“Volevamo fare un LP potente, senza riempitivi. Come ‘Aftermath’ degli Stones. Ogni canzone è differente, ma si sente che è il prodotto di un lavoro di gruppo” (Peter Buck).
RADIO FREE EUROPE…
Dopo le “prove” di “Chronic town”, i R.E.M. si prendono maledettamente sul serio e nel 1983 pubblicano un mezzo capolavoro. “Murmur” non sorprende coloro che si erano prodotti in lodi sperticate e peana senza limiti dopo l’uscita del singolo “Radio free Europe”, li stende solamente. La gavetta dei R.E.M. si stava rivelando vera, con tour lunghissimi nei locali di diversi stati, le pause per le registrazioni e ancora i tour, il tutto in comune, su di uno scassatissimo furgone. A differenza di altri gruppi, i R.E.M., pur non avendo il becco di un quattrino, stavano solleticando le orecchie di molti, giornalisti e critici musicali compresi. “Murmur”, secondo Michael Stipe, è una delle sei parole inglesi più facili da pronunciare e questa è la chiave di lettura dell’intero disco, la semplicità con la quale i suoni riescono ad attrarre l’ascoltatore. Per i testi il discorso è molto diverso. In quel periodo, Stipe cantava spesso sulla musicalità delle parole, senza nessuna attenzione al significato vero e proprio delle frasi; per di più, per rendere musicali le parole, il cantante biascicava i testi in maniera spesso incomprensibile (non solo per i non statunitensi, sia chiaro).
Il disco si apre con una nuova riedizione del singolo che tanto aveva sorpreso due anni prima, “Radio free Europe”, canzone che si segnala per la batteria stranamente molto in superficie e per il ritornello, memorabile. “Radio free Europe” nacque da una riflessione sull’invasione della cultura degli Stati Uniti verso il resto il mondo, dove il rock’n’roll viene ascoltato senza capire i significati delle sue espressioni. Potrebbe essere la dimostrazione lampante del linguaggio universale del rock’n’roll, partito dai ritmi tribali africani e sviluppatosi nel modo che sappiamo…
“Ancora oggi mi sconcerta”, disse Michael Stipe nel 1985 a proposito di “Pilgrimage”: il senso era perfetto subito dopo la registrazione, ma “mi sono dimenticato tutto!”. Succede anche con le parole scritte. Il brano è guidato da un solitario riff di chitarra, soffuso e si libera in un ritornello epico, con il controcanto di Mike Mills.
“Laughing” è la dimostrazione della differenza culturale esistente tra un gruppo come i R.E.M. e la maggior parte delle cosiddette college-bands: “Il primo verso si riferisce a Laocoonte…”, spiegò Stipe, parlando dell’episodio mitologico che fu un tema popolare nella pittura rinascimentale. L’esperto d’arte del gruppo era proprio Stipe, appassionato di pittura e arte figurative e in seguito, fotografo di molte immagini che appariranno sui cartonati dei dischi. “Laughing” è un brano malinconico, a dispetto del titolo, sorretto dal basso e da un arpeggio delicato di Peter Buck, mentre la voce sembra aver paura di farsi sentire.
“Talk about the passion” smuove leggermente (ma proprio poco) le acque tranquille del brano precedente. Arpeggio iniziale di Buck, strofe contrappuntate dalla chitarra e un bel ritornello memorizzabile dal primo ascolto. Ad un certo punto, ci si trova ad ascoltare un violoncello: “Ingaggiammo una signora che suona in un’orchestra sinfonica, la pagammo 25 dollari. Le spiegammo a occhio e croce cosa volevamo da lei. La lasciò allibita che non le dessimo uno spartito. Ma alla fine fu grande”.
“Moral kiosk” è uno di quei brani che ti fanno amare i R.E.M. spassionatamente, dal riff, alle strofe, fino al ritornello splendido contrappuntato dai cori, una magia che si ripeterà decine di volte nei dischi dei R.E.M.. Da notare come in questo primo, vero e proprio album dei R.E.M., la chitarra di Peter Buck sia limitata (termine forse troppo forte) ad un ruolo di guida, senza quasi nessun intervento solista; la crescita del chitarrista sarà continua negli anni, ma da persona intelligente e conscia dei propri limiti, Peter Buck non è mai andato oltre le proprie possibilità, da buon amante e profondo conoscitore del punk. Chi conosce i primi album dei Ramones, sa che in quei dischi gli assoli praticamente non esistono, per il semplice motivo che nessuno tra i finti fratellini portoricani era in grado di suonarne uno. È l’assunto perfetto dello spirito punk: non bisogna essere dei maestri di musica per essere in grado di produrre una musica originale e memorabile.
“Perfect circle” chiude il primo lato aprendo, nel contempo, un altro degli scrigni R.E.M.: la canzone è contrassegnata da una chitarra che ha davvero poco di elettrico e dalla voce cantilenante di Stipe.
… E ALTRE STORIE
“Catapult” si fregia di un arrangiamento inconsueto, una canzone che viaggia in libertà fino al “solito” ritornello assassino. “Il missaggio è orribile, uno dei più brutti di tutti i tempi. Lo odio!”, disse Buck due anni dopo. In effetti, gli strumenti non sembrano ben amalgamati tra di loro, ma sono dettagli che solo chi ha “vissuto” la situazione può notare a fondo.
“Sitting still” vive sulla voce di Stipe che dialoga con la chitarra arpeggiata di Buck, in una specie di ballata veloce, anche un po’ anomala. La canzone appariva, nella stessa versione, sul lato B del primo singolo dei R.E.M., “Radio free Europe”.
“9-9”, introdotta e accompagnata dal basso di Mills, è leggermente schizofrenica, tanto da sembrare uno schizzo proveniente da “Chronic town”, mentre “Shaking through” riporta i R.E.M. su un registro melodico con un pezzo che “entra” nel cervello solamente dopo svariati ascolti. Il ritornello, apparentemente semplice e quasi banale, è di quelli da cantare in coro.
“We walk” è indescrivibile, non perché sia tanto bella o brutta da sfuggire le definizioni, ma perché sembra una canzone nata in virtù della perfezione. A me piace immaginare che canzoni di questo tipo siano già scritte da qualche parte e che solo la sensibilità del grande artista sia in grado di coglierle. “We walk” è una meraviglia.
La chiusura di “Murmur” è affidata a “West of the fields”, brano per niente facile o diretto che si dispiega, dopo le strofe che sembrano sviare l’attenzione, in un ritornello davvero strano costruito sull’incrocio delle voci. Il disco è terminato e subito si vorrebbe ricominciare.
DON’T GO BACK…
“Avevamo la sensazione di aver fatto davvero un buon lavoro. Tuttavia, pensavamo che sarebbe andata come per molti altri buoni dischi che avevamo fatto”, disse il produttore Don Dixon alla fine del lavoro: “Avrebbe venduto alcune migliaia di copie, alla gente all’avanguardia sarebbe piaciuto, ma la maggior parte delle persone non avrebbe neanche avuto l’occasione di ascoltarlo”. Quanto si sbagliava!
Raramente il disco d’esordio di una band che incide per un’etichetta indipendente (anche se la IRS sfugge leggermente alla definizione d’indipendente), riceve le lodi piovute su “Murmur”. Rolling Stone lo fregiò di quattro stellette, una valutazione insolitamente alta e lo definì “intelligente, enigmatico, profondamente coinvolgente” e non fu solo a fare la ola: Musician scrisse che “i R.E.M. hanno il sound più ipnotico di qualunque altro gruppo rock del momento”, per Record era “la musica più potente ed efficace, vagamente ossessiva” e, infine, il New York Times si sbilanciò affermando che “tra dieci anni non sarà per niente invecchiato”. Sul versante italiano, Claudio Sorge scrisse su Rockerilla di un "pop-rock piacevolissimo, variegato di sfumature vagamente psichedeliche che lo caratterizzano inevitabilmente come uno dei migliori esempi di riproposizione in chiave moderna di tematiche sonore di evidentissima derivazione sixties”. Nella galleria delle magnificenze rock di tutti i tempi del mensile Velvet, parlando di “Murmur” si poneva l’accento su un fatto che mi trova d’accordo quasi in toto: "Hanno fatto solo capolavori i R.E.M. (di nessun altro gruppo degli anni Ottanta si può dire la stessa cosa, nemmeno degli Hüsker Dü e certo non degli U2)”.
La critica è importante per la vendita di un disco, è quasi inutile scriverlo: se “Murmur” fosse stato stroncato nelle recensioni, pochi si sarebbero accorti della sua uscita; d’altra parte, le recensioni si scrivono sull’onda dell’entusiasmo provocato dall’ascolto, entusiasmo che potrebbe scemare in poco tempo (e succede spessissimo). Il banco di prova sono le classifiche di fine anno, specialmente per un disco uscito ad aprile, come “Murmur”. Rolling Stone, una delle riviste principali per chi vuol conoscere cosa succede nel mondo del rock, nominò a sorpresa “Murmur” disco dell’anno, davanti a nientepopodimenoche “Thriller” di Michael Jackson, “Synchronicity” dei Police e “War” degli U2 e lo stesso, o poco meno, fecero le altre riviste. L’album arrivò a vendere circa 200.000 copie, al di là di ogni più rosea previsione e fu questo successo a mantenere viva la storia dei R.E.M., ma non per i soldi, che comunque non arrivarono (le spese per gli strumenti, lo studio e varie altre voci, si mangiarono anche gli spiccioli), bensì per la consapevolezza che rimanendo assieme, il gruppo avrebbe ancora combinato qualcosa di buono. È successo, eccome se è successo…!
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e GENESI DEL GRUPPO.
Reveal (Warner Bros, 2001), Up (Warner Bros, 1998), New adventures in hi-fi (Warner Bros, 1995), Monster (Warner Bros, 1994), Automatic for the people (Warner Bros, 1992), Out of time (Warner Bros, 1991), Green (Warner Bros, 1988), Document - N° 5 (IRS, 1987), Dead letter office (IRS, 1987), Lifes rich pageant (IRS, 1986), Fables of the reconstruction/Reconstruction of the fables (IRS, 1985), Reckoning (IRS, 1984), Murmur (IRS, 1983), Chronic town (IRS, 1982)
I R.E.M. si formano nella città universitaria di Athens, Georgia, alla fine degli anni ’70, con un nucleo che rimarrà invariato per più di quindici anni: Peter Buck (chitarra), Michael Stipe (voce), Mike Mills (basso) e Bill Berry (batteria). Quest’ultimo lascerà il gruppo nel 1997, portando i R.E.M. vicini allo scioglimento; la decisione fu quella di continuare in tre, senza un sostituto fisso alla batteria.
Il debutto su 45 giri, inciso per la piccola etichetta Hib Tone, è datato luglio 1981: “Radio free Europe” ottiene un inaspettato e lusinghiero successo presso le college radio. Dopo la firma con IRS di Miles Copeland, è la volta del mini-LP “Chronic Town” (agosto 1982) e del primo album vero e proprio, “Murmur” (aprile 1983). Nel 1988 il gruppo abbandona la semi-indipendente IRS e firma per la major Warner Bros.
La carriera dei R.E.M. è un continuo crescendo: sino al successo stratosferico di “Out of time”, del 1991, ogni disco del gruppo vende più del precedente. Con il successivo “Automatic for the people” si apre una nuova fase, caratterizzata dai cambi di umore e dalle sterzate stilistiche, sino ai recenti “Up” e “Reveal”.
Riferimenti principali:
“R.E.M. – Vecchie storie, nuove avventure”, di Tony Fletcher – Gianni Sibilla, Arcana Editrice 1997
“R.E.M. – Manuali rock”, Arcana Editrice, 1992
Caio
Recensione pubblicata sul sito www.it.ciao.com in data 25 ottobre 2003, salvo alcune piccole modifiche; quindi, Lankelot.com.
Commenti
Primo album vero e proprio dei REM.
Murmur, 1983. Articolo di CAIO.
Mitico disco. C'è la mia canzone preferita di sempre di Stipe e compagni: Talking about the passion. con quella Rickenbacker così melodiosa! L'attacco è memorabile.
grande disco