QUAL È LA FREQUENZA, PETER?
Peter Buck mi chiama e con il suo accento masticato da buon uomo del sud, mi dice che i R.E.M. sono stanchi di dischi iper e sovraprodotti. Lui e gli altri tre R.E.M. sono appena stati alla Casa Bianca, in occasione della firma del neo-presidente Bill Clinton sul Motor Voter Bill, il decreto che dovrebbe facilitare l’iscrizione alle liste elettorali statunitensi (che in quel paese non è automatica come da noi, come molti sapranno). Dopo l’uscita di un disco sofferto e oscuro come “Automatic for the people”, Peter Buck e compagni sentono il bisogno di una pausa, anche per smaltire la sbornia di successo e di soldi di quel disco, ma soprattutto di “Out of time”.
“È per questo che avete deciso di non andare in tour?”, ho chiesto a Peter: “Sì, per questo e per molti altri motivi”, mi ha risposto il chitarrista.
La decisione di non andare in tour e la contemporanea adesione di Michael Stipe alla campagna di sensibilizzazione sull’AIDS, provocano una ridda di voci sulla salute del cantante, che dà l’idea di essere sempre più magro e scavato. Non bastasse, durante un concerto europeo, il cantante dei Manic Street Preachers se ne viene fuori con una frase del tipo: “Sarei davvero felice se Michael Stipe morisse di AIDS”. Stipe sceglie il silenzio, anche per rispetto verso la gente che lo conosce e dare la possibilità agli altri “di pensarci un po’ su”. Verso la fine del 1994, Stipe dichiara ufficialmente di non essere sieropositivo, di non essere ammalato e di essere in buona salute. La sua magrezza è congenita, come i suoi “capelli strani” e la sua “brutta pelle” (tutte parole di Stipe): “Non credo che sia sufficiente per creare tutto questo”.
“Volete tornare all’immediatezza di “Reckoning?” , chiedo a Peter. “Ecco, l’hai detto, Caio, ma oltre a quell’immediatezza, abbiamo voglia di spaccare il mondo con la mia chitarra. Sentirai, eccome se sentirai!”.
Il Peter Buck con cui parlo, conosce bene la mia passione per la chitarra elettrica e dai discorsi riesco a capire che le sei corde che impazzano a livelli mai sentiti nei precedenti album dei R.E.M. (nemmeno nel durissimo “Document”), dovrebbero essere la rappresentazione figurata di un vento, tipo il maestrale, che spazza via lo sporco e lascia l’aria pulita. Un vento fastidioso che può colpire i sensi e che, alla fine, non puoi che benedire per la sua forza e la sua immediatezza senza compromessi.
Il destino beffardo, però, ha messo la sua parola in tutto questo. Alla fine di ottobre 1993, muore uno dei migliori amici di Stipe, River Phoenix, grande talento cinematografico: “È stata la perdita più sofferta della mia vita”. Il cantante non riesce a scrivere nulla, anche perché rifiuta l’ipotesi di un “Automatic for the people” parte seconda, basato ancora sulla morte e sulle inquietudini che questa crea. Non bastasse, dopo essere uscito dall’impasse, Michael soffre un’altra perdita, questa volta di un collega: con Kurt Cobain si era scambiato qualche nastro e con lui avrebbe intrapreso a breve una collaborazione. La notizia della morte di Cobain giunge nel pieno delle registrazioni di “Monster”.
In poche parole, il disco della gioia di suonare in diretta, immediato e fragoroso, stava nascendo tra mille problemi, comprese le difficoltà durante le registrazioni, l’appendicite di Mike Mills e il filo della matassa che si stava perdendo irrimediabilmente. “Abbiamo cominciato a mandarci a quel paese”, mi dice Peter, “anzi, ci mandavamo direttamente affanculo. Ci siamo odiati davvero in quel periodo”. Il problema dei tempi diversi dei quattro, viene risolto con una legge immediata di permanenza coatta nello studio in contemporanea e il disco, finalmente, conosce la parola fine.
Nonostante i dubbi e i problemi, loro sono pur sempre i R.E.M.: “Monster” entra direttamente al primo posto della classifica statunitense e raggiunge il vertice di molte altre classifiche in giro per il mondo. Il disco intero è dedicato a River Phoenix e una canzone a Kurt Cobain: “Non potevamo dimenticare le due perdite che, in un modo o nell’altro, hanno influenzato questo album”.
WHAT’S THE FREQUENCY, KENNETH?
Sì, non c’è alcun dubbio: la chitarra che, solitaria, introduce questo nuovo album dei R.E.M., non ha alcun parallelo nella storia discografica del gruppo. Un riff lento e misurato e un suono che rimanda ai R.E.M., ma allo stesso tempo moltiplicato e sostenuto da un feedback di sottofondo che sarà una delle caratteristiche principali del disco.
È una canzone sull’apatia giovanile e sui diversi metri d’interpretazione della stessa; la frequenza sulla quale non è semplice sintonizzarsi. Come dice Michael, un conto è il rifiuto dei meccanismi del nostro mondo e della società, con il conseguente isolamento dagli stessi, un altro è l’apatia e l’insensibilità verso tutto questo.
Il titolo ha una storia davvero singolare e complicata. La frase venne pronunciata da un paranoico all’indirizzo del famoso giornalista Dan Rather e il Kenneth sembra essere Ken Schafer, un esperto di telecomunicazioni che riuscì a captare, con un’antenna satellitare fatta in casa, la televisione sovietica. Il paranoico era convinto di essere continuamente spiato dalla tv e per questo uccise un tecnico della NBC. Angoscia e frequenze sbagliate.
CRUSH WITH EYELINER
Distorsione, feedback e un ritmo ancora nei parametri normali. Ad aiutare Peter Buck e le sue corde, un esperto di suoni chitarristici anormali, Thurston Moore, dei Sonic Youth. “Quello è un pazzo”, mi dice Peter Buck: “Mi voleva far diventare un Lee Ranaldo, ma noi siamo i R.E.M.”. La caratteristica interessante del brano, è il tremolio della chitarra, un trucchetto che rende immediato il senso di frustrazione delle parole di Stipe, indirizzate verso un amore patito da lontano. Un’altra splendida scarica elettrica.
KING OF COMEDY
Il titolo rimanda immediatamente al film di Scorsese con Robert De Niro (it: “Re per una notte”). Il ritmo non cambia rispetto ai primi due pezzi, ma l’atmosfera muta completamente: su una base chitarristica essenziale (non fosse per i consueti feedback) e su una batteria stranamente sintetica, la voce di Stipe è quasi irriconoscibile, bassissima e filtrata. Manipolazione mediatica per vendere qualunque prodotto: la voce di Stipe sembra provenire dall’antro di un grande fratello orwelliano e non ha alcuna emozione.
I DON’T SLEEP, I DREAM
Uno degli argomenti principali dell’album, è il sesso e in particolare, la visione del sesso secondo Michael Stipe: “Non è altro che attrito, ego e tempismo. Volevo qualcosa che fosse sfacciato, incasinato e sexy…”, e ambiguo e con un po’ d’umanità. La canzone è una specie di ballata, con una bella chitarra soffusa (che s’inerpica sulla roccia durante i ritornelli) e la sorpresa del falsetto di Stipe.
STAR 69
La canzone più diretta dell’intero “Monster”. Un riff veloce, la voce normale di Stipe e un ritornello non proprio memorabile. Il testo racconta una storia davvero strana, di tradimento e amicizia in ambito malavitoso ed è cantata in prima persona. Si dimentica in poco tempo.
STRANGE CURRENCIES
Momento di pausa e di rilassamento. “Strange currencies” è una ballatona imponente dal classico ritmo da mattonella, mentre le parole di Michael accentuano la sofferenza della sua voce nel raccontare la difficoltà dell’amore e delle cose che non faresti e che l’amore ti obbliga a fare senza scelta. È un circolo vizioso dal quale non è possibile uscire.
TONGUE
Ancora falsetto per Michael Stipe, a un livello addirittura esagerato. “Tongue” è una ballata pianistica molto anni ’60, con fortissime influenze Motown (chiarissimo il modello Smokey Robinson per quanto riguarda la voce). Non è una canzone d’amore, è una canzone sull’unico possibile surrogato, il sesso, nell’ambito della nostra società dell’immagine, per le “ragazze brutte”. Stipe, in questa come in molte altre canzoni di “Monster”, sembra voler camuffare il proprio io e usa la voce come un Fregoli delle corde vocali. “Michael era in un periodo davvero strano e nero”, mi conferma Peter e come non pensare a una voglia di fuga, alla luce di tutto questo?
BANG AND BLAME
Nonostante l’incipit apparentemente tranquillo, caratterizzato da una chitarra ancora tremolante, “Bang and blame” riporta il discorso musicale sul crash-bang a sei corde di inizio album. Strofe come da inizio riga e poi un ritornello esplosivo, con il gruppo in perfetta sintonia d’intenti.
Le pure gioie del sesso, che ti colpiscono come riesce a fare l’esplosione sonora del ritornello: di questo parla la canzone ed è ancora una volta stridente la tristezza della voce di Michael Stipe, che sembra convinto delle sue parole, ma nello stesso tempo, pare considerarle la dimostrazione provata della galera che l’amore e il sesso rappresentano. Una breve coda strumentale, slegata dal resto della canzone, amplifica il senso di mestizia della canzone.
I TOOK YOUR NAME
È una delle sferzate più violente dell’album, con l’aggiunta di un sapore acido che rende il pezzo ancora più vetriolico. Peter sembra non saper più rinunciare al tremolio delle sue corde e nello stesso tempo, nel ritornello, aggiunge suoni a suoni, quasi come un chitarrista heavy metal. Il brevissimo assolo, poco più di un inciso sulla stessa nota ripetuta, conferma la vicinanza con il pesante metallo musicale. La voce di Stipe sembra quella di un robot, statica, senza emozione, sullo stesso timbro per tutto il pezzo.
LET ME IN
Divagazione rumoristica per chitarra e voce, di tristezza infinita, dedicata completamente a Kurt Cobain: “Kurt morì e io ho alzato le braccia e mi sono detto ‘devo buttare fuori tutto questo’. E “Let me in” nacque da tutto questo: “era stata scritta a Kurt, per Kurt e su Kurt”. L’organo finale, che ricorda gli Animals, è l’orazione funebre dei R.E.M.: “Avevo in mente di provare a fermarti… / ma avevo il catrame sui piedi”, canta Michael quasi piangente. Un minuto di silenzio per questa dedica da batticuore.
CIRCUS ENVY
Canzone semplice ed essenziale costruita su un loop sotterraneo di chitarra distorta e su un riff primordiale, con un unico momento solare, il ritornello dal sapore pop. L’ennesima scarica elettrica dell’album, da ascoltare a tutto volume nei momenti in cui si cerca un po’ d’energia.
YOU
Il finale è affidato a un brano dalle evidenti influenze velvetiane, alla R.E.M., ovviamente. “You secondo me, è bellissima, ma nessuno la nomina mai, neanche per sbaglio", è il lamento di Mike Mills rispetto a questo pezzo lentissimo e segnato dai rumori di Peter e delle sue sei corde. “Mi sono davvero divertito in questo album, al di là di tutti i problemi”, mi conferma il chitarrista e non c’è da dubitarne.
Il tour mondiale successivo all’uscita dell’album, riportò dopo molto tempo i R.E.M. nelle arene dei luoghi più disparati, compreso il forum di Assago che mi vide partecipe e in dolce compagnia. Preceduti dagli interessanti Grant Lee Buffalo (che perdono parte del loro fascino nel casino e nei luoghi troppo grandi), i R.E.M. si sono prodotti in un concerto corretto senza punte entusiasmanti: “Eravamo stanchi, devo ammetterlo. Riprendere a girare in lungo e in largo per il mondo dopo tanto tempo, non è semplice”, mi dice Peter Buck: “Dovevi vederci qualche anno fa a casa nostra, allora sì che ti saresti divertito”. Penso proprio di sì.
Qualcuno si chiederà se conosco davvero Peter Buck (se lo saranno chiesto in pochi, presumo). A me sembra davvero di conoscere Peter Buck, è uno dei musicisti che sento più vicini, anche come persona. Purtroppo, non lo conosco, è vero: conosco solo Michael Stipe… (?).
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e GENESI DEL GRUPPO
Reveal (Warner Bros, 2001), Up (Warner Bros, 1998), New adventures in hi-fi (Warner Bros, 1995), Monster (Warner Bros, 1994), Automatic for the people (Warner Bros, 1992), Out of time (Warner Bros, 1991), Green (Warner Bros, 1988), Document - N° 5 (IRS, 1987), Dead letter office (IRS, 1987), Lifes rich pageant (IRS, 1986), Fables of the reconstruction/Reconstruction of the fables (IRS, 1985), Reckoning (IRS, 1984), Murmur (IRS, 1983), Chronic town (IRS, 1982)
I R.E.M. si formano nella città universitaria di Athens, Georgia, alla fine degli anni ’70, con un nucleo che rimarrà invariato per più di quindici anni: Peter Buck (chitarra), Michael Stipe (voce), Mike Mills (basso) e Bill Berry (batteria). Quest’ultimo lascerà il gruppo nel 1997, portando i R.E.M. vicini allo scioglimento; la decisione fu quella di continuare in tre, senza un sostituto fisso alla batteria.
Il debutto su 45 giri, inciso per la piccola etichetta Hib Tone, è datato luglio 1981: “Radio free Europe” ottiene un inaspettato e lusinghiero successo presso le college radio. Dopo la firma con IRS di Miles Copeland, è la volta del mini-LP “Chronic Town” (agosto 1982) e del primo album vero e proprio, “Murmur” (aprile 1983). Nel 1988 il gruppo abbandona la semi-indipendente IRS e firma per la major Warner Bros.
La carriera dei R.E.M. è un continuo crescendo: sino al successo stratosferico di “Out of time”, del 1991, ogni disco del gruppo vende più del precedente. Con il successivo “Automatic for the people” si apre una nuova fase, caratterizzata dai cambi di umore e dalle sterzate stilistiche, sino ai recenti “Up” e “Reveal”.
Caio, agosto del 2004.
Pubblicato in precedenza sul sito Ciao.com
Riferimento principale:“R.E.M. – Vecchie storie, nuove avventure”, di Tony Fletcher – Gianni Sibilla, Arcana Editrice 1997
Commenti
Racconta CAIO:
"Alla fine di ottobre 1993, muore uno dei migliori amici di Stipe, River Phoenix, grande talento cinematografico: ?È stata la perdita più sofferta della mia vita?. Il cantante non riesce a scrivere nulla, anche perché rifiuta l?ipotesi di un ?Automatic for the people? parte seconda, basato ancora sulla morte e sulle inquietudini che questa crea. Non bastasse, dopo essere uscito dall?impasse, Michael soffre un?altra perdita, questa volta di un collega: con Kurt Cobain si era scambiato qualche nastro e con lui avrebbe intrapreso a breve una collaborazione. La notizia della morte di Cobain giunge nel pieno delle registrazioni di ?Monster?."
> Buon ascolto!
http://it.youtube.com/watch?v=Z6vOKQFzmgc LET ME IN.
Gran bel disco... Dimostra come a Stipe e compagni non piaccia ripetersi. dopo le atmosfere acustiche di Automatic For The People, Monster è governato da un suon rock urbano, potente e tagliente che rimanda attitudinalmente alle New York Dolls e ai Television