R.E.M.

Document

R.E.M.

“Il più grave errore della mia vita”: così commentò Don Gehman la sua decisione di non disdire gli impegni precedenti per lavorare al quinto album dei R.E.M.. Un grosso dispiacere anche per questa anima rock, quella che sta scrivendo: “Lifes rich pageant”, il loro disco precedente, è ancora oggi il mio R.E.M. preferito e purtroppo, l’unico firmato a livello produttivo da Don Gehman. Cosa sarebbe scaturito da un ulteriore incontro R.E.M./Gehman, ovviamente, è impossibile dirlo. Fu lo stesso Gehman, comunque, a suggerire il nome del suo successore, Scott Litt, un trentenne che si era già costruito una buona reputazione (specialmente con Katrina and the Waves).

A dire il vero, lo stesso Gehman aveva espresso qualche dubbio sulle potenzialità commerciali del gruppo e forse è proprio questo il motivo che lo indusse a lasciare il testimone. “Lifes rich pageant”, per effetto di una regola che continuerà ancora per qualche anno, aveva venduto molto di più degli album precedenti, ma Gehman disperava di poter portare al successo mondiale un gruppo del genere. Aveva torto e se ne rese conto lui stesso parlando del più grave errore della sua vita.

Fu una sorpresa trovarsi di fronte un nuovo album del gruppo in quel calare dell’estate 1987. “Dead letter office” era uscito solo da pochi mesi e proprio questo indusse i R.E.M. a specificare che “Document” era il loro vero nuovo album, a differenza della raccolta: sulla copertina, in alto a sinistra, è stampigliato in grande: “R.E.M. No 5”.

Le registrazioni partirono da un particolare punto di vista di Scott Litt: i primi album dei R.E.M. palesavano un gruppo insicuro dei propri mezzi. Detto questo, si comprende istantaneamente la natura di “Document”, l’album metallico, duro e senza fronzoli della prima fase R.E.M.. Gli arpeggi di Peter Buck lasciano quasi sempre il posto a riff duri, la batteria diventa ancor più la protagonista, i momenti intimisti e soffusi sono un ricordo lontano. Con “Document” i R.E.M. esprimono tutta la loro voglia di scardinare l’immagine sonora che la gente si era costruita di loro. È il suono giusto per arrivare al successo? Ben venga: fossero tutti così gli album da classifica!

Nessun dubbio sulla natura dell’album al primo solco incontrato dalla puntina: “Finest worksong” è introdotta da un tuono di batteria e da un Peter Buck che sembra aver intinto i propri arpeggi nell’acido degli anni ’60. Ciò che tramortisce è la durezza compatta del suono e per la prima volta nella carriera del gruppo, la voce veramente in primo piano di Stipe. I testi incomprensibili per chiunque di molte delle canzoni precedenti dei R.E.M., diventano chiari, pur sommersi nel muro sonoro del gruppo. È la dimostrazione, “Finest worksong”, che le canzoni a carattere sociale e politico di “Lifes rich pageant” non erano delle eccezioni estemporanee: “Il tempo di insorgere è iniziato/Faresti meglio a riorganizzarti”.

Welcome to the occupation” sembra quasi un ritorno alle atmosfere antiche (un paio d’anni!), ma è proprio con un brano simile che si comprende la metamorfosi che sta interessando il gruppo. Su un arpeggio antico di Buck, la canzone procede scarnificata da un basso che sommerge quasi tutto, a parte la voce di Stipe: “Benvenuta occupazione”, canta Michael, continuando sulla strada della critica politica, ma qui non si parla di lavoro, bensì dei contras del Nicaragua, i cosiddetti combattenti per la libertà che hanno distrutto un paese intero. Stipe aveva scritto una prima frase del testo che diceva: “Appendete i vostri combattenti per la libertà”, giocando con il doppio significato di appendete (un quadro, una foto) e impiccate. Bill Berry trovò esageratamente brutale l’immagine, pur non approvando le azioni dei contras. Il testo cambiò in “Appendete la vostra libertà più in alto”. “Ascolta il Congresso/Dove diffondiamo la confusione”: il caos, uno degli argomenti del disco.

“Welcome to the occupation” ha un andamento straniante, senza ritornello ed è inframezzata da un assolo di Buck che sembra rimpiangere le vecchie cose: ma non è tempo.

Exhuming McCarthy” ricorda in alcuni momenti i gruppi degli anni ’60 alla Chocolate Watch Band, soprattutto per quella chitarra che ricama in sottofondo. A livello costruttivo, sembra quasi scherzosa e anche la voce di Stipe sembra divertita, ma avete già letto il titolo: “Riesumando McCarthy”. Molti di voi sapranno chi era il senatore McCarthy, il fautore di quella caccia alle streghe che prese il nome di maccartismo e che interessò vaste fasce della società statunitense, compresa quella culturale: “Incontriamoci all’incendio dei libri”, canta il coro nel finale.

Il ticchettio dei tasti di una macchina da scrivere che si sente all’inizio, fu inserito per dare un’idea precisa dell’atmosfera in cui si lavorò al disco. Stipe fece portare una scrivania dietro alla consolle dello studio per poter lavorare continuamente ai testi o scrivere idee e lettere agli amici. Il ticchettio continuo piacque a Scott Litt, anche perché rendeva l’idea di un Big Brother che osservava continuamente ogni mossa.

Disturbance at the Heron House” vive sugli accordi iniziali di Peter Buck, arpeggiati e senza timbri metallici. È forse la canzone che più collega i R.E.M. al loro passato, ma è ancora una volta l’affollamento sonoro a fare la differenza. “I seguaci del caos sono senza controllo”.

Superman”, la canzone che chiudeva “Lifes rich pageant”, era la prima cover ad entrare in un album dei R.E.M. (parlo di album canonici). Il bis è affidato a una scelta, come dire, strana: “Strange” è proprio la canzone, carpita, ancora una volta, dalla collezione infinita di Peter Buck, tanto che anche dopo la registrazione, sia Bill Berry che Mike Mills non avevano mai ascoltato l’originale. Non so quanti di voi conoscano i Wire, gli autori inglesi del brano, che faceva parte del loro fantastico esordio, “Pink flag”; bisogna ammettere che la versione dei R.E.M. non può nulla contro l’originale. Il gruppo, in questo caso, ha fatto il passo più lungo della gamba.

Pronti per l’esplosione? Suscitò di tutto la canzone che chiude la prima facciata di “Document”. Dagli elogi sperticati alle critiche più feroci, ma con poche mezze misure: non è una canzone che lascia indifferenti. “It’s the end of the the world as we know it (and I feel fine)” lascia attoniti per il tentativo rap di Michael Stipe, per il ritmo indiavolato, per il ritornello che sembra aprirsi su di una vallata melodica infinita. È un pezzo che ha bisogno di molti ascolti, solo così è possibile capire che Stipe non vuole in alcun modo copiare o parodiare i cantanti rap. La genesi della canzone è pazzesca. Tutto deriva da un sogno di Stipe dopo una festa a casa di un critico rock tra i più apprezzati, Lester Bangs, una di quelle feste alle quali i gruppi con un minimo di notorietà, ma senza soldi, cercano di partecipare per mettere qualcosa sotto i denti. La festa fu un casino totale, con Lester Bangs che insultava chiunque entrasse (“Putrido bocchinaro” e cose simili). Al momento della registrazione, Stipe cantò una sola volta la canzone, quasi improvvisando del tutto il testo e poi alla fine disse: “È un macello, è la fine del mondo così come lo conosciamo e io mi sento bene”. Il caos è uno dei temi principali dell’album e questa canzone ne è il manifesto. I nomi che si sentono nel testo iniziano tutti per L.B. (Lester Bangs, Leonid Brezhnev, Lenny Bruce, Leonard Bernstein) e facevano parte del sogno di Stipe. È il caos.

Qualcuno conoscerà la versione italiana della canzone, di un Ligabue di qualche anno or sono (“A che ora è la fine del mondo”, se non sbaglio, o qualcosa di simile).

The one I love”, apertura della seconda facciata, è la canzone che fu scelta come singolo statunitense (in Europa, invece, la scelta cadde su “It’s the end of the world…”) e non è una canzone d’amore come il titolo, il testo e l’atmosfera del brano farebbero pensare; o meglio, è una canzone che parla di tradimento e di disinteresse mascherati da qualcos’altro: “Questa è dedicata a colei che amo / Un semplice oggetto per occupare il mio tempo”. Brutale, non autobiografica (come dovette specificare Stipe) e infiammabile (il ritornello gridato da Stipe è “Fuoco!”). Il brano è splendido ed è l’ultima concessione ai R.E.M., possiamo dire, ordinari.

Fireplace” è già nei territori dell’inconsueto: voce da crooner che allunga le parole, un tappeto chitarristico duro come sempre in questo disco e un sax protagonista quasi assoluto, una novità per i R.E.M..

Lightin’ Hopkins” ha una base funky e un basso dagli accordi strappati dalle corde. Dei R.E.M. davvero strani anche per i cori, intrecciati senza le consuete magie degli album precedenti, ma con timbri quasi da stadio. Il Lightin’ Hopkins è un parco della città di Athens (potrei anche sbagliarmi).

Si torna alla ballata con “King of birds”, una canzone semplicemente e profondamente Michael Stipe. L’andatura da marcetta e la chitarra che sembra un sitar (o lo è davvero: le note non chiariscono), però, spiazzano ancora una volta l’ascoltatore. Il testo ritorna alle piacevolezze ermetiche di Stipe (“Sono il re di tutto ciò che vedo/Darei il mio regno per una voce”). Si chiude con “Oddfellows Local 151”, un lungo brano che potremmo definire dark, oscuro, quasi malato e che Stipe scrisse ispirandosi ad alcuni anziani ubriaconi con manie religiose che vedeva tutti i giorni. È la conclusione di una facciata davvero inconsueta, tolto l’inizio di “The one I love”.

Anche con “Document”, come racconta Peter Buck, si ripeté la tiritera dei dischi precedenti: al momento della consegna del master, i responsabili della casa discografica dissero: “Questo è il disco che sarà la vostra rovina”. Nonostante la casa discografica, “Document” fu il primo disco d’oro del gruppo (mezzo milione di copie) e sorpresa delle sorprese, il singolo “The one I love” entrò nella Top 40. Fosse possibile tracciare una linea di demarcazione tra i R.E.M. di prima e i R.E.M. di dopo, beh, “Document” è quella linea e per svariati motivi: il successo ormai più che locale o a livello di appassionati, la carica inventiva e fantasiosa che avevano fatto di “Document”, non il loro capolavoro, ma un album da apprezzare e ascoltare per lungo tempo, dimostrazione definitiva della loro statura di artisti. Non ultimo, anzi: “Document” è il loro ultimo album per la IRS. Il passo successivo sarà la major Warner Bros, con un contratto che lascerà piena libertà artistica al gruppo, il punto che gli artisti temono sempre di più al momento di apporre la loro firma (gli artisti veri, sia inteso). Questa, però, è già un’altra storia.

DISCOGRAFIA ESSENZIALE e GENESI DEL GRUPPO.

Reveal (Warner Bros, 2001), Up (Warner Bros, 1998), New adventures in hi-fi (Warner Bros, 1995), Monster (Warner Bros, 1994), Automatic for the people (Warner Bros, 1992), Out of time (Warner Bros, 1991), Green (Warner Bros, 1988), Document - N° 5 (IRS, 1987), Dead letter office (IRS, 1987), Lifes rich pageant (IRS, 1986), Fables of the reconstruction/Reconstruction of the fables (IRS, 1985), Reckoning (IRS, 1984), Murmur (IRS, 1983), Chronic town (IRS, 1982)

 

I R.E.M. si formano nella città universitaria di Athens, Georgia, alla fine degli anni ’70, con un nucleo che rimarrà invariato per più di quindici anni: Peter Buck (chitarra), Michael Stipe (voce), Mike Mills (basso) e Bill Berry (batteria). Quest’ultimo lascerà il gruppo nel 1997, portando i R.E.M. vicini allo scioglimento; la decisione fu quella di continuare in tre, senza un sostituto fisso alla batteria.

Il debutto su 45 giri, inciso per la piccola etichetta Hib Tone, è datato luglio 1981: “Radio free Europe” ottiene un inaspettato e lusinghiero successo presso le college radio. Dopo la firma con IRS di Miles Copeland, è la volta del mini-LP “Chronic Town” (agosto 1982) e del primo album vero e proprio, “Murmur” (aprile 1983). Nel 1988 il gruppo abbandona la semi-indipendente IRS e firma per la major Warner Bros.

La carriera dei R.E.M. è un continuo crescendo: sino al successo stratosferico di “Out of time”, del 1991, ogni disco del gruppo vende più del precedente. Con il successivo “Automatic for the people” si apre una nuova fase, caratterizzata dai cambi di umore e dalle sterzate stilistiche, sino ai recenti “Up” e “Reveal”.

Riferimenti principali:

R.E.M. – Vecchie storie, nuove avventure”, di Tony Fletcher – Gianni Sibilla, Arcana Editrice 1997

R.E.M. – Manuali rock”, Arcana Editrice, 1992

Caio. Recensione pubblicata sul sito www.it.ciao.com e su Lankelot.com, salvo alcune piccole modifiche.


ISBN/EAN: 
0077771320026

Commenti

Diceva CAIO:

"Con ?Document? i R.E.M. esprimono tutta la loro voglia di scardinare l?immagine sonora che la gente si era costruita di loro. È il suono giusto per arrivare al successo? Ben venga: fossero tutti così gli album da classifica!"

> quoto:)

buona lettura!

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