni disco del gruppo vende più del precedente. Con il successivo “Automatic for the people” si apre una nuova fase, caratterizzata dai cambi di umore e dalle sterzate stilistiche, sino ai recenti “Up” e “Reveal”.

Riferimenti principali:

R.E.M. – Vecchie storie, nuove avventure”, di Tony Fletcher – Gianni Sibilla, Arcana Editrice 1997

R.E.M. – Manuali rock”, Arcana Editrice, 1992

CAIO

Recensione pubblicata sul sito www.it.ciao.com e lankelot.com in data 10 dicembre 2003, salvo alcune piccole modifiche.


ISBN/EAN: 
0077771315923

Commenti

Diceva CAIO:

"L?intento fu quello di registrare un album diretto e senza fronzoli, cercando di riprodurre a grandi linee il loro suono live, abbandonando le sperimentazioni di ?Chronic town? e l?oscurità un po? paranoica di ?Murmur?. Le registrazioni furono insolitamente veloci..."

> buon ascolto amices!

" ?Murmur? vendette la bellezza di 200.000 copie, risultato non solo ragguardevole, ma quasi eccezionale per un gruppo simile"

> Oggi, forse, levato uno zero, sarebbe un grande risultato per una band indie...

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