R.E.M.

Fables of the reconstruction/Reconstruction of the fables

R.E.M.

L’accoglienza a dir poco entusiastica dei loro primi lavori, se da un lato non poteva che far piacere ai R.E.M., d’altro canto creò delle aspettative per ogni nuova pubblicazione e con questo, le inevitabili pressioni. I “macchinisti” dei primi album (come venivano definiti nelle note i produttori Don Dixon e Mitch Easter) furono licenziati per cercare nuove ispirazioni e nuova linfa. Il nuovo album nacque come una sfida, uno scontro tra le due grandi culture musicali rock del pianeta, entrambe anglosassoni, ma restie a livello affaristico-discografico alle invasioni. Le British-Invasion che si sono susseguite negli anni negli Stati Uniti, furono viste da molti come deleterie, sia dal punto di vista delle vendite dei gruppi locali, che da quello dell’ispirazione che questi gruppi portarono; se da un lato l’invasione britannica degli anni ’60 poteva contare su nomi come Beatles, Who, Rolling Stones e Pretty Things, gruppi che influenzarono un’intera generazione di musicisti statunitensi (che non si rendevano conto, tra l’altro, di avere a casa loro gli ispiratori principali di quegli stessi gruppi), d’altro canto, l’invasione degli anni ’80 impose nomi imbarazzanti come Duran Duran, A Flock of Seagulls e altri nomi dimenticati e dimenticabili. Per un gruppo come i R.E.M., riuscire a sfondare in un mercato inglese chiuso, protetto e dominato da poche case discografiche, intraprendere, in poche parole, il percorso inverso, era una sfida quasi impossibile da vincere.

“I gruppi americani non riescono a ottenere dei contratti, i gruppi americani non beneficiano della promozione giusta, i gruppi americani non vengono trasmessi alla radio”, si lamentò Peter Buck con un giornalista di Sounds. Manca forse una precisazione: i gruppi americani che incidono per etichette indipendenti, ma il quadro è sostanzialmente esatto. Erano i gruppi come i R.E.M., dal grande talento e dalla poca forza contrattuale, a dover subire le cicliche invasioni britanniche, anche in un mercato enorme (il più grande del mondo, a livello rock) come quello statunitense e la possibilità di rendere la pariglia era negata.

La frustrazione portò, come detto, al licenziamento dei produttori dei primi album e alla decisione di registrare un terzo album diverso, che desse la misura della loro grandezza anche al di fuori dei confini statunitensi: la sfida di cui si parlava. Restava il problema del produttore. Peter Buck suggerì immediatamente un nome, Joe Boyd, un personaggio impegolato nel rock da sempre, responsabile, come produttore, delle opere di Richard Thompson, Fairport Convention, dei gioielli sonori di Nick Drake e partecipe delle vicende di Bob Dylan e Pink Floyd, solo per fare alcuni nomi. Boyd invitò il gruppo nel suo studio preferito, a Londra. La sfida poteva partire dal luogo giusto.

Nessun altro disco del gruppo costò tante energie psichiche, al punto da portarlo sull’orlo dello scioglimento. Il drastico cambiamento di luoghi e atmosfere, influì in maniera drammatica sui suoni, sulle canzoni e sull’umore generale del disco. La prospettiva degli impegni promozionali che avrebbero seguito alla registrazione del disco, sprofondò i quattro nella paranoia: “Cominciammo a pensare: Forse dovremmo lasciar perdere questi impegni e goderci la primavera; e poi chi se ne frega se il disco vende o meno?”. Per la prima volta da quando erano diventati R.E.M., la loro visione delle cose era cambiata. Poteva da tutto questo uscire un disco straordinario? Non so se lo poteva e perché: è successo.

Fin dalle prime note oscure della chitarra di “Feeling gravitys pulls”, ci si rende conto che qualcosa è cambiato: la sicurezza di Peter Buck aumenta di giorno in giorno, la voce di Michael Stipe resta la stessa di sempre, magnifica ed evocativa, splendida nei momenti in cui cambia il registro seguendo l’andamento sinuoso della canzone. “Feeling gravitys pulls” è una specie di mini-film noir, con un finale infarcito di archi che dimostra subito la pasta di Joe Boyd e ha fatto storcere il naso a molti: il mio rimane perfettamente diritto.

Maps and legends” è una delicata canzone alla R.E.M., arpeggiata divinamente da Buck e cantata in punta di piedi da Stipe. È dedicata a un barbiere di Columbus, Ohio, che intagliava piccole statuine di legno quando non spuntava barbe e capelli. Da brividi, come sempre, il controcanto di Mike Mills.

Il giro di chitarra di “Driver 8” sembra introdurre una canzone, se non allegra, quantomeno spensierata, ma non è così. La voce malinconica di Stipe canta: “Possiamo giungere alla nostra meta, ma è ancora lontana”. In effetti, anche il ritmo veloce sembra tramortito dall’oscurità dei suoni, forse esagerata, ma senz’altro rappresentativa del momento. Eccellenti, ancora una volta, Peter Buck e la sua chitarra.

Life and how to live it” mantiene il ritmo elevato, ma su un registro nettamente folk. Il brano è introdotto da accordi lontanissimi di chitarra e poi si apre su un complicato giro di note sfrondate quasi completamente dall’elettricità. Il ritornello sembra un grido di Stipe verso i compagni e il produttore: “È un produttore assai meticoloso… È sicuro che esista per ogni brano il Missaggio Perfetto e bisogna lavorare fin quando non lo si ottiene… mi ha fatto impazzire!” (Michael Stipe).

Il primo lato si chiude con la chitarra e il basso drammatici di “Old man Kensey”, una canzone che fa il paio con l’apertura di “Feeling gravitys pulls”, cadenzata e buia durante le strofe e rilassata nei bridge. Il tono generale, insomma, non si sposta fino all’ultimo solco del primo lato. Devo ripetermi, però: la musica è straordinaria.

Il lato B si apre con una canzone che sembra far parte di un altro disco: “I can get there from here” è un frizzante brano funky dalla chitarra spezzettata e con un ritornello memorabile, un raggio di sole in un disco così tormentato. Sembra che all’inizio fosse una ballata jazz, trasformata in ciò che è diventata in omaggio a James Brown e Otis Redding. Un divertissement senza impegno, divertente per loro (“È divertentissimo suonarla dal vivo”) e per noi (per me, quantomeno).

Green grow the rushes” è l’ennesimo capolavoro remiano. Canzone dagli umori byrdsiani, “Green grow the rushes” è caratterizzata da un ritornello affidato alla chitarra e non alla voce, una magia che si insinua nel cervello senza alcuna possibilità di difesa. Non è il solo motivo per apprezzarla. Il titolo proviene da una vecchia canzone folk che i militari statunitensi cantavano nel diciannovesimo secolo, “Green grow the rushes go”, nell’epoca in cui gli Stati Uniti invasero il Messico. Fu per una contrazione dell’espressione green grow che nacque il termine gringos con cui i messicani cominciarono a indicare gli statunitensi. Secondo Stipe, nessuno si accorse, all’epoca di “Fables…”, di quanto fosse radicale la canzone e ne fu molto dispiaciuto.

Il ritorno ai temi oscuri dell’album avviene con “Kohoutek”, ma su una base ritmica più compatta e con una ballata atipica che non sembra avere una direzione precisa. La canzone è dominata dalla voce che s’innalza fino a note altissime, fino a dare una netta impressione di sofferenza. Il testo non chiarisce le idee.

L’atipicità di “Auctioneer (another engine)”, invece, sembra far parte delle stranezze del loro primo mini album, “Chronic town”. Lo stesso Stipe disse di non capire da dove fosse uscita, “so soltanto che l’ho buttata giù su un treno, alle tre di notte, dopo che avevo lasciato la mia ragazza”. Il ritmo è forsennato, ma nei ritornelli si stempera in un intrico di suoni che terminano di botto per lasciare spazio agli arpeggi di “Good advices”, forse la canzone meno incisiva del disco.

La parola fine è affidata ad una ballata acustica dai sapori country, “Wendell Gee”. Peter Buck odiava profondamente il pezzo, al punto da lasciare la chitarra a Mike Mills dopo essersene andato dallo studio; tornò solamente per aggiungerci la parte di banjo. È un pezzo che forse lega poco con il resto del disco ed è, probabilmente, una delle influenze del produttore folk Joe Boyd.

Il titolo completo del disco è “Fables of the reconstruction/Reconstruction of the fables”, un titolo ciclico che, secondo Stipe, definiva precisamente il momento in cui il gruppo lo incise: la ricostruzione aveva a che fare con la politica sudista seguita alla guerra civile (“La ricostruzione che venne seguita nel Sud faceva cagare”) e con il gruppo che si stava sfaldando.

Il successo oltremare non arrivò con “Fables of the reconstruction”; la sfida lanciata poteva però continuare negli anni successivi, dato che fu evitato lo scioglimento, che sembrava ormai certo. I R.E.M. continuarono a far sognare sempre più persone ad ogni nuovo disco.

DISCOGRAFIA ESSENZIALE e GENESI DEL GRUPPO.

Reveal (Warner Bros, 2001), Up (Warner Bros, 1998), New adventures in hi-fi (Warner Bros, 1995), Monster (Warner Bros, 1994), Automatic for the people (Warner Bros, 1992), Out of time (Warner Bros, 1991), Green (Warner Bros, 1988), Document - N° 5 (IRS, 1987), Dead letter office (IRS, 1987), Lifes rich pageant (IRS, 1986), Fables of the reconstruction/Reconstruction of the fables (IRS, 1985), Reckoning (IRS, 1984), Murmur (IRS, 1983), Chronic town (IRS, 1982)

 

I R.E.M. si formano nella città universitaria di Athens, Georgia, alla fine degli anni ’70, con un nucleo che rimarrà invariato per più di quindici anni: Peter Buck (chitarra), Michael Stipe (voce), Mike Mills (basso) e Bill Berry (batteria). Quest’ultimo lascerà il gruppo nel 1997, portando i R.E.M. vicini allo scioglimento; la decisione fu quella di continuare in tre, senza un sostituto fisso alla batteria.

Il debutto su 45 giri, inciso per la piccola etichetta Hib Tone, è datato luglio 1981: “Radio free Europe” ottiene un inaspettato e lusinghiero successo presso le college radio. Dopo la firma con IRS di Miles Copeland, è la volta del mini-LP “Chronic Town” (agosto 1982) e del primo album vero e proprio, “Murmur” (aprile 1983). Nel 1988 il gruppo abbandona la semi-indipendente IRS e firma per la major Warner Bros.

La carriera dei R.E.M. è un continuo crescendo: sino al successo stratosferico di “Out of time”, del 1991, ogni disco del gruppo vende più del precedente. Con il successivo “Automatic for the people” si apre una nuova fase, caratterizzata dai cambi di umore e dalle sterzate stilistiche, sino ai recenti “Up” e “Reveal”.

Riferimenti principali:

R.E.M. – Vecchie storie, nuove avventure”, di Tony Fletcher – Gianni Sibilla, Arcana Editrice 1997

R.E.M. – Manuali rock”, Arcana Editrice, 1992

Caio. Recensione pubblicata sul sito www.it.ciao.com in data 31 dicembre 2003, salvo alcune piccole modifiche. Quindi, lankelot.com

ISBN/EAN: 
0077771316029

Commenti

"?Maps and legends? è una delicata canzone alla R.E.M., arpeggiata divinamente da Buck e cantata in punta di piedi da Stipe. È dedicata a un barbiere di Columbus, Ohio, che intagliava piccole statuine di legno quando non spuntava barbe e capelli. Da brividi, come sempre, il controcanto di Mike Mills."

> Scriveva Caio. Sottoscrivo: gran pezzo - e bel disco.

buon ascolto!

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