Ne avevo sentito parlare così tanto sui giornali e siti musicali (la presunta Bibbia musicale Pitchfork aveva pure messo un ottimo 8.4 al loro album), sui blog di musica indie, che alla fine mi sono deciso, cercandomi di liberare da tutta una serie di perplessità inizialo, ad ascoltare l'omonimo disco d'esordio della giovane band newyorkese The Pains of Being Pure At Heart.
E mi sento subito di dire che questo di album di dieci canzoni per un totale di 34 minuti è la solita truffa venduta come grande disco.
Certo, c'è di tutto e di più in questo disco, troverete riferimenti a tutti i gruppi che hanno fatto la storia della musica indie-alternative, un calderone lezioso dove convivono My Bloody Valentines, Teenage Fanclub, Belle And Sebastian, The Cure, The Jesus And Mary Chain, The Vaselines, l'alternative americano, una spruzzata di punk melodico, feedback chitarristici, batteria cadenzata, tastierina sognante, una spruzzata di pop, melodie caramellose, giochi vocali fra Kip Berman (voce e chitarra) e Peggy Wang (voce e tastiera) e una grande propensione dei brani ad essere cantati e ad essere utilizzati da qualche pubblicità giovanilistica.
Insomma tutto e niente, soprattutto niente.
Certo prendendo i brani singolarmente, come se fossero delle hit radiofoniche, non si possono non notare l'estrema orecchiabilità e gioiosità di brani come «Come Saturday» con i suoi delicatissimi coretti, l'adolescenziale verve sonora di «Young Adult Friction» con quella vocetta femminile che stuzzica l'immaginario maschile, la sensuale «The Tenure Itch», la vibrante «Evertying with you» o la migliore, a mio giudizio, canzone del disco, per come gioca con un'ambientazione molto anni Sessanta, «A Teenage in Love» ma l'effetto simpatia e divertimento dura poco per lasciare spazio alla noia.
Per tutti i 34 minuti si respira un piattume imbarazzante con brani che tendono tutti a somigliarsi e con le improvvise furie chitarristiche, sempre lievi sia chiaro, che non aggiungono nulla all'album.
Ho letto a proposito di questa musica di un genere chiamato «twee-pop» ma a mio avviso non sembra molto distante dalle tanto vituperate canzonette pop da spiaggia che dopo una stagione cadono nel dimenticatoio.
Insomma, un disco di quelli che sicuramente piaceranno ai blogger indie più gentili e saccenti, a quella razza che da ormai troppo tempo sta infestando il panorama musicale mondiale (per non parlare di quello nostrano), corresponsabile di una scena asfittica farcita da dischi acerbi, insulsi, identici uno all'altro ed incapaci di provocare sussulti all'ascoltare e non sto certo affermando che i dischi debbano a tutti i costi essere portatori di chissà quale spirito rivoluzionario o scansare le melodie o dimenticare il piacere di realizzare canzoni da cantare che magari possano raggiungere un'ampia fetta di pubblico e a questo proposito basterebbe ricordare, quando a cavallo degli anni '90, nel mercato MTV, capace sia chiaro di fagocitare qualsiasi genere e artista (i risultati sono sotto gli occhi di tutti ed è inutile parlarne di nuovo), si aveva la possibilità di ascoltare canzoni e vedere video che sposando la ricercatezza sonora più spigolosa alla melodia colpivano cuore e mente in un solo colpo, canzoni capaci di coniugare il passato e le innovazioni portata dalle nuove generazioni. Come dimenticare le varie «Feel The Pain» dei Dinosaur Jr, «Cannonball» delle The Breeders, «Girls & Boys» dei Blur, «Change» o "No Rain" dei Blind Melon, i singoli dei The Lemonheads e di tanti altri gruppi, canzonette molto semplici che sapevano giocare in maniera sapiente col pop, con le melodie e con il rock, con una freschezza e un disincanto malinconico che affascinarono migliaia di adolescenti di allora.
Oggi è sufficiente farsi un giro sul Myspace del suddetto gruppo e poi sbizzarrirsi a muoversi fra i vari contatti, per sprofondare in una miriade di gruppetti sconosciuti ai più e molto spesso incensati dalla critica, e accorgersi di come la situazione sia davvero piatta, mortifera e di come la delicatezza delle pose, la cura maniacale dell'abbigliamento, la ricerca della copertina abbiano fagocitato in molti casi la musica alternative, riportandoci indietro di molti decenni, forse fino ai quei tanto vituperati anni dove la musica di plastica imperava e spingeva nelle cantine coloro che non volevano adeguarsi.
Da quelle cantine nacquero grandi gruppi.
Mi chiedo quanto bisognerà aspettare per ascoltarne finalmente di nuovi.

Discografia e brevi note:
The Pains of Being Pure at Heart, "The Pains of Being Pure at Heart", Slumberland, 2009.
Alex Naidus - Basso
Kip Berman: Chitarra e voce
Kurt Feldman - Batteria
Peggy Wang - Voce e tastiera
Ep:
The Pains of Being Pure at Heart (Painbow, 2007)
Higher Than the Stars (Slumberland, 2009)
Sul Web:
http://www.myspace.com/thepainsofbeingpureatheart
http://www.thepainsofbeingpureatheart.com/
Andrea Consonni, agosto 2010
Commenti
[The Pains of Being Pure at
[The Pains of Being Pure at Heart] Poca roba.
[The Pains of Being Pure at
[The Pains of Being Pure at Heart] Questi ragazzi non baciano i piedi nemmeno a questi:
http://www.youtube.com/watch?v=kemivUKb4f4&feature=av2e
[pains of] carico in prima!
[pains of] carico in prima!
[the pains] ammazza, altra
[the pains] ammazza, altra grandissima recensione, And. "Ho letto a proposito di questa musica di un genere chiamato «twee-pop» ma a mio avviso non sembra molto distante dalle tanto vituperate canzonette pop da spiaggia che dopo una stagione cadono nel dimenticatoio."
> Questo passo rende perfettamente l'idea. Diciamo alternative pop da consumo immediato?
[the pains] scrivi - e quanti
[the pains] scrivi - e quanti ricordi... - "riportandoci indietro di molti decenni, forse fino ai quei tanto vituperati anni dove la musica di plastica imperava e spingeva nelle cantine coloro che non volevano adeguarsi. Da quelle cantine nacquero grandi gruppi."
> Ho la sensazione che qualcosa del genere possa essere nell'aria. Continuo a essere molto preoccupato per via della sparizione dell'industria discografica, e dei negozi che vendevano musica. Erano fondamentali. Era bellissimo andarsi a studiare le novità nel negozio indie di riferimento, parlare col proprietario o col leggendario commesso presuntuosetto etc e scegliere cosa comprare. Per un periodo, l'abbinamento controinformazione web + vecchio negozio storico e di progetto ha funzionato di lusso. Gli mp3 hanno distrutto tutto. Forse serve davvero tornare a ragionare in termini di album, di supporto fisico e via dicendo, magari creando cd o vinili con un super booklet firmato da grandi illustratori. Quello che sta sparendo è la cultura del rock, fatta di piccole cose quotidiane, non solo di locali in cui suonare. Le riviste ci sono, i negozi non ci sono più. Quelli virtuali lasciano veramente il tempo che trovano...
in questo periodo di transizione ci sta che le band stiano rimasticando il passato. E' inevitabile.
[The Pains] Vedi il disco è
[The Pains] Vedi il disco è carino, lo si può anche ascoltare ma cavolo è davvero troppo troppo derivativo e troppo troppo patinato.
Parlo spesso con amici che fanno musica della situazione del mondo della musica: tralasciando lo spinoso problema dei denari che si possono spendere, nell'editoria resiste ancora il contatto con l'oggetto libro e se si ha fortuna nelle varie città resistono alcune librerie, le biblioteche; per il cinema, pur se anche lì ci sono tanti problemi, resistono le sale, ci sono proiezioni, rassegne (più in città che in provincia) , nel mondo musicale invece sta scomparendo un po' tutto.
Dalle mie parti trovare un negozio di musica è difficile, non ti dico di Lugano e il passaggio all'mp3 ha sicuramente cambiato il modo di ascoltare musica e di fruirne. Non voglio demonizzare la modernità però è innegabile come le nuove tecnologie hanno disincentivato l'ascoltatore all'apprezzamento di un disco e soprattutto, unito a msypace e youtube, c'è in giro così tanta roba che è quasi impossibile accorgersi del valore o no di un gruppo. E' una valanga, basta andare su un myspace e puoi girare per anni fra gruppi di tutti i tipi.
Però c'è una cosa da dire a mio avviso, che si fa sempre più fatica a trovare luoghi seri dove capire se c'è qualcosa davvero di buono da ascoltare e pullulano questi blog di vario genere che, oltre ad inondare di mp3 gratuiti il mondo, creano tendenze, eccetera, eccetera.
E gli artisti validi, che sicuramente ci sono, fanno una fatica del diavolo ad uscire da questa plastica.
Da non trascurare poi la difficoltà di innovare in musica, non sono un musicista, ma mi appare sempre più difficile creare qualcosa di davvero originale.
Per adesso mi basterebbe qualcosa di genuino, di sincero, che non presti troppo ascolto alle moda e allo stile MiAmi, festival indipendente di Rockit.
[the pains] ti dico, credo
[the pains] ti dico, credo che stiamo per entrare in una fase molto delicata anche per quanto riguarda il mondo del libro. Sono molto scettico sulla reale possibilità che il libro digitale possa sostituire il nostro libro cartaceo: ma so che se l'industria del libro deciderà di battersi in questa direzione allora ci ritroveremo esattamente nel disastro del mondo della musica. Immagina soltanto le migliaia di persone storicamente - oggi più ancora - disponibili a spendere milioni di lire o migliaia di euro per stamparsi un libro, illusi dalle pubblicità che appaiono sulle più importanti testate nazionali, che si ritrovano, tutto a un tratto, a ingolfare il "mercato" con le loro creazioni. Considerando l'assoluta ignoranza di larga parte del paese, ci ritroveremmo anche per la narrativa e per la saggistica in una situazione simile a quella della poesia odierna; e cioè nell'incapacità del pubblico medio di riconoscere la differenza tra un vero libro di poesia e uno dei mille e mille regalati dai poeti da strapazzo a parenti e amici. La confezione diventerebbe totalmente ingannevole: la quantità abnorme di pubblicazioni determinerebbe - più di oggi, che già è dura - l'impossibilità di assimilarle, capirle e interiorizzarle e segnalarle a dovere.
Stiamo imparando, temo, a capire che il marchio editoriale, nell'industria culturale, è fondamentale. E stiamo imparando che la selezione è tutto. E stiamo imparando che senza rapporto materiale con le creazioni artistiche c'è qualcosa che si rompe, profondamente - non si incrina: si spezza proprio. Ho l'incubo di un industria del libro digitale che trasforma Lulu o il gruppo Albatros nella quotidianità. Ciò vorrebbe dire, perduti i critici, perdute le case editrici, avallare in quindici anni il trionfo eterno dei classici, e la fine della cultura dell'evoluzione della narrativa.
Rapporta lo scenario alla musica. Hai notato quante radio passano la musica dei nostri anni Novanta, e dei primi Duemila? Hai notato che sembra ancora attuale, e che non si tratta di amarcord? Hai notato che, 45 giri a parte (singoli), praticamente nessuno sa più parlare di nuovi album? Hai notato che i nuovi 45 giri sono tutti destinati a durare per tre mesi, per quanto sono facili e ripetitivi?
[The Pains] Per me, in
[The Pains] Per me, in musica, un certo grado di equilibrio fra le varie esigenze è stato raggiunto con la duplicazione cassette e diciamo anche con la masterizzazione, quando c'era ancora qualcosa di legato alla fisicità, allo scambio amico, all'artigianalità. Dopo di che è stato un altro mondo.
Sono ben conscio che myspace abbia dato una mano ai gruppi, si è bypassato in molti casi il buon vecchio demo, è più facile farsi ascoltare e costa anche di meno. E anche per i gruppi che vengono citati, myspace e youtube aiuta a farsi almeno un'idea, però si stanno raggiungendo livelli esagerati. Senza dimenticare che pure i locali sono sempre meno e diventano sempre più ritrovi di cricche.
Per il libro, sto con te, è un futuro che mi angustia parecchio. Nell'intervista a Tommaso Pincio gli ho proprio rivolto una domanda a questo proposito, visto che comunque se ne sta parlando.
[pains] c'è forse da dire
[pains] c'è forse da dire un'ultima cosa. Siamo quasi pronti per la musica classica:)
[The Pains] Ecco, io devo
[The Pains] Ecco, io devo ammettere di non avere mai smesso di ascoltarla. Seppur non da intenditore, anzi. Però non la lirica che mi fa addormentare.