R.E.M.

Lifes rich pageant

R.E.M.

La ricostruzione di una favola

Superata la fase peggiore in assoluto della loro carriera, i R.E.M. si lasciarono alle spalle le tensioni e le paranoie delle registrazioni di “Fables of the reconstruction” nel modo migliore che conoscevano: suonando dal vivo. Proprio i tour da affrontare al termine delle registrazioni difficoltose dell’album avevano creato tensioni, stanchezza e voglia di mollare tutto, ma i R.E.M. degli anni ’80 erano essenzialmente un gruppo da palco, da concerti imprevedibili, da scontri con il pubblico: one more from (for) the road, per dirla con i Lynyrd Skynyrd. Le vendite dei loro dischi precedenti seguivano un andamento esponenziale e con “Fables of the reconstruction” successe la stessa cosa; uguale interesse suscitarono presso le college radio, mentre dal punto di vista critico, per la prima volta, i pareri furono discordanti. La produzione di Joe Boyd e il tono depresso dell’album avevano spiazzato molti, ma i R.E.M. facevano parte (e forse guidavano) quella pattuglia di band indipendenti che nobilitarono la musica statunitense di quegli anni: Hüsker Dü, Replacements, Sonic Youth (qualche anno dopo) e altri si accasarono presso le cosiddette majors, abbandonando le case discografiche indipendenti e lo stesso passo sembrava imminente anche per il gruppo di Stipe e Buck.

Successo stratosferico o libertà artistica?

La scelta sembrava obbligata e il motivo è perfettamente comprensibile: un gruppo che riesce a calamitare l’attenzione internazionale, com’era riuscito ai R.E.M., partendo dalle limitate possibilità promozionali di un’etichetta indipendente, avrebbe potuto fare sfracelli con i mezzi immensi di una major. D’altro canto, però, il passo suscitava apprensione: con la IRS i R.E.M. comandavano in tutto e per tutto per quanto riguardava le proprie scelte artistiche e la cosa non era automaticamente possibile con un bisonte del business discografico. I R.E.M. pazientarono ancora un paio d’anni, rimasero alla IRS e registrarono il disco che io ritengo il loro capolavoro assoluto: “Lifes rich pageant”.

Breve e consueto excursus personale

Lifes rich pageant” è il primo disco che acquistai dei R.E.M., qualche mese dopo la sua uscita; la mia preferenza verso questo disco, potrebbe essere influenzata da questo semplice fatto, ma come si può rimanere indifferenti quando, appoggiando la puntina sul disco, si viene travolti da un brano come “Begin the begin”? Devo dire, tra l’altro, che ero sottilmente mal disposto verso questo disco, perché, mi chiedevo, com’è possibile che un gruppo sforni continuamente capolavori, secondo ciò che leggevo ormai da anni tra le righe delle recensioni a loro dedicate? La realtà pura e semplice sta girando sul mio piatto, splendida e solare come il primo giorno, dopo diciassette anni.

Peter Sellers e altre storie…

La scelta del produttore di “Fables of the reconstruction” era costata quasi la storia del gruppo, non per la scelta in sé, ma per ciò che quella decisione si era trascinata dietro. Le priorità da soddisfare per il nuovo disco erano molte: viaggiare anche verso studi lontani, ma non dall’altra parte dell’oceano e in pieno inverno; un ritorno al rock diretto di “Reckoning”, abbandonando il cupo pessimismo del disco precedente, figlio della situazione in cui era stato registrato e infine, diretta conseguenza, un suono squillante e duro che spazzasse via tutto, non tanto le canzoni di “Fables…”, ma il grigiore che le ammantava (io continuo ad amare alla follia quel disco, ma i R.E.M. non mi vogliono ascoltare).

In quegli anni un nome, tra i produttori sulla breccia, sembrava poter soddisfare queste ed altre condizioni: Don Gehman, responsabile dei successi stratosferici di quel periodo di John Cougar Mellencamp, di un disco magnifico come “Hard line” dei Blasters e su altri registri (ingegnere del suono), del successo mondiale di “Guilty”, l’album di fine anni ’70 di Barbra Streisand (oltre a molti altri che non sto qui ad elencare). Fu il suono dei dischi di John Cougar, però, che fece innamorare Peter Buck e Don Gehman fu assunto.

Lifes rich pageant” (qualcosa come: “Che variopinta sceneggiata è la vita”) è una frase dell’immortale ispettore Clouseau interpretato da Peter Sellers, tratta dal film “Uno sparo nel buio”, un modo per esorcizzare le disavventure continue nelle quali era coinvolto il poliziotto francese. Reduci dalle proprie disavventure di “Fables of the reconstruction”, anche i R.E.M. vollero esorcizzare gli eventuali problemi titolando l’album in quel modo e l’esorcismo funzionò perfettamente: nessun problema. A questo punto, rullino i tamburi e squillino le trombe: la puntina ritorna sul primo solco.

Avvertenza: io parlerò del disco in vinile e non della versione in cd che, se non sbaglio, con una di quelle decisioni difficilmente comprensibili, ha distrutto la compattezza del disco originale aggiungendo altri pezzi al termine delle dodici canzoni canoniche. “Lifes rich pageant” è questo.

BEGIN THE BEGIN

Travolgente! Un breve giro di accordi di Peter Buck nel silenzio e poi si viene letteralmente travolti dalla sezione ritmica, mai così dura e penetrante nei precedenti dischi dei R.E.M.. Vogliamo stupirci anche per un’altra caratteristica essenziale dell’impasto R.E.M.? La voce di Michael Stipe è profonda, stentorea e grintosa come non mai. I più fini uditori si accorsero subito che la batteria di Bill Berry non aveva mai avuto un suono così secco e squillante e che quei battiti del cuore ritmico dei R.E.M., avevano consegnato un gruppo già immenso al pantheon del rock di tutti i tempi. Giudico una fortuna aver iniziato il mio percorso tra le canzoni dei R.E.M. con questo pezzo.

THESE DAYS

Ubriacante! Il ritmo aumenta ancora, se possibile. “These days” è una canzone catturata da quello scrigno delle melodie già scritte, perfetta, commovente, paradisiaca. Combinata con “Begin the begin” costituisce un uno-due iniziale da sbalordimento. Attacco fulminante di batteria, voce meno dura e una geniale fusione strofe-ritornelli che rende la canzone di una linearità senza pari; l’unica pausa centrale è affidata agli arpeggi di Buck e al basso di Mills. “These days” continuò a sorprendermi per un tempo immemore: ad ogni ascolto, specialmente in cuffia, scoprivo suoni nuovi o trucchetti che non avevo sentito la volta precedente, come un paio di accordi di chitarra al termine di ogni frase delle strofe. Non finirei mai: la compattezza sonora del gruppo, assolutamente perfetta, i cori e i controcanti di Mills, caratteristica già presente nei R.E.M. precedenti, ma incastrati in maniera sublime in “These days”. Sì, è una delle mie canzoni di sempre: c’ho anche sprecato qualche lacrima in passato e anche in questo momento sento un certo groppo alla gola. Sì, sono pazzo…

FALL ON ME

La distensione. La canzone giusta per lanciare il disco, melodica, sognante, ma non banale, in quanto incontestabilmente marchiata R.E.M.. Ancora una volta da rimarcare i cori di Mike Mills, cantante eccellente in qualsiasi altro gruppo; nei R.E.M., davanti a lui, c’è un certo Michael Stipe. La canzone, melodicamente accostabile a una canzone d’amore, parla invece delle piogge acide: “Non cadermi addosso… Ecco a voi il progresso che abbiamo trovato”. L’argomento politico-ecologico, sviscerato per la prima volta in più canzoni di questo album, tornerà prepotentemente negli album successivi e soprattutto in “Green”, esplicativo fin dal titolo.

CUYAHOGA

Emozionante! Nella recensione brevissima che scrissi durante la mia permanenza su Dooyoo, citavo questa canzone, in particolare, come dispensatrice di emozioni che solo un cuore di pietra non può percepire. “Cuyahoga” è una canzone guidata dal basso di Mike Mills e inghirlandata dagli arpeggi delicati della chitarra di Buck, in un disco che lo vede suonare in poche occasioni in souplesse. Le strofe sono lunghissime, quasi da ballata e il ritornello semplicissimo e nello stesso tempo da commozione pura. La canzone parla di un fiume dal nome indiano (nel senso di nativo americano) dell’Ohio, talmente inquinato da poterlo incendiare e così si dovette fare, secondo Bill Berry, per bruciare le sostanze pericolose: “Questa è la nostra terra, questo fiume vi scorre attraverso insanguinato”.

HYENA

Ludica! Si torna a viaggiare su ritmi formidabili con questo pezzo musicalmente quasi scherzoso, contraddistinto da un piano essenziale e penetrante (del multistrumentista Mike Mills) e da un ritornello divertente e intricato: non fosse per il testo. La canzone parla, in parole povere, del mondo come “una catena in cui il pesce grosso mangia il pesce medio che a sua volta mangia il pesce piccolo” (Michael Stipe) e il pesce grosso diventa sempre più grosso. È chiara la differenza, a livello lirico, con i dischi precedenti del gruppo: il discorso si sposta sempre più dal personale al generale, fino ad arrivare al globale, il tutto musicato in maniera straordinaria. A proposito di animali: all’inizio del pezzo, prima che la musica prenda il sopravvento, è possibile ascoltare una delle imitazioni di animali (uccelli?) che il “serioso” Stipe dispensava solitamente sul palco.

UNDERNEATH THE BUNKER

Incomprensibile? Dopo lo scherzo in canzone di “Hyena”, lo scherzo puro di “Underneath the bunker”, una specie di tango strumentale con un unico intervento vocale - al megafono - di Stipe. Non voglio stupirvi con le coincidenze, ma ieri sera un amico col quale ero fuori a cena, a un certo punto ha cominciato a canticchiare la melodia di questo pezzo. Ascoltatela e potrebbe succedervi lo stesso…

FLOWERS OF GUATEMALA

Psichedelica! Psichedelia alla R.E.M., ovviamente, dal giro di chitarra iniziale, alla voce addormentata di Stipe che permea le prime strofe, ma anche quando la canzone accelera il ritmo e altri strumenti la ingrossano, come una tastiera barocca, l’atmosfera lisergica non cambia, soprattutto per merito della chitarra di Buck, ormai un monumento della musica anni ’80. Il testo usa i riferimenti floreali per parlare della situazione dei paesi dell’America centrale e dell’imperialismo statunitense, l’ennesima deviazione politica del nuovo corso di Michael Stipe, il tizio che nel 1983, tre anni prima, aveva dichiarato: “Le mie idee a proposito di come funziona il mondo non sono ancora chiaramente definite”.

I BELIEVE

Sudista! Alla R.E.M., ovviamente! Qualche secondo di banjo come introduzione e poi una canzone dagli accenti country-velocizzati e il solito, immancabile (ma mai noioso, ci mancherebbe altro) ritornello accattivante. La canzone nacque, probabilmente, come reazione alle discussioni che Stipe doveva intavolare continuamente con il produttore Don Gehman, che gli chiedeva: “Perché canti in questo modo? Perché hai detto quella cosa? Cosa stai cercando di dire?”. Stipe, ironicamente, canta “Io credo… nei coyotes”, o “Io credo che la mia camicia sia piccola e credo nel fatto che sia da cambiare”.

WHAT IF WE GIVE IT AWAY?

Normale? In un disco dalla qualità simile, “What if we give it away?” potrebbe fare la figura della canzone un po’ sottotono: ritmo medio, riff semplice di chitarra e minimo affollamento sonoro. Il ritornello, però, è intrigante e il suono quello di sempre: e allora, perché non farsela piacere e godersi un momento di pausa tra le altre meraviglie che il disco regala a piene mani? La canzone era da tempo nel dimenticatoio dei R.E.M. e fu rispolverata con un titolo e una veste diversi.

JUST A TOUCH

Metallica! In quella seconda metà degli anni ’80, la mia grande passione musicale era il garage-punk: “Just a touch” è una pallottola velocissima dal riff distillato dal più puro garage-punk statunitense. Una scarica adrenalinica salutare e benefica.

SWAN SWAN H

Acustica. L’unico momento acustico dell’album è affidato a “Swan Swan H”, ballata intensa impreziosita dalla voce magnifica di Michael Stipe e da un intervento (del solito Mike Mills, penso) di una fisarmonica.

SUPERMAN

Sixties! La prima cover ad apparire in un album dei R.E.M., scovata in chissà quale 45 giri polveroso dallo storico del rock’n’roll Peter Buck (il 45 giri era dei Clique, per la cronaca). Una pepita degli anni ’60 rigenerata e resa divertente da un grande gruppo degli anni ’80.

Concludendo…

Ho impiegato qualcosa come tre ore per scrivere questa recensione, cosa inspiegabile per un disco che conosco a memoria, nota per nota, ma riascoltando le canzoni di “Lifes rich pageant” mi sono fermato qualche migliaio di volte (non di più…) incantato dalla musica, dalle melodie e dalla bellezza eterna di tutto ciò che quel pezzo di vinile riesce ancora ad emanare. Quando qualcuno mi chiede perché ascolto musica, perché ne ascolto così tanta e perché a volte mi emoziono a questi livelli, vorrei riuscire a spiegargli ciò che ho tentato di scrivere malamente qua sopra, parole che nemmeno lontanamente rendono l’idea di ciò che suscita in me l’ascolto di un disco come “Lifes rich pageant”; la puntina è arrivata a fine corsa, per l’ennesima volta, ma il groppo in gola ce l’ho ancora…

DISCOGRAFIA ESSENZIALE e GENESI DEL GRUPPO.

Reveal (Warner Bros, 2001), Up (Warner Bros, 1998), New adventures in hi-fi (Warner Bros, 1995), Monster (Warner Bros, 1994), Automatic for the people (Warner Bros, 1992), Out of time (Warner Bros, 1991), Green (Warner Bros, 1988), Document - N° 5 (IRS, 1987), Dead letter office (IRS, 1987), Lifes rich pageant (IRS, 1986), Fables of the reconstruction/Reconstruction of the fables (IRS, 1985), Reckoning (IRS, 1984), Murmur (IRS, 1983), Chronic town (IRS, 1982)

I R.E.M. si formano nella città universitaria di Athens, Georgia, alla fine degli anni ’70, con un nucleo che rimarrà invariato per più di quindici anni: Peter Buck (chitarra), Michael Stipe (voce), Mike Mills (basso) e Bill Berry (batteria). Quest’ultimo lascerà il gruppo nel 1997, portando i R.E.M. vicini allo scioglimento; la decisione fu quella di continuare in tre, senza un sostituto fisso alla batteria.

Il debutto su 45 giri, inciso per la piccola etichetta Hib Tone, è datato luglio 1981: “Radio free Europe” ottiene un inaspettato e lusinghiero successo presso le college radio. Dopo la firma con IRS di Miles Copeland, è la volta del mini-LP “Chronic Town” (agosto 1982) e del primo album vero e proprio, “Murmur” (aprile 1983). Nel 1988 il gruppo abbandona la semi-indipendente IRS e firma per la major Warner Bros.

La carriera dei R.E.M. è un continuo crescendo: sino al successo stratosferico di “Out of time”, del 1991, ogni disco del gruppo vende più del precedente. Con il successivo “Automatic for the people” si apre una nuova fase, caratterizzata dai cambi di umore e dalle sterzate stilistiche, sino ai recenti “Up” e “Reveal”.

Riferimenti principali:

R.E.M. – Vecchie storie, nuove avventure”, di Tony Fletcher – Gianni Sibilla, Arcana Editrice 1997

R.E.M. – Manuali rock”, Arcana Editrice, 1992

Caio - recensione pubblicata sul sito www.it.ciao.com, salvo alcune piccole modifiche.


ISBN/EAN: 
0077771320125

Commenti

Diceva Caio:
"I R.E.M. pazientarono ancora un paio d?anni, rimasero alla IRS e registrarono il disco che io ritengo il loro capolavoro assoluto: ?Lifes rich pageant?"

> buon ascolto amices!

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