Una grande e intelligente compilation firmata dai R.E.M. e a cura dell'esegeta del rock, Peter Buck, al quale lascio volentieri la parola:
"Mi sono sempre piaciuti molto di più i singoli degli album. Un singolo è più corto, conciso e ficcante, tutti valori che sembrano volare dalla finestra tanto più lontano quando si pensa agli album. Ma la cosa che mi piace ancora di più dei singoli è la loro funzione di discarica. Nessun problema riguardo alla confezione, nessuna attenzione ai dettagli, un 45 giri è ancora essenzialmente una crosta comprata solitamente dagli adolescenti. Questo è il motivo per cui i musicisti si sentono liberi di incidere qualsiasi cosa sul lato B; nessuno comunque l'ascolterà, perché non è così divertente. Puoi ripulire il cassetto degli esperimenti falliti, canzoni venute male, giochi di ubriachi e occasionalmente, una canzone compiuta che non si adattava allo spirito di un album”.
“Dead letter office” è tutto questo: pulizia dei cassetti, registrazioni estemporanee, “esperimenti falliti” (fino a un certo punto) e canzoni che non si adattano all’album del momento (pensiamo a cosa è riuscito a lasciare da parte Bruce Springsteen da questo punto di vista). Per i R.E.M. il momento era importante: il 1987 era l’anno della loro possibile consacrazione e del passaggio dall’indipendente IRS di Miles Copeland (il fratello maggiore di Stewart dei Police) a una major che li avrebbe presumibilmente lanciati verso il successo mondiale. Sappiamo tutti che è successo esattamente questo…
Rimanevano, però, altri due dischi per onorare l’impegno contrattuale con la IRS e uscirono entrambi nel giro di qualche mese, durante l’estate del 1987. “Dead letter office” fece storcere il naso a chi constatò come molte canzoni fossero già state pubblicate come lati B di 45 giri o in altre operazioni, ma tenendo conto del limitato campo d’azione dei vinili a 7 pollici, la trovo una critica fuori luogo.
Si comincia con “Crazy” dei concittadini Pylon, il primo gruppo di Athens a raggiungere una certa notorietà, prima ancora del successo nazionale dei B-52’s. Buck sentì “Crazy” alla radio lo stesso giorno in cui uscì il primo singolo dei R.E.M. e sprofondò nella depressione nel sentire quanto i Pylon fossero migliori. La canzone è proprio bella e proviene dalle sessions di “Fables of the reconstruction”.
“There she goes again” è la prima delle tre cover dei Velvet Underground presenti nell’album, splendida come le altre due. Un’influenza, quella del gruppo di John Cale e Lou Reed, che i critici non hanno mai messo abbastanza in risalto, rapiti dagli arpeggi di Buck e dal parallelo con i Byrds. È uno scarto (!) di “Murmur”, il loro primo album.
Dalle sessions di “Reckoning”, una canzone che stancò presto i R.E.M., “Burning down”, semplice e diretta, ma senza invenzioni.
Ancora le sessioni di “Reckoning” per “Voice of Harold”. La canzone è la “Seven chinese brothers” di quell’album, un pezzo che non voleva saperne di uscire nel modo giusto e fu così che, arrabbiato, Michael Stipe agguantò un album che trovò nello studio e si mise a leggerne le note di copertina sulla base della canzone. Buona la prima, con l’aggiunta di un fischiettio finale, dello stesso Stipe.
Dalle sessions di “Fables of the reconstruction”, un pezzo di puro hard rock, “Burning hell”, con un bel riff roccioso di Buck e la voce oscura e straniata di Stipe, che si diletta anche le grida. Da manicomio il commento di Buck: ”Qualche volta capita di scrivere una canzone senza neanche provarci. Qualche volta questa canzone è una delle tue migliori. Non è questo il caso, comunque".
Nello stesso pomeriggio in cui registrarono il loro primo singolo, “Radio free Europe”, i R.E.M. misero su nastro anche questo pezzo strumentale, “White tornado”, influenzato dai gruppi all-instruments degli anni ’60 e da un pizzico di surf-music.
Finale di facciata affidato a un’altra delle sei cover presenti nell’album. Il salto temporale è all’anno precedente e alle sessions di “Lifes rich pageant”, la canzone è la strafamosa “Toys in the attic” degli Aerosmith, dura e ancora profondamente R.E.M.: “Se sei cresciuto negli anni '70 ti piacevano gli Aerosmith”, scrive Buck.
Si gira il disco e si riparte con “Windout”, definita canzone da “colonna sonora che rimarrà senza nome”, uno dei loro primi pezzi a finire sulla carta con la loro firma. Fu registrata per le sessions di "Reckoning" e poi si decise di non inserirla. È un pezzo brevissimo (meno di due minuti) che tradisce la sua natura incompleta; comunque intrigante per l’arrangiamento.
“Ages of you” è la dimostrazione dei meccanismi che lavorano nella costruzione delle canzoni. Stanchi di “Burning down” (il secondo pezzo della prima facciata di questo stesso disco) i R.E.M. ne presero due pezzi, i più convincenti e scrissero “Ages of you”; e poi si stancarono anche di questa! Il periodo è ancora quello di “Reckoning”, l’atmosfera è quella rilassata e quasi soffusa di quel disco, il ritornello bello, senza essere esaltante. “Pale blue eyes”, la seconda cover dei Velvet Underground, è registrata praticamente dal vivo come le altre due ed è splendida come le altre due, con una prestazione da incorniciare per Michael Stipe.
Altro “tema di un film senza un film”, “Rotary ten”, proveniente dalle recenti sessions di “Lifes rich pageant”, assomiglia alla colonna sonora di un noir degli anni ’50. Un divertissement senza pretese.
“Bandwagon” s’intitolava originariamente “The fruity song” e Buck la definisce una delle più divertenti scritte e registrate dai R.E.M., “perché cambiavamo continuamente tutti gli stupidi accordi”. È una specie di ballata, cortissima e caratterizzata da continui stop and go.
Terza e ultima cover dei Velvet Underground, la migliore e forse il capolavoro dell’album. “Femme fatale” cattura stupendamente lo spirito originario dei Velvet e ciò che ne esce è un piccolo gioiellino.
Per il medley finale, una specie di jingle e una canzone di Roger Miller, devo lasciare la parola a Peter Buck: "Suppongo che se noi avessimo il senso della vergogna, non avremmo mai permesso che questa piccola gemma vedesse la luce del giorno. Tutto questo fu registrato alla fine di una lunga e spugnosa giornata alcolica e io ricordo appena come fu registrata. La prima parte era il tentativo di scrivere un messaggio commerciale per Walters Bar-B-Q. La seconda parte è "King of the road", o qualcosa di simile. Se ci fosse giustizia nel mondo, Roger Miller dovrebbe essere in grado di citarci in giudizio per ciò che abbiamo fatto alla sua canzone". Posso assicurare che l’atmosfera alcolica è perfettamente percepibile!
Operazione meritoria “Dead letter office”: fossero tutte così le antologie!
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e GENESI DEL GRUPPO.
Reveal (Warner Bros, 2001), Up (Warner Bros, 1998), New adventures in hi-fi (Warner Bros, 1995), Monster (Warner Bros, 1994), Automatic for the people (Warner Bros, 1992), Out of time (Warner Bros, 1991), Green (Warner Bros, 1988), Document - N° 5 (IRS, 1987), Dead letter office (IRS, 1987), Lifes rich pageant (IRS, 1986), Fables of the reconstruction/Reconstruction of the fables (IRS, 1985), Reckoning (IRS, 1984), Murmur (IRS, 1983), Chronic town (IRS, 1982)
I R.E.M. si formano nella città universitaria di Athens, Georgia, alla fine degli anni ’70, con un nucleo che rimarrà invariato per più di quindici anni: Peter Buck (chitarra), Michael Stipe (voce), Mike Mills (basso) e Bill Berry (batteria). Quest’ultimo lascerà il gruppo nel 1997, portando i R.E.M. vicini allo scioglimento; la decisione fu quella di continuare in tre, senza un sostituto fisso alla batteria.
Il debutto su 45 giri, inciso per la piccola etichetta Hib Tone, è datato luglio 1981: “Radio free Europe” ottiene un inaspettato e lusinghiero successo presso le college radio. Dopo la firma con IRS di Miles Copeland, è la volta del mini-LP “Chronic Town” (agosto 1982) e del primo album vero e proprio, “Murmur” (aprile 1983). Nel 1988 il gruppo abbandona la semi-indipendente IRS e firma per la major Warner Bros.
La carriera dei R.E.M. è un continuo crescendo: sino al successo stratosferico di “Out of time”, del 1991, ogni disco del gruppo vende più del precedente. Con il successivo “Automatic for the people” si apre una nuova fase, caratterizzata dai cambi di umore e dalle sterzate stilistiche, sino ai recenti “Up” e “Reveal”.
Riferimenti principali:
“R.E.M. – Vecchie storie, nuove avventure”, di Tony Fletcher – Gianni Sibilla, Arcana Editrice 1997
“R.E.M. – Manuali rock”, Arcana Editrice, 1992
Caio
Recensione pubblicata sul sito www.it.ciao.com e www.lankelot.com, salvo alcune piccole modifiche.
Commenti
Diceva Caio: "Una grande e intelligente compilation firmata dai R.E.M. e a cura dell?esegeta del rock, Peter Buck"
buon ascolto!
Peter Buck: "Suppongo che se noi avessimo il senso della vergogna, non avremmo mai permesso che questa piccola gemma vedesse la luce del giorno. Tutto questo fu registrato alla fine di una lunga e spugnosa giornata alcolica e io ricordo appena come fu registrata. La prima parte era il tentativo di scrivere un messaggio commerciale per Walters Bar-B-Q. La seconda parte è "King of the road", o qualcosa di simile. Se ci fosse giustizia nel mondo, Roger Miller dovrebbe essere in grado di citarci in giudizio per ciò che abbiamo fatto alla sua canzone".
ahahah!!
:)))