Portishead

Dummy / Portishead

Portishead

Sulla linea blu tracciata dai Massive Attack, a stabilire le sonorità e gli stilemi del trip hop tra i più caratterizzanti degli anni Novanta, Bristol ha proposto i Portishead: il tastierista e polistrumentista Geoff Barrow, già collaboratore di Tricky, Depeche Mode, Massive e Primal Scream, e la riservatissima Beth Gibbons, splendida e rotta voce crepuscolare e depressiva; con la collaborazione di Adrian Utley e Dave McDonald.

Due album in sei anni di attività: questo se vogliamo fermare il tempo al 1997. In realtà i Portishead non si sono mai sciolti; una manciata d’anni fa è uscito un disco da solista di Beth Gibbons, e da circa quattro anni circola voce di un loro nuovo progetto (“Alien” – ma questo nome è stato smentito in tutte le salse). Non disperiamo e intanto ci godiamo quel che la band ha originato in questi due album gemelli: due dischi notevoli, intrisi di atmosfere cupe e notturne, raffinati dai testi intimisti ed essenziali della Gibbons.

Difficile etichettarli come la dark side of the moon di Bristol: i Massive Attack non sono esattamente una band di goliardi e di buontemponi; e tuttavia la tentazione è irresistibile, proprio per via della disperazione nera che flagella questi cd, del canto malinconico à la Billie Holiday, della rappresentazione felice della tenebra della società postindustriale.

Dummy (1994) è introdotto da Mysterons, una lullaby trip hop decisamente gotica, dalle liriche irrimediabili e sconfortate; la Gibbons sembra indecisa tra un cornicione e l’altro, e canta guardandosi alle spalle: “Divine upper reaches,/ Still holding on, / This ocean will not be grasped. / All for nothing / Did you really want, / Did you really want, / Did you really want, / Did you really want. / Refuse to surrender, / Strung out until ripped apart, / Who dares, who dares to condemn / All for nothing”. Mysterons può essere abbinata alla nona traccia, Pedestrians, per spirito e suggestioni. Quindi, Sour Times: sonorità lievemente più distese, ideale sottofondo per una scena ambientata magari in un’automobile, a metà di un lungo viaggio, nel momento in cui le confidenze cedono il passo a un’acquisita famigliarità; non muta la capacità della band di far interiorizzare ossessive ripetizioni e variazioni su uno stesso pattern: l’impatto della voce della Gibbons è vicino a quello del canto di un nuovo trovatore delle corti moderne – le camere da letto. Biscuit non esprime nulla di diverso. “I'm lost, exposed, / Stranger things will come your way, / It's just I'm scared, / Got hurt a long time ago, / Can't make myself heard, / No matter how hard I scream. / Oh sensation, / Sin, slave of sensation”.

Strangers è un intervallo non estraneo a una commistione lo-fi e neo-folk; l’elettronica e la batteria riaccompagnano poco a poco l’ascoltatore nel magma di Bristol. Concessione romantica e appena jazzata: It Could Be Sweet; sulla stessa linea, la dolciastra It’s a Fire. Primo picco depressivo dell’album è la stupenda Wandering Star: strapiombo acido e nevrastenico, estraneo a qualsiasi traccia di solarità. Oggi suona non poco fastidioso lo scratch, che va maculando di artificiosità un pezzo altrimenti decisamente compatto. Stesso discorso vale per Numb. Segnaliamo qualche frammento del testo, per suggerire al fortunato neofita le atmosfere: “I'm fooling somebody, / A faithless path to roam, / Deceiving to breath this secretly, / A silence, this silence I can't bear. / ‘Cause a child roses light, / Try to reveal what I could feel, / And this loneliness, / It just won't leave me alone, oh no, / And this loneliness, / It just won't leave me alone. / A lady of war, / A lady of war”.

I Portishead conoscono il sublime. Parlo di Roads, recentemente – purtroppo – reiterata a oltranza dallo spot televisivo di una macchina tedesca; è un pezzo dolcissimo, romantico e profondo: a testimoniare quanto questo genere musicale sappia sposare il bisogno di consolazione degli artisti del nostro tempo, esasperando la ricerca di espressione del malessere e la tendenza alla rigenerazione e alla “liberazione” da un male che non si riesce nemmeno più a nominare. Chiude il disco Glory Box: i non più giovanissimi possono associarla immediatamente a una vecchia pubblicità delle Superga, per ragioni di adorazione dell’eterno femminino; i cultori di Bertolucci non vanno invece ammaestrati. È un classico e probabilmente è stato il pezzo più fortunato del disco; a essere franchi sono un po’ stanco di ascoltarla, è stata bruciata dai troppi passaggi radiofonici e dall’eccessivo uso catodico e cinematografico. Sta di fatto che come impatto era indiscutibilmente micidiale.

Prima di passare a una sintetica serie di annotazioni sul secondo e – ad oggi – ultimo lp, live esclusi – una serie di nomi per avvicinare quanti ancora fossero estranei ai Portishead a questi dischi: a dieci anni di distanza, se siete tra quanti hanno amato – oltre ai Massive Attack – i Laika, i primi Lamb, i primissimi Morcheeba, i Recoil di Alan Wilder e Tricky (ma non aspettatevi lo stesso radicalismo) non potete privarvi dell’ascolto di questi album. Ribadisco – metà oscura della metà oscura: niente di luminoso e di distensivo; i Portishead servono a scavare per benino la fossa alla depressione, ma non è detto che sia sempre un male. Basta saper controllare i propri stati d’animo…

Portishead (1997) è un disco – come s’accennava – niente affatto distante dalla matrice: probabilmente ha qualche vena più rock che jazz; se pensiamo all’incipit, Cowboys, troviamo un trip hop shoegazed piuttosto che altro; il singolo cardine dell’album, All Mine, è trascinante e – per la prima volta – barocco fino a risultare a un passo dalla maestosità: è erotico e suggestivo, imponente e quasi ieratico: “All the stars may shine bright, / All the clouds may be white, / But when you smile, / Oh how I feel so good, / That I can hardly wait / To hold you, / Enfold you, / Never enough, / Render your heart to me. / All mine, You have to be”.

Baratri malinconici: la serie ha inizio con la lacrimosa Undenied, da ascoltare in religioso silenzio lasciando che sprigioni uno spiraglio di luce da quel blocco di ghiaccio che avanza lento e spaventoso; s’avanza con la suicidella Over, a metà tra un epitaffio e un commiato: terribile e bellissima. I can't hold this state, / Anymore, / Understand me, / Anymore. / To tread this fantasy, openly, / What have I done. / Oh, this uncertainty, / Is taking me over. / I can't mould this stage, / Anymore, / Recognize me, / Anymore. / To tread this fantasy, openly, / What have I done. / Oh, this uncertainty, / Is taking me over, Is taking me over”; la serie ha fine con l’epilogo dell’album, Western Eyes: piano tra notturno chopiniano e neo-bizantinismo armstronghiano, canto intensissimo e assolutamente femminile; a un passo dal gattesco, in più di un frangente.

Cinematografiche – sempre in ambito noir o spionistico: tensione sino all’implosione, e cristallizzazione della paura di vivere – e crepuscolari sono Only You, Half Day Closing e Humming. Jazz freddissimo e contaminato quanto più possibile dall’elettronica e dal drum’n’bass in Seven Months. Lievemente distante dall’oscurità assoluta è Mourning Air: non soltanto per via delle liriche, ma per via del ritmo, appena meno algido e metallico che in precedenza.

Confidiamo in un terzo disco: per congedarci dallo spirito d’un’epoca, e percepire e riconoscere le prime, significative evoluzioni di una band che ha mostrato di avere uno stile e un’identità ben definite, ma nessuna capacità di astrazione e distinzione – se non “nera”, che appunto sembra paradossale – rispetto alla fu scena di Bristol.

DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE  

Portishead, Go!, 1997.  Dummy, Go!, 1994.

Bristol, England, 1991. Nascono i Portishead.

Approfondimento in rete: Always on the Run / sito ufficiale / Ondarock / Fansite / Wikipedia.

Gianfranco Franchi, novembre 2005. Originariamente pubblicato su Lankelot.com.  

ISBN/EAN: 
0731453918924

Commenti

Qualcuno ha poi ascoltato il disco di Beth Gibbons?

No, ma Dummy è pietra miliare nella storia della musica.

E invecchiando migliora, come il buon vino. Sì. Aspetto il terzo disco, quindi la lapide. Gran band.

Infatti.

Insieme a "Mezzanine" dei Massive Attack e "Six underground" degli Sneaker Pimps rappresenta il trip-hop più divino ed inarrivabile di Bristol. Vi consiglio caldamente "KISS + SWALLOW" degli IamX, progetto collaterale del cantante degli Sneaker Pimps

Qualcuno ha poi ascoltato il disco di Beth Gibbons?

No, ma Dummy è pietra miliare nella storia della musica.

E invecchiando migliora, come il buon vino. Sì. Aspetto il terzo disco, quindi la lapide. Gran band.

Infatti.

Insieme a "Mezzanine" dei Massive Attack e "Six underground" degli Sneaker Pimps rappresenta il trip-hop più divino ed inarrivabile di Bristol. Vi consiglio caldamente "KISS + SWALLOW" degli IamX, progetto collaterale del cantante degli Sneaker Pimps

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