“Monster” doveva essere l’album del divertimento, della presa diretta, della musica composta, suonata e cantata per il semplice gusto di farlo (difficile crederlo fino in fondo, ma qualcosa di vero dev’esserci). Al contrario, i numerosi problemi e le tragedie personali lo resero un disco sofferto, al di là di ogni previsione.
Dopo cinque lunghi anni, per i R.E.M. era giunto anche il momento di tornare sui palchi in giro per il mondo; non succedeva dal tour di “Green” e per i quattro, abituati nel passato a vivere letteralmente sul palco, non fu una decisione da prendere con facilità. Il disco appena registrato era indubbiamente il mezzo ideale per riportare la musica dei R.E.M. in mezzo alla gente, ma un tour mondiale è un tour mondiale, mica bazzecole. Il meccanismo che porta molti gruppi al disfacimento, non riuscì a distruggere i R.E.M. , pur con dichiarazioni come questa di Mike Mills:
“Devi allontanarti dalle cose per capirne il valore. Mi ricordo di aver finito il tour di Green e di aver avuto tendenze quasi suicide. Era una cosa del genere ‘non capisco, abbiamo appena finito un tour di successo, vendiamo un sacco di dischi, siamo ammirati da un sacco di persone e non sono felice di quello che sta succedendo’. È perché ho passato dieci anni su un bus, guardando una bottiglia. Devi uscirne o rischi di morire”.
Davvero ironicamente macabre queste parole, tenendo conto che il batterista Bill Berry rischiò davvero di morire durante il tour di “Monster”. Anche Michael Stipe si rendeva conto di tutto questo:
“Mi piace esibirmi e mi piace viaggiare. Le due cose, però, messe assieme sono un veleno”.
Il 12 gennaio 1995, il giorno prima che il tour prendesse il via, Peter Buck fece un passo importante e decise di farlo a Perth, in Australia, da dove il tour avrebbe preso le mosse: il matrimonio. È una scelta personale, forse non importante dal punto di vista del gruppo e nemmeno da quello della vita di Buck stesso (la coppia aveva già due gemelline), ma sembra d’altro canto il suggello della nuova fase R.E.M. Il passato sembra definitivamente tramontato e ciò traspare nettamente anche dalla scaletta suonata durante il tour. Le canzoni datate cominciano a non avere più un senso per i R.E.M. di adesso e perché suonare un pezzo se la cosa sembra inutile agli stessi esecutori?
Vidi anch’io i R.E.M. durante quel tour e ricordo il mio sconcerto: tutti pezzi dagli ultimi tre album e rarissime fughe nel passato. Mi domandai il perché e come me anche molti altri, ma come sempre in questi casi, le critiche dovrebbero essere messe da parte di fronte al rispetto verso le scelte del gruppo o dell’artista. Era il febbraio del 1995 e i R.E.M. avevano da poco cominciato la fase europea del tour mondiale. Qualche giorno dopo, il primo marzo, durante l’esibizione di Losanna, il batterista Bill Berry si accasciò al suolo. Sostituito dal collega dei Grant Lee Buffalo, che aprivano quei concerti, Berry se ne tornò in albergo e venne ricoverato solamente il mattino successivo: era un aneurisma che stava provocando un’emorragia nel cervello. L’operazione immediata risolse il problema e ovviamente, la restante parte del tour europeo venne cancellata.
Nonostante il ritorno a casa e la ripresa della vita di tutti i giorni, compresa la musica e una limitata attività fisica, il 30 aprile si diffuse la notizia che Bill Berry era morto. Difficile capire come si creino notizia come questa, molto simile a quella che dava Michael Stipe in fase terminale di una malattia. Lo scherzo, perché di questo si trattava, sembrò anticipare la dipartita artistica di Bill Berry, anche se non fu immediata, anzi: il tour riprese a metà maggio e con una bella scelta ironica fu ribattezzato Aneurysm ’95. Il disco successivo, “New adventures in hi-fi”, nacque tra le pieghe di tutto questo, direttamente in tour. Molte canzoni furono dapprima provate durante i soundcheck e successivamente inserite nella scaletta. A dispetto delle apparenze, “New adventures in hi-fi” è un disco ancora più immediato e semplice del precedente “Monster”, registrato sulla strada, durante le prove e tra un concerto e l’altro; è lo specchio di ciò che i R.E.M. avevano passato dopo la sbornia di successo di “Out of time” e dei piccoli e a volte drammatici fatti personali in cui erano incappati in quegli ultimi anni.
La copertina è praticamente speculare rispetto al precedente “Monster”: al posto dei colori accesi e fumettati, un’immagine in bianco e nero di un deserto, sfocata e quasi sfuggente. Che i R.E.M. siano cambiati e che abbiano abbandonato anche le tempeste elettriche di “Monster”, anche se non del tutto, risulta lampante fin dall’attacco di “How the West was won and where it got us”: chitarra quasi assente, un giro di piano semplicissimo e un’inquietante suono di sottofondo che rende trasparente la tensione.
La canzone che apre l’album, ne svela anche il tono generale e il senso. Nei loro ultimi dischi, diciamo da “Document” in poi, i R.E.M. avevano scelto un tema per lavoro, pur senza volersi chiudere in gabbie ideologiche o tematiche. Dalla morte di “Automatic for the people” e dal sesso di “Monster” (infarcito di morte), il gruppo passò al viaggio sin dal titolo; come non essere d’accordo, vista la sua genesi?
I viaggi tra le note, dunque, cominciano con i pionieri, la conquista del West e ciò che quella conquista comportò:
“La storia è una tristezza / raccontata tante volte”.
Canzone dai due volti contrapposti (drammatico durante le strofe, disteso nei ritornelli), “How the west…” sembra ancora una volta voler rompere con il passato del gruppo e lo fa parlando di un passato di cui tutti loro (e anche noi) sono figli.
Con “The wake-up bomb” ci si ritrova per una volta catapultati nelle atmosfere di “Monster”: chitarra protagonista e dura, grande grinta della voce di Stipe e tastiere splendide. Il testo non parla di sesso, ma del glam-rock e dei suoi eccessi, arrivando a citare direttamente Queen e T. Rex:
“Mi ubriaco e canto con i Queen”.
“Non posso dire di amare Gesù / potrebbe essere un’affermazione vuota”.
È la frase che apre “New test leper”, una ballata mesta che sembra riflettere sul ruolo dei R.E.M. nel grande baraccone dello show-business. Le riflessioni di questa canzone pongono Stipe dalla parte opposta di un Bono, immerse come sono nella disillusione e nel pessimismo verso una società mediatica che strizza le proprie icone per ridurle da ciò che dovrebbero essere a ciò che devono essere.
“New test leper” è una delle quattro canzoni, su quattordici, registrata regolarmente in uno studio, a dimostrazione della fattura del lavoro di disco nato sulla strada.
“Undertow” si apre su dei feedback e sul ritmo tranquillo che sembra uno dei punti di riferimento della batteria di Bill Berry per questo album. Il testo si ricollega alla precedente “New test leper” e s’immerge ancora tra la religione, le riflessioni e le immagini letterarie per cui Stipe è giustamente famoso:
“Questo non è il mio momento, fratello / Fa freddo in paradiso e non mi stanno crescendo le ali / (…) Fratello puoi vedere quegli uccelli? / Loro non guardano il cielo / Loro non hanno bisogno di una religione, possono vedere”.
Quanti pensieri possono evocare parole simili? Dal personale (di Stipe e mio), al generale, ci si potrebbe imbastire una discussione infinita. Meglio passare oltre e bearci con “E-bow the letter”, un atto d’amore verso una persona speciale, un’artista come ne sono transitate poche nel grande mondo del rock’n’roll e quasi per caso.
Patti Smith era una fissa sia per Peter Buck, da quando la vide dal vivo nel 1976, che per Michael Stipe, da quando sentì “Horses”. Non posso nemmeno immaginare cosa si sia mosso dentro il futuro cantante dei R.E.M. all’ascolto di quel disco, una delle più riuscite miscele di rock e poesia che siano mai state incise. Fu dopo aver ascoltato “Horses” che Stipe, lontanissimo dal fan classico del rock, come poteva esserlo Peter Buck e anzi, quasi indifferente verso il genere, decise sulla sua vita futura: anche lui, come Patti Smith, avrebbe cantato e fu quella convinzione che lo spinse ad entrare nei R.E.M. .
Ogni qualvolta capitavano a Detroit, dove Patti Smith viveva con il marito Fred “Sonic” Smith fino alla morte di quest’ultimo (ex-componente dei leggendari MC5), i R.E.M. dedicavano una canzone alla poetessa, nella speranza che lei fosse tra il pubblico. Non successe mai, ma con il successo dei loro dischi, i R.E.M. ebbero l’opportunità di contattarla e cercarono di coinvolgerla; un primo tentativo fallì con “Automatic for the people”, ma qualche tempo dopo, prima della partenza del tour del 1995, lei scrisse un biglietto a Michael Stipe e durante il girovagare per gli Stati Uniti, salì sul loro palco per tre volte.
Rispuntò la vecchia idea di farla cantare in un loro disco e con quella, una canzone dei tempi di “Monster”, poi scartata perché non in sintonia con quel disco. Patti Smith accettò e il sogno fu coronato.
“E-bow the letter”, come disse Buck, “è un flusso di coscienza”, la coscienza di Michael Stipe. Il gruppo aveva la musica, ma non il testo. Già in passato Stipe aveva usato un metodo simile a quello usato per “E-bow the letter”: per trovare il giusto tono di “Seven chinese brothers”, prese in mano un disco e ne cantò le note di copertina (la versione, rititolata “Voice of Harold”, finì in “Dead letter office”). In questo caso, il vettore è costituito dalla brutta copia di una lettera che Stipe aveva da parte. Una serie d’immagini ora poetiche, ora drammatiche, condite con riflessioni della più pura marca Stipe, il tutto commentato da una musica da ballata, lenta e sinuosa e caratterizzata dall’effetto di chitarra del titolo, l’e-bow, molto usato negli anni sessanta. Verso la fine del brano, l’intervento alla voce di Patti Smith, una presenza quasi impalpabile, ma pregnante e fortissima. Una piccola perla di pura magia.
Con “Leave” i R.E.M. si spingono oltre i sette minuti, componendo e registrando la canzone più lunga della loro carriera e sicuramente una delle più inusuali.
Introduzione affidata alla chitarra acustica incerta di Bill Berry, che si produce in un giro di accordi semplici e quasi stonati e poi, improvvisamente, lo stranissimo riff di una chitarra sirena che accompagnerà tutta la canzone. Un pezzo quasi devastante, se posso dire la mia. Il responsabile dell’effetto sirena è il Scott McCaughey, uno dei tanti ospiti di questo lavoro, che non ricorse a effetti loop e che secondo Buck, alla fine delle poche prove precedenti la registrazione, doveva riposare il polso completamente insensibile per la posizione (“Scott tiene una chiave e muove di un’ottava su è giù per tutta la canzone”). Anche la chitarra di Buck non si risparmia in questo pezzo, spaziando in lungo e in largo con le sue costruzioni ora melodiche, ora durissime e concludendo il tutto con un feedback lunghissimo. Splendida.
La pillola hard di “Departure” è uno degli specchi di questo disco, scritto sulla strada (“Appena arrivati a Singapore da San Sebastian, Spagna/Un viaggio di 26 ore”) e rappresenta anche il tentativo di allentare la tensione dopo le due canzoni precedenti. L’umore si mantiene anche con la successiva “Bittersweet me”, una delle prime canzoni nate dal tour e che sarebbero poi finite sull’album, forse l’aggancio più netto con il passato remoto dei R.E.M., anche se la durezza delle chitarre potrebbe ingannare. Un ritornello bello, ma sono le strofe ad affascinare per gli interventi ai cori di Mike Mills.
“Be mine” è una lunga seduta di magia: impossibile non restarne affascinati. Una lunga introduzione quasi acustica e poi il pezzo che si dipana sempre più, scoprendo le sue qualità più nascoste e interiori, sia musicalmente che liricamente:
“E se tu facessi di me la tua religione / ti darei tutte le stanze di cui hai bisogno / Sarò il disegno del tuo respiro / (…) Sarò il cielo sopra il Gange / Sarò l’immenso e tempestoso mare / (…) Sarò le visioni che tu vedrai”.
“Binky the doormat”, secondo Stipe, “è il titolo più stupido dato a una nostra canzone”. Binky lo Zerbino è il personaggio di un film che ossessionava Stipe all’epoca (“Shakes the clown”, del comico Bobcat Goldthwait), un pagliaccio che si faceva calpestare dalla gente. A dir poco splendida la progressione musicale, che si distende da un’introduzione “da luna-park” e arriva a un ritornello a dir poco stupendo, incorniciato dai cori di Mills (una delle mille perle che rendono i R.E.M. un gruppo da amare). Stipe si fa sommergere o più propriamente, calpestare, dalla musica che sommerge tutto il pezzo e racconta la storia di un innamorato che si fa maltrattare in ogni modo.
Lo strumentale “Zither” nacque in un camerino: una dolce melodia che stempera le atmosfere pregnanti e tutt’altro che rilassate di questo album, ma è una pausa che dura poco.
“So fast so numb” riprende la durezza delle chitarre di Buck e gli argomenti che ruotano sui rapporti difficili, sull’odio, sulle incomprensioni e nulla nella musica e nei cori può far pensare alla rilassatezza. È splendida questa capacità di riuscire a comunicare con la musica il proprio stato d’animo. “Low desert” ne è un altro esempio: un pezzo oscuro debitore di un certo tipo di suono hard anni ’60-’70 e pervaso dalle tastiere di Mills, dalla chitarra buia e drammatica di Buck e dalla slide di Nathan December. Una grandissima canzone.
A chiudere il tutto, una ballata pianistica dolce e veloce, “dedicata” a Hollywood e alle sue stelle: “Electrolite” può essere letto come elettrolita, ma anche come electro-lite, luce elettrica e parla della Mulholland Drive, la strada di Hollywood che sale sulla collina dei vip e ti permette di vedere le luci di Los Angeles dall’alto (la foto del retro-copertina):
“Se mai io volessi volare / Mulholland Drive / Sono vivo / Hollywood è sotto di me / Sono Martin Sheen / Sono Steve McQueen / Sono Jimmy Dean”.
A chiudere il viaggio dei R.E.M. e le canzoni nate dalla strada, un viaggio immaginario nei sogni delle stelle del cinema e un cerchio che si chiude passando dalla realtà alla fantasia. Chiusura non proprio ottimista, per come la vedo io.
Dopo la chiusura del disco, la chiusura del papiro, con l’ennesima dimostrazione dell’intelligenza manageriale dei R.E.M. nella conduzione della propria vita artistica. Dopo quindici anni, il rapporto con una delle persone più importanti per il gruppo, il manager Jefferson Holt, si ruppe improvvisamente. Uno scarno comunicato affermò che Holt non sarebbe stato sostituito e che non ci sarebbero stati altri commenti sulla questione. Holt non era solo il manager della band fin dai primi tempi, ma anche un amico e una persona vicina ai quattro in maniera quasi viscerale. Le ipotesi giornalistiche si spinsero fino a montare un caso di molestie sessuali, anche se la fonte misteriosa della notizia non fu mai rivelata. I quotidiani e i magazines musicali cercarono di spingere la faccenda verso lo scandalo, ma le bocche dei R.E.M. rimasero cucite come anticipato dal comunicato stampa, se non per una dichiarazione di Buck che non disse nulla di più di quanto già si sapeva (se non di chiedere direttamente a Holt). La questione si spense com’era nata, sconfiggendo ancora una volta gli sciacalli dello spettacolo a tutti i costi. Come non amare un gruppo come questo?
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e GENESI DEL GRUPPO
Reveal (Warner Bros, 2001), Up (Warner Bros, 1998), New adventures in hi-fi (Warner Bros, 1995), Monster (Warner Bros, 1994), Automatic for the people (Warner Bros, 1992), Out of time (Warner Bros, 1991), Green (Warner Bros, 1988), Document - N° 5 (IRS, 1987), Dead letter office (IRS, 1987), Lifes rich pageant (IRS, 1986), Fables of the reconstruction/Reconstruction of the fables (IRS, 1985), Reckoning (IRS, 1984), Murmur (IRS, 1983), Chronic town (IRS, 1982)
I R.E.M. si formano nella città universitaria di Athens, Georgia, alla fine degli anni ’70, con un nucleo che rimarrà invariato per più di quindici anni: Peter Buck (chitarra), Michael Stipe (voce), Mike Mills (basso) e Bill Berry (batteria). Quest’ultimo lascerà il gruppo nel 1997, portando i R.E.M. vicini allo scioglimento; la decisione fu quella di continuare in tre, senza un sostituto fisso alla batteria.
Il debutto su 45 giri, inciso per la piccola etichetta Hib Tone, è datato luglio 1981: “Radio free Europe” ottiene un inaspettato e lusinghiero successo presso le college radio. Dopo la firma con IRS di Miles Copeland, è la volta del mini-LP “Chronic Town” (agosto 1982) e del primo album vero e proprio, “Murmur” (aprile 1983). Nel 1988 il gruppo abbandona la semi-indipendente IRS e firma per la major Warner Bros.
La carriera dei R.E.M. è un continuo crescendo: sino al successo stratosferico di “Out of time”, del 1991, ogni disco del gruppo vende più del precedente. Con il successivo “Automatic for the people” si apre una nuova fase, caratterizzata dai cambi di umore e dalle sterzate stilistiche, sino ai recenti “Up” e “Reveal”.
Caio, agosto del 2004.
Pubblicato in precedenza sul sito Ciao.com e su Lankelot.com
Riferimento principale:“R.E.M. – Vecchie storie, nuove avventure”, di Tony Fletcher – Gianni Sibilla, Arcana Editrice 1997
Commenti
http://it.youtube.com/watch?v=Un8etBtnyC4 LEAVE.
Nothing could be bring me closer
Nothing could be bring me near
Where is the road I follow?
to leave, leave
It's under, under, under my feet
The sea spread out there before me
where do I go where the land touches the sea
There is my trust in what I believe
That's what keeps me,
That's what keeps me,
That's what keeps me down,
To leave it, leave it,
Leave it all behind
Shifting the dream
Nothing could bring me further from my old time
Shifting the dream
It's charging the scene
I know where I marked the signs
I Suffer the dreams of a world gone mad
I like it like that and I know it
I know it well, ugly and sweet
That temper madness with an even extreme
That's what keeps me
That's what keeps me
That's what keeps me down
I say that I'm a bantam lightweight
I say that I'm a phantom airplane
That never left the ground
Lift me, lift me,
I attain my dream
I lost myself, I lost the
Heartache calling me
I lost myself in sorrow
I lost myself in pain
I lost myself in clarity,
Memory, leave, leave
lift my hands, my eyes are still
I walk into the scene
lift myself in a different place
just Leavin'
I longed for this to take me,
I longed for my release
I waited for the callin'
To leave, leave
Leave, leave
Leavin', leavin'
Leavin', leave
R.E.M. - Leave.
http://it.youtube.com/watch?v=gG04KM3PBnc&
senza dubbio la più bella del disco, Leave.
Insieme a E-bow the letter
Per me è un disco ruvido, che s'è lasciato ascoltare più volte nel tempo sino ad avvenuta interiorizzazione. :).
La dichiarazione di Mike Mills riportata da Caio è tremenda, e spiega molto dell'alienazione dei musicisti - e questo sembra davvero un disco rabbioso, e di "liberazione dall'alienazione":
"Mike Mills:
?Devi allontanarti dalle cose per capirne il valore. Mi ricordo di aver finito il tour di Green e di aver avuto tendenze quasi suicide. Era una cosa del genere ?non capisco, abbiamo appena finito un tour di successo, vendiamo un sacco di dischi, siamo ammirati da un sacco di persone e non sono felice di quello che sta succedendo?. È perché ho passato dieci anni su un bus, guardando una bottiglia. Devi uscirne o rischi di morire?."
mi ricordo che spiazzò un po', alla sua uscita. eppure un disco bellissimo...per me, eh. ma non solo, pare (-:
ultimo album di ciglione.
sì.