Queens of the Stone Age

Queens of the Stone Age

Queens of the Stone Age
Era un bel giorno di settembre del 1995. Con due amici entravo in quel mondo a parte che si chiama festa nazionale dell’Unità, a Reggio Emilia, in occasione della calata in Italia di un’orda di barbari armati di chitarre elettriche. Cinque o sei gruppi si susseguirono tra il pomeriggio e il calare della sera, tra noia, sbadigli, qualche spruzzo di pioggia e birra in abbondanza. Il momento topico, motivo del viaggio, i Soundgarden, era ancora lontano e noi ce ne stavamo spaparanzati sulle pietre e i pochi fili d’erba di una collinetta a fianco del palco.
Ci alzammo solo al meno tre della conta: a riversare tonnellate di watt sugli ascoltatori stavano salendo i Pennywise, gruppo che conoscevo di sghimbescio, ma che non riuscì a vincere la nostra apatia. Un solo gruppo ancora prima di Chris Cornell e soci, un nome pure conosciuto e di cui avevo letto cose lusinghiere. L’infornata di band del pomeriggio aveva fiaccato la resistenza di molti e per questo riuscimmo ad arrivare a qualche metro dal palco, in ottima posizione.
Un’ora di concerto, non di più e il gruppo in questione riuscì a sconvolgere i miei sensi: letteralmente sbalordito, vissi quei sessanta minuti come in trance, con l’impressione di essere l’unico spettatore delle loro imprese. Allucinato e per altro verso deluso dalla brevità della loro prestazione, riuscii pure a divertirmi e a non incazzarmi davanti alla magra figura del gruppo principale, le stars Soundgarden, che a un certo punto, causa i continui litigi tra il pubblico e il bassista Ben Shepherd, abbandonarono la scena tra i fischi.

Era il mio terzo concerto dei Soundgarden. Il primo del 1989 è ancora un ricordo indelebile e magnifico; il secondo, dell’anno successivo, è scomparso dalla memoria, non perché sia stato brutto o mediocre, ma per il fatto che dopo un lungo viaggio alla ricerca di un paesino sperduto nel rodigino, ebbi l’amara sorpresa di trovare un foglietto scritto a mano, all’entrata di un bar, che annunciava l’annullamento della tournèe per un’appendicite fulminante capitata a Matt Cameron, il batterista. Il concerto di Reggio Emilia avrebbe dovuto farmi imbestialire, anche per la scarsa professionalità dimostrata. In effetti, non me ne importava granché: ciò che avevo sentito prima della loro pessima esibizione, mi bastava di gran lunga. I dischi dei Kyuss, ecco svelato il nome, furono oggetto di una caccia serrata e in poco tempo i loro quattro titoli deliziarono le mie orecchie. Nemmeno il tempo per godere a pieno il loro ultimo lavoro, uscito in quel 1995, “… and a circus leaves town”, che i Kyuss si sciolsero per problemi relazionali tra il cantante e gli altri membri. Mannaggia!
Qualche anno, diciamo tre e un nome nuovo e lunghissimo si affaccia sul mercato discografico con un debutto senza titolo: si chiamano Queens of the Stone Age, sono in tre, uomini a dispetto del nome (anche se “queen” può assumere significati talmente ambigui, che la cosa non stupisce) e le loro facce sono stranamente familiari.
Le Regine dell’Età della Pietra si chiamano Josh Homme, Nick Oliveri e Alfredo Hernandez (batterista dell’ultimo periodo dei Kyuss): in pratica, lo spirito dei vecchi Kyuss che torna a tormentare i padiglioni auricolari degli amanti coraggiosi della musica del deserto. All’appello manca solamente la voce di quel gruppo perso tra le pietre assolate, John Garcia. Supportati dalla LooseGroove, etichetta del Pearl Jam Stone Gossard, i Queens of the Stone Age di questo debutto si lanciano e ci lanciano in un mondo pietroso debitore di vecchie note rocciose, ma non inchinato ai piedi dei Kyuss.

Un unico problema affliggeva il nuovo ensemble: come trovare una voce che potesse rimpiazzare John Garcia? Josh Homme gorgheggiò qualche parola durante una prova, giusto per saggiare l’effetto della voce in una nuova canzone e qualcuno disse: “Joshua non è male come cantante” e così “rimasero in tre”, come i Genesis del dopo Steve Hackett. La musica, però, è “leggermente” (!) differente.

L’apertura dell’involucro plasticoso del cd è un’operazione che distrae dalla foto di copertina. L’importante, per il momento, è inserire l’oggetto nel lettore.
“Regular John” introduce l’ambiente musicale: l’annunciatore è una chitarra e i suoi due accordi, il primo ospite un suono, ancora di chitarra, che assomiglia a un cigolio e poi arriva la folla sonora di basso e batteria. La massa sonora è compatta e di una semplicità estrema ed è su questo tappeto che comincia a strisciare la voce, bassa, triste e quasi timida. Il brevissimo ritornello è l’unico momento in cui le corde vocali non arrossiscono e si ergono sul tutto. Se il buongiorno si vede dal mattino, il sole splende.

Con gli occhi fissi sulla copertina, vengo travolto da “Avon” e mi vien da pensare che accetterei anche i prodotti dell’omonima marca se mi venissero presentati con una canzone simile; forse comprerei anche la fontana di Trevi da Totò.

La parola d’ordine di “Avon” è semplice e naturale: roccioso! Il riff sembra scolpito inizialmente nel granito, poi, quando la canzone si lancia sulla pista polverosa, si è travolti e tramortiti. La voce di Josh è ancora timidamente in sottofondo e nemmeno il ritornello, in questo caso, serve ad innalzarla ed è un bene: il breve momento incassato tra strofe e assoli, è un gustoso e veloce assaggio poppeggiante. Due canzoni e nessun appunto negativo. Annotiamo.

Sì, la copertina sembra proprio ciò che sembra, ma perché distrarre così l’ascoltatore?
“If only” è un riff: è l’attacco solitario, è il sottofondo di tutta la canzone, è il motivo che ti s’incastra tra qualche neurone e che sembra impossibile da scacciare. Perché farlo, in fondo? L’assolo centrale è un miracolo di equilibrio: il riff implacabile prepara e traccia la strada a un ricamo dal sapore notturno. Una meraviglia crepuscolare e rumorosa.

Le mani sulla copertina stanno abbassando una mutandina bianca che contrasta con la pelle scura…
“Walkin’ on the sidewalks” è il primo pezzo che ricorda nettamente i Kyuss e il naso si storce leggermente: sembra di essere in una cava di pietra, nel momento in cui un martello pneumatico sta demolendo delle rocce millenarie. Basso e chitarra scavano, la batteria polverizza. È strano questo pezzo, non so se mi piace. L’arrangiamento è quantomeno strano: la fase cava-di-pietra riempie di detriti la prima parte della canzone, interrotta solamente da una specie di ritornello. Boh, ho qualche dubbio. La seconda parte della canzone è avviata dal ritornello che si apre melodicamente ed è contraddistinta da uno strano riff puntellato che si ripete all’infinito. Insomma, sembra noiosa ‘sta canzone. Qualche minima variazione verso la fine del brano: ma cos’è ‘sta roba?

Al secondo ascolto, stessa musica, al terzo avverto qualcosa, una familiarità, al quarto scatta qualcos’altro, al quinto mi trovo ad aspettare quelle minime variazioni sul finire, al sesto il pezzo mi fa impazzire, al settimo… “Walkin’ on the sidewalks” è il capolavoro dell’album. Le mutandine della copertina e la loro padrona, hanno 32 anni. Portati bene, devo dire.

La prima pausa si chiama “You would know”, una ballata desertica bagnata da gocce di chitarra e commentata da un basso che procede a saltelli, come quando si cammina sulla sabbia bollente. La voce sembra cantare alla luna da un dirupo in un pezzo che, verso il finale, accelera improvvisamente, per poi arrestarsi sul ciglio di un canyon; al di sotto, caduti nelle maglie dell’indifferenza e del tempo, i Thin White Rope, interpreti primordiali dell’estetica del deserto, ascoltano e apprezzano.

Della foto di copertina manca la parte superiore… Peccato.

Un suono gracchiante, come di una radio mal sintonizzata e poi una chitarra fantastica, distorta e la sezione ritmica a seguire. “How to handle a rope” è una canzone dalle suggestioni così nettamente garage-punk, da provocare quasi una lacrimuccia rossa nel cuore di un vecchio amante del genere. Riff favoloso, ritornello memorabile, assolo breve e stupendo e un tiro spaccaossa. Una canzone travolgente.
Ecco dov’è la parte superiore della foto di copertina: sul retro del foglietto... “Mexicola” dialoga ancora con la musica dei vecchi Kyuss. Colpisce una volta di più l’impressionante muro sonoro che i tre riescono a costruire e stupisce la capacità melodica e ficcante dei ritornelli, cosa che ai Kyuss mancava a questi livelli. Camicia aperta, niente reggiseno, una collana di perle lunghissima a più giri… Un’altra breve pausa: “Hispanic impressions” è un pezzo strumentale che ricorda i vecchi Blue Cheer, uno dei gruppi numi tutelari del genere roccioso. Non dice molto, francamente.… e un seno prorompente che sembra guardarti.

Il titolo ricorda qualcosa, ma il soggetto non è lo stesso: “I can’t quit me baby” è una ballata degli spazi aperti (nulla a che vedere con “I can’t quit you baby”, leggendario pezzo di Willie Dixon ripreso nel primo album dei Led Zeppelin). È il basso a condurre le danze, mentre la chitarra inserisce solamente dei timidi ghirigori tra la batteria e la voce. Quando la voce si fa da parte, la chitarra ne prende il posto e sembra parlare altrettanto chiaramente. Melodiosa e sognante, la canzone, secondo uno schema già visto, accelera verso il finale e si conclude tra rumori liquidi e avvisaglie dell’ultimo brano.

La foto è tratta da un libro del 1972, “The pin-up”, di Mark Gabor. Peccato manchi il viso della pin-up.
Ancora il basso protagonista di “Give the mule what he wants”, solitario nei primi secondi, affiancato dalla chitarra e dalla batteria negli attimi successivi e poi ancora interprete principale di un riff che riporta il gruppo nelle atmosfere basaltiche tipiche. Il ritornello strumentale stempera la durezza del riff, ma solo per qualche attimo. Sembra di vedere le dita di Josh Homme che picchiano sulle corde…
Le regine del deserto, però, sono loro: Queens of the Stone Age e non si vede nessuna Priscilla all’orizzonte.
Finale a sorpresa. “I was a teenage hand model” è un brano da pisciatoio, cantato in maniera straniante, musicalmente minimale e diviso in due parti nette: al termine della ballata alla Jonathan Richman della prima parte, inizia una cascata di suoni elettronici difficile da comprendere. Uno scherzo, una burla, chi lo sa…

Un grandissimo disco, potente, da ascoltare e riascoltare, senza passi falsi, a parte qualche segno di leggiadra incoscienza da creature del deserto. Da sei anni “Queens of the Stone Age” staziona regolarmente nel mio lettore, ma il divertimento e il piacere sono immutati. Per gli amanti delle emozioni forti, assolate e da spazi aperti.

DISCOGRAFIA

Songs for the deaf (2002)
Restricted to everyone, everywhere, all the time [o più semplicemente, Rated R] (2000)
Queens of the Stone Age (1998)

BIOGRAFIA

I Queens of the Stone Age nascono come derivazione diretta dei Kyuss: nel 1997, i tre Kyuss Josh Homme (chitarra), Nick Oliveri (basso) e Alfredo Hernandez (batteria), danno vita alle Regine dell’Età della Pietra, senza la voce dei Kyuss, John Garcia. Dopo il primo album omonimo, registrato come trio, il gruppo si trasforma in una specie di progetto aperto che coinvolge numerosi musicisti, aspetto che ricorda le imprese di un altro californiano, musicista, compositore e produttore, Chris Desjardins (noto come Chris D.) e i suoi Flesh Eaters. Un buon album del 2000 (“Rated R”), è seguito da “Songs for the deaf”, uscito nel 2002, il lavoro che ha aperto ai Queens of the Stone Age le porte del grande circo commerciale del rock: grazie al videoclip di “No one knows”, il gruppo conosce un buon quarto d’ora di successo e come spesso accade, per merito del loro album più malleabile e scadente.


Approfondimento in rete: Qotsa / Scaruffi / Onda Rock.

Caio, febbraio del 2005.
Recensione pubblicata in precedenza sul sito www.ciao.it


http://www.caio.it/musica/index1.htm

ISBN/EAN: 
000

Commenti

GRANDI! grande caio! (-:

!!!!!!!SPETTACOLO!!!!

li ricordo secoli fa al bloom di mezzago...questo album è bellissimo, il resto molto meno...quel concerto fu così così per una buona metà, poi si svegliarono un po'. feci però fatica a sopportare quel buffone di nick olivieri.

grande disco, loro un po' antipatici...

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