Correva l'anno 1998 e nel mondo della musica pop fu tentato un ardito esperimento alchemico: un album che vedeva insieme un noto ed eclettico musicista rock ed un anziano compositore oramai considerato retrò da una larga parte di pubblico e critica; per capirci quella più sensibile alle novità commerciali, soprattutto se travestite da profonde canzoni impegnate.
Elvis Costello e Burt Bacharach, con"God Give Me Strength", avevano già lavorato insieme alla colonna sonora di "Grace of My Heart", chiamati dalla regista Allison Anders e da Larry Klein: il film, liberamente ispirato alla vita di Carole King e di coloro che frequentavano il Brill Buinding di New York, è stata l'occasione di una successiva collaborazione tra due artisti che già si conoscevano e stimavano.
Costello, classe 1954, nome d'arte di Declan Patrick McManus, a partire dal 1977 si è costruito una solida fama con successi discografici tra rock, pop, punk, rockabilly e new wave, dalle collaborazioni con Paul McCartney in "Skipe" e Tony Bennett, fino a quegli esperimenti di fusion con jazz (Bill Frisell, Lee Konitz) e musica classica ("For The Stars" con la mezzosoprano Anne Sofie Von Otter, The Brodsky Quartet per "Juliet Letters"e "North") che a ragione gli hanno meritato l'appellativo di artista poliedrico e dall'insaziabile curiosità intellettuale.
Burt Bacharach, nato nel 1928 a Kansas City, l'autore di "Please Stay", "Raindrops Keep Fallin' On My Head", "Arthur's Theme", "Promises Promises","That's What Friends Are For", anche lui, dopo solidi studi classici, ha spaziato tra i generi, jazz, rock e soul, colonne sonore, musical, bossa nova, ma con un stile elegante e melodico (mieloso per i detrattori) che in teoria ha ben poco a che spartire con il primo Elvis Costello.
Barbra Streisand, Paul Anka, Christopher Cross, Aretha Franklin, Michael Stipe, Dionne Warwick, Patti LaBelle sono soltanto alcuni tra i famosi interpreti che hanno saccheggiato il repertorio di quel Bacharach, già vincitore di diversi Grammy e Academy Awards, ma che, come anticipato, per lunghi anni gran parte della critica ha considerato al più "soltanto un compositore da musical"; liquidato in maniera sbrigativa, come se da questa facilità melodica, in odore di Broadway, ammesso fosse corretto considerarla sinonimo di banalità e colpevole disimpegno, ne derivassero inequivocabili limiti artistici, senza poi degnarsi di approfondire pregi o difetti del suo stile, particolarmente complesso quanto ai tempi (12/8, 6/8) e forse anche un po'algido.
L'incontro tra un Bacharach, quando, ormai iniziata la fase revival, si assottigliavano le schiere di chi lo considerava niente più che un dimenticabile dispensatore di kitsch ("pover'uomo" è una delle memorabili definizioni che gli sono state affibbiate, nemmeno fosse la brutta copia di Christian e Mino Reitano) ed un Costello che invece, proprio in virtù di questi ultimi anni di sperimentazioni "colte", ha fatto storcere il naso a parecchi puristi rock, nel 1998 ha prodotto il nostro "Painted From Memory".
Le dodici canzoni sono a firma di ambedue gli artisti, ma con Bacharach nelle vesti di compositore principale e, per stessa ammissione del rocker britannico, Costello come una sorta di collaboratore in seconda (tranne forse in "My Thief" e "I Still Have That Other Girl" lo stile dell'americano non si smentisce affatto):
1. In The Darkest Place - 4.19
2. Toledo - 4:35
3. I Still That Other Girl - 2:46
4. This House Is Empty Now - 5:10
5. Tears At The Birthday Party - 4:38
6. Such Unlikey Lovers - 3:24
7. My Thief - 4.20
8. The Long Division - 4:15
9. Painted From Memory - 4:12
10. The Sweetest Punch - 4.09
11. What's Her Name Today - 4:08
12. God Give Me Strength - 6:11

Mentre Bacharach, coadiuvato da decine di musicisti, è impegnato al piano, alla direzione d'orchestra e agli arrangiamenti (in Painted From Memory è all'opera Johnny Mandel), Costello, abbandonate quelle asprezze vocali e la ruvida scorza che erano la sua cifra stilistica di buon rocker, si scopre una non inedita vena intimistica e si propone nelle vesti di crooner.
Brevi "dipinti", che descrivono stati d'animo mutevoli e che, proprio grazie a questo insolito connubio tra musicisti dal background professionale così diverso, riescono a trovare un equilibrio virtuoso, come in un agrodolce in grado di moderare lo stucchevole e le acidità.
Non che tutto sia di primissima qualità, come superfluo risulta in sottofondo qualche mieloso coro femminile, tappezzeria alla voce ormai domata ed inquadrata del cantante, ma il risultato d'insieme non delude affatto: non solo fredda raffinatezza ma anche una bella immissione di passionalità e nevrosi degna del miglior Costello.
Chi non disegna quelle ibridazioni, non indenni dal rischio di sterilità e superfluità, ma nei fatti a distanze siderali da certe furbesche ed estemporanee collaborazioni commerciali, che recentemente hanno preso piede anche tra gli interpreti cosiddetti "accademici", troverà in "Painted From Memory" un Cd (a basso prezzo) da acquistare senza troppe remore.
Painted From Memory - Mercury - € 10,00
- Recensione già pubblicata su ciao.it il 12 maggio 2006-
Commenti
Lupo, senti qua che dice Scaruffi:
"Painted From Memory (Mercury, 1998) e` il suo tributo personale al suo maestro Burt Bacharach, e, al cospetto di Costello, persino quel pover uomo di Bacharach sembra un gigante della musica moderna". > sottoscrivi? :).
http://www.scaruffi.com/vol4/costello.html
Sempre dalla stessa fonte, Scaruffi: "In realta` il suo induscutibile talento musicale non e` un mezzo di espressione artistica ma una specie di alibi per i suoi complessi emotivi, per la sua profonda e tetra insicurezza".
Scrivi: "Non che tutto sia di primissima qualità, come superfluo risulta in sottofondo qualche mieloso coro femminile, tappezzeria alla voce ormai domata ed inquadrata del cantante, ma il risultato d?insieme non delude affatto: non solo fredda raffinatezza ma anche una bella immissione di passionalità e nevrosi degna del miglior Costello". > mi sembra una buona sintesi. Ottimo lavoro.
Si si avevo letto di Scaruffi ma.... mi pare che a volte il tipo esageri. Pensavo che queste impennate fossero più caratteristica di tanti critici accademici, spesso ferocissimi e con la puzza sotto il naso, ma comincio a capire che certo approccio sia molto comune.
Tra l'altro Scaruffi non è affatto digiuno, ad esempio, di classica, ma anche lì certe sue analisi, lette tempo addietro, non mi convincono affatto.
mo' vado a ninna. Eventualmente mi ripresenterò domani per altri commenti e precisazioni del caso. Aloha.
.....nel senso che mi pare spesso troppo drastico;)
E' il suo stile (o quello del suo staff) - ormai sono anni che gioca(no) così;).
Diciamo che Scaruffi (e i suoi) sono la perfetta antitesi di Vincenzo Mollica, il più grande produttore di miele presente nell'area spettacolo e dintorni. Un loro completamento (ma con più Scaruffi e meno Mollica) sortirebbe un critico-ibrido sicuramente più equilibrato e - secondo me - attendibile.
Ti seguo sin qua: se Mollica parlasse solo di fumetti sarebbe un discorso. Dal momento in cui Mollica si dedica a cinema e musica mi cascano le spalle.
Scaruffi - & C. - devono limitarsi al rock, altrove le falle sono gravi. Ma quando Scaruffi scrive di rock la cosa migliore, al di là del fiuto incredibile, è l'estremismo. Io sono scaruffiano della seconda ora, dal 2002, e grazie alle sue segnalazioni - filtrate da grandi amici & spiriti rock - ho potenziato la mia collezione e la mia libidine a livelli che non potevo nemmeno prevedere.
Il discorso è questo. Se leggo Lester Bangs sento piacere fisico. Se leggo un critico equilibrato apprezzo ma preferisco rivolgermi alla fiction.
In altre parole, sono un chiaro esempio di malata prospettiva autoriale: non faccio testo.
(naturalmente: servono una preparazione e una competenza abnormi per potersi permettere di essere estremisti. Altrimenti è una pagliacciata, una farsa.
Scaruffi - mit il suo staff - a livello rock ne ha parecchia davvero, di preparazione e competenza. Quindi può e deve giocare. Sa farlo.)