DELLA DIFFICOLTÀ NEL PASSAGGIO DA INDIPENDENTE A DIPENDENTE
La storia del rock(‘n’roll) ha seguito un andamento quasi ciclico fin dagli inizi, negli anni ’50: grandi idee e sfruttamento (parziale) delle stesse da parte delle etichette indipendenti e conseguente interessamento delle grandi compagnie discografiche. In qualche caso, le cosiddette majors avevano già tra le mani gli artisti e i suoni che costituiranno le grandi rivoluzioni musicali all’interno del mondo del rock, ma dal loro punto di vista, diciamo così, istituzionale, non potevano sfruttarle, perché non erano in grado di farlo o non volevano o non vedevano, dall’alto della loro cecità, la grandezza di certe idee. I successi insperati e a volte incredibili di alcune etichette indipendenti, hanno sempre provocato la reazione delle majors, una reazione che ha portato allo sfruttamento delle idee e all’annacquamento delle stesse, invariabilmente. Pensiamo solamente ai Sex Pistols, rifiutati, ingaggiati e cacciati da varie majors, nel momento in cui il punk stava già sconvolgendo l’Inghilterra e messi sotto contratto dalla Virgin, un’etichetta appena nata e guidata da un giovane come Richard Branson (non indipendente in senso stretto, quindi, ma dalla natura molto simile).
Il rock statunitense indipendente degli anni ’80, ha prodotto musica sensazionale proveniente dai sottogeneri più disparati. Chi prima, chi dopo, quasi tutti quei gruppi sono arrivati alle grandi case discografiche, ma il loro difficile incasellamento in un genere specifico (come succederà invece per i gruppi di Seattle negli anni ‘90), non ha provocato il “botto” di altri movimenti passati e futuri. Gruppi eccezionali come Hüsker Dü e Sonic Youth, per fare due esempi, si sono accasati presso le majors e hanno avuto la piena libertà artistica; altri si sono lasciati prendere la mano, pensando di poter arrivare in cima alle classifiche solo snaturando il proprio suono (come i Replacements). I R.E.M., da questo punto di vista, macerati dal dubbio, si lasciarono convincere proprio dagli Hüsker Dü e si accasarono presso la stessa major, la Warner Bros, con un contratto che lasciava loro l’ultima parola praticamente su tutto. Sembrava stesse per nascere un periodo d’oro dal punto di vista dei rapporti case discografiche-gruppi.
DELLA DIFFICOLTÀ NEL MANTENIMENTO DELLE ASPETTATIVE
“Document”, come ogni altro lavoro precedente, aveva surclassato le vendite dell’album che lo aveva preceduto, nonostante il pessimismo della loro casa discografica, la I.R.S. di Miles Copeland. Il contratto era in scadenza e la I.R.S. tentò di alzare la posta per un rinnovo, ma lo scontento dei R.E.M., per quanto riguardava il lato promozionale, covava già da molto tempo. Con alcune clausole particolarmente attraenti, la Warner Bros si assicurò il gruppo che sarebbe diventato uno dei maggiori fenomeni rock degli anni successivi. Senza indugi, il gruppo entrò in sala di registrazione subito dopo la firma per dare vita al successore di “Document”, impresa non proprio semplice. Stesso gruppo, stesso produttore di “Document” (Scott Litt): e la musica?
DELLA DIFFICOLTÀ NELL’INTERPRETAZIONE DI “GREEN”
Le canzoni ad argomento ambientalista erano spuntate fin da “Lifes rich pageant” e venne logico pensare che il titolo del nuovo album, “Green”, avesse a che fare con le simpatie ecologiche di Michael Stipe. In parte era così; d’altro canto, i R.E.M. stessi suggerirono un accostamento con il colore verde dei dollari statunitensi. Per quanto mi riguarda, il verde è il colore adatto ad attenuare i toni cupi, metallici e duri di “Document”; il cinismo dell’album precedente viene stemperato sia dal punto di vista musicale che lirico e questo lo si comprende fin dall’attacco di “Pop song 89”.
DELLA DIFFICOLTÀ NELL’ASCOLTO DI “GREEN”
I R.E.M. di “Green” sono un gruppo diverso. Niente a che vedere con il passaggio dalla I.R.S. alla Warner Bros, sia chiaro: il gruppo sta crescendo e si rende conto che la riproposizione eterna delle atmosfere jingle-jangleggianti (scusate…) dei primi album, sarebbe sterile e controproducente. È necessario un cambiamento e l’intelligenza dei quattro vi si dedica anima e corpo.
“Pop song 89”, l’equivoco fatto canzone: gli accostamenti alla “Hello, I love you” dei Doors, che la canzone ricevette, furono quasi unanimi e probabilmente per un “Hello” di troppo all’inizio delle strofe del pezzo. Ciò che colpisce, invece, è il suono della chitarra di Buck, molto diverso dall’arpeggio alla Byrds dei primi album e dal tono metallico di “Document”; più anonimo, se posso esprimermi liberamente, anche se ficcante e molto presente. La canzone è bella e immediatamente memorizzabile.
“Get up” è la giusta mistura tra un riff molto vicino all’hard rock e le melodie e i cori alla R.E.M.. È la canzone che introduce veramente l’album, più di “Pop song 89”: “Dormi, dormi dormiglione (alzati, alzati) / Hai tutta la vita davanti a te”. L’incitamento a muoversi, a fare qualcosa, è uno dei temi centrali dell’album.
Con la terza traccia ci si immerge in un altro dei cambiamenti sostanziali di “Green”. “You are the everything” è introdotta dai grilli e dal mandolino di Buck, sui quali la voce di Stipe, chiara, possente e malinconica, canta una canzone d’amore che mischia la passione per una persona, alla delusione per come sta andando il nostro mondo. L’atmosfera generale, completamente acustica, è davvero bucolica (grazie anche alla fisarmonica di Mike Mills, il quale lascia il basso al batterista Bill Berry) e tradisce, a mio parere, una certa freddezza.
“Stand” è la semplicità fatta canzone, come musica (un semplice riff ripetuto per tutto il brano) e come testo: “Ecco in fila una serie di osservazioni fra le più stupide che mai siano state messe in forma di testo di una canzone…” (Michael Stipe). È un tormentone che dopo alcuni ascolti potrebbe stancare. Da notare l’assolo dai sapori antichi, con tanto di wah-wah, di Peter Buck.
È a questo punto che ci s’imbatte nel capolavoro dell’album, un brano che avrebbe meritato una maggiore considerazione nella fase d’imbastitura dell’intero lavoro (tra parentesi: i giornalisti sportivi dicono che quando gioca la nazionale di calcio, in Italia si materializzano 56 milioni di direttori tecnici e la musica non è davvero diversa…). “World leader pretend” è un compromesso magnifico tra vecchi e nuovi R.E.M., dalla chitarra ancora arpeggiata di Buck, alla voce mesta e stupenda di Stipe, che rimandano al passato, alle atmosfere e al testo che guardano al futuro. Una meraviglia targata R.E.M.. Il lato si chiude su “Wrong child”, altro pezzo acustico che passa quasi senza lasciare il segno.
Come il primo lato si apriva con un pezzo che, secondo molti, ricordava i Doors, il lato B si apre con “Orange crush”, canzone che ad alcuni ricordò i Genesis (che sia per il “Follow me” che la apre?). La canzone è aperta da una scarica di batteria e dalla chitarra che si divide tra arpeggi e momenti di accelerazione (e qui mi sbilancio io: mi viene in mente The Edge…). La melodia è splendida, come i cori, protagonisti quasi assoluti della canzone.
“Turn you inside-out” sembra quasi annunciare le tempeste elettriche di “Monster”, anche se in maniera un po’ più dimessa. È divertente l’equivoco che si creò sul testo della canzone, dato che molti, specialmente tra i più giovani, lo considerarono come una descrizione delle loro voglie e dei loro pruriti sessuali (“Io potrei rivoltarti sottosopra”), mentre le intenzioni di Stipe erano ben diverse: “Turn you inside-out” parla del potere coinvolgente di qualunque “predicatore” mediatico (nel senso più ampio del termine), quel potere che può portare la gente verso qualsiasi azione. Stipe s’inseriva nell’elenco.
“Hairshirt” è una “You are the everything” ancora più mesta e malinconica, uno schema di canzone con poche varianti (atmosfera acustica, mandolino e fisarmonica) che mi reso “Green” il primo album dei R.E.M. sul quale storcere il naso, allora come adesso.
Per fortuna, “I Remember California” riporta il gruppo verso l’eccellenza, con un riff fantastico di Buck, oscuro e accompagnato dal basso di Mills. È una canzone sulla quale adagiarsi, anche se le sue “corde” sono ben lungi dall’abbandonarsi al sole e al caldo californiano. Un pezzo che, come “World leader pretend”, armonizza in maniera magnifica le anime antiche e nuove dei R.E.M. del 1988.
“Green” si conclude con una canzone senza titolo, scelta che non trova nessun motivo plausibile nelle parole dei quattro di Athens (sull’etichetta del vinile il pezzo viene definito “-25795”). La canzone sembra una filastrocca, guidata dalla voce quasi irriconoscibile di Stipe e dai cori, splendidi come sempre, di Mills. Le curiosità, oltre al titolo mancante, riguardano anche la batteria. Buck aveva in mente un ritmo ben preciso, ma Bill Berry lo considerava talmente assurdo, da non riuscire a mantenerlo fino al termine della canzone; Buck ci provò per far capire a Berry come fare e ci riuscì fino al termine e fu quella registrazione a finire sul disco. È una canzone che conferma il tono positivo e propositivo dell’album, lontano dalle immagini caotiche e in qualche caso catastrofiche di “Document”.
DELLA DIFFICOLTÀ DI ABBANDONARE IL PASSATO
I R.E.M. si rifiutarono di partire immediatamente per un tour mondiale promozionale, come loro solito e si dedicarono ai più svariati progetti solisti, musicali e produttivi. Il successo mondiale dell’album, fece arrabbiare ancor di più la I.R.S., che per sfruttare il momento e disturbare almeno un po’ le vendite di “Green”, mise sul mercato un’antologia dei R.E.M. precedenti, “Eponymous”. Il fattore disturbo funzionò magnificamente e impedì a “Green” di entrare subito tra i primi dieci della classifica statunitense. La strategia pianificata tra gruppo, produttore e casa discografica era di lungo respiro e nel 1989, con il tour mondiale in corso, “Green” esplose in ogni dove, anche se molti si aspettavano un botto come quello che sarebbe arrivato solamente due anni più tardi con “Out of time”.
“Green” è l’album di passaggio tra il gruppo di Athens, dei festini, dei tour interminabili sul furgone scassato e il gruppo statunitense in certo qual modo indefinibile per la maggior parte della gente. Un passaggio obbligato e per quanto mi riguarda un po’ triste e non perché non sia contento di vedere un gruppo simile in cima alle classifiche, tutt’altro, ma perché rimango comunque innamorato dei R.E.M. di “Murmur”, “Fables” e soprattutto “Lifes rich pageant”, album che non sono mai stati superati, nella mia classifica personale, dai loro successori: come successe già con “Green”.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e GENESI DEL GRUPPO.
Reveal (Warner Bros, 2001), Up (Warner Bros, 1998), New adventures in hi-fi (Warner Bros, 1995), Monster (Warner Bros, 1994), Automatic for the people (Warner Bros, 1992), Out of time (Warner Bros, 1991), Green (Warner Bros, 1988), Document - N° 5 (IRS, 1987), Dead letter office (IRS, 1987), Lifes rich pageant (IRS, 1986), Fables of the reconstruction/Reconstruction of the fables (IRS, 1985), Reckoning (IRS, 1984), Murmur (IRS, 1983), Chronic town (IRS, 1982)
I R.E.M. si formano nella città universitaria di Athens, Georgia, alla fine degli anni ’70, con un nucleo che rimarrà invariato per più di quindici anni: Peter Buck (chitarra), Michael Stipe (voce), Mike Mills (basso) e Bill Berry (batteria). Quest’ultimo lascerà il gruppo nel 1997, portando i R.E.M. vicini allo scioglimento; la decisione fu quella di continuare in tre, senza un sostituto fisso alla batteria.
Il debutto su 45 giri, inciso per la piccola etichetta Hib Tone, è datato luglio 1981: “Radio free Europe” ottiene un inaspettato e lusinghiero successo presso le college radio. Dopo la firma con IRS di Miles Copeland, è la volta del mini-LP “Chronic Town” (agosto 1982) e del primo album vero e proprio, “Murmur” (aprile 1983). Nel 1988 il gruppo abbandona la semi-indipendente IRS e firma per la major Warner Bros.
La carriera dei R.E.M. è un continuo crescendo: sino al successo stratosferico di “Out of time”, del 1991, ogni disco del gruppo vende più del precedente. Con il successivo “Automatic for the people” si apre una nuova fase, caratterizzata dai cambi di umore e dalle sterzate stilistiche, sino ai recenti “Up” e “Reveal”.
Riferimenti principali:
“R.E.M. – Vecchie storie, nuove avventure”, di Tony Fletcher – Gianni Sibilla, Arcana Editrice 1997
“R.E.M. – Manuali rock”, Arcana Editrice, 1992
Caio. Recensione pubblicata sul sito www.it.ciao.com e su www.lankelot.com , salvo alcune piccole modifiche.
Commenti
Caio diceva: "Le canzoni ad argomento ambientalista erano spuntate fin da ?Lifes rich pageant? e venne logico pensare che il titolo del nuovo album, ?Green?, avesse a che fare con le simpatie ecologiche di Michael Stipe. In parte era così;"
buon ascolto!
"?Green? esplose in ogni dove, anche se molti si aspettavano un botto come quello che sarebbe arrivato solamente due anni più tardi con ?Out of time?.
?Green? è l?album di passaggio tra il gruppo di Athens, dei festini, dei tour interminabili sul furgone scassato e il gruppo statunitense in certo qual modo indefinibile per la maggior parte della gente."
> Io ero troppo giovane. Ho comprato "Out of Time" a tredici anni, e mi sentivo un pioniere dei R.E.M.: considerando la povertà dei media musicali dell'epoca e l'assenza del web, avevo puntato un singolo e deciso che meritava spendessi 25, 30mila lire di paghetta per l'album. Quando scoprii che non era il primo disco della band fu perché trovai "Green" sugli scaffali del negozio. Tutta la grande produzione indie, precedente, m'è arrivata addosso negli anni dell'Università, quasi dieci anni dopo, quando ormai li seguivo passo passo e mi sentivo, sbagliando, un mezzo esperto. E ho scoperto che il genio era alle spalle.
Negli anni zero le cose sarebbero state differenti, avrei scoperto il singolo e poi gli album precedenti, via web, e subito me li sarei studiati. Sparizione di negozi di dischi permettendo, è chiaro.
Questo per dirti che a mio modesto avviso "Green" è - come dici - un disco di transizione, e che in un certo senso non è né carne né pesce. Tutti ameranno i R.E.M. per "Out of Time", perché ha una personalità più definita e un carattere più forte. E' industriale ma non è mai scontato, né dozzinale, né fiacco. Ha ancora anima.