Morricone Ennio

Colonne sonore

Morricone Ennio
I QUATTROCENTO COLPI
 
Analisi della figura di Ennio Morricone attraverso le principali colonne sonore a sua firma.
 
 
 
“Il cinema è piatto, e la profondità in cui si perde, per esempio, una strada verso l’orizzonte è illusoria. Più poetico è il film, più questa illusione è perfetta. La sua poesia consiste nel dare allo spettatore l’impressione di essere dentro le cose, in una profondità reale e non piatta (cioè illustrativa). La fonte musicale – che non è individuabile sullo schermo – e nasce da un “altrove” fisico per sua natura “profondo” – sfonda le immagini piatte o illusoriamente profonde, dello schermo, aprendole sulle profondità confuse e senza confini della vita.” (P.P. Pasolini)
 
La musica indaga una dimensione che risulta fondamentale nella costruzione del racconto filmico realizzando un’interazione tra suono ed immagine capace di dar vita ad un formidabile ventaglio di possibilità espressive.
In quest’ottica, grande rilievo assume la colonna sonora intesa come mezzo di comunicazione acustica volto a sottolineare la stretta relazione musica-cinema insistendo sulla reciproca influenza capace di giocare un ruolo di primo piano a livello di articolazione formale e opzioni stilistiche.
La musica, infatti, riesce a dare spessore all’immaterialità dei fotogrammi e nella scansione di una duplice temporalità, visiva e sonora, rende plausibile – non reale – quel complesso processo fantasmagorico che definiamo cinema. Con la colonna sonora ad anticipare, interpretare, sottolineare e commentare la storia mediante una aderenza ed una partecipazione così attenta e puntigliosa da ricordare, paradossalmente, l’impossibile rifugio nel silenzio che aveva caratterizzato il cinema muto.
 
Al di là della mera esigenza di coprire il rumore del proiettore, la musica per film costituisce attività in bilico tra artigianato ed industria, la cui presenza è resa indispensabile da una vasta serie di motivazioni di natura psico-percettiva. La colonna sonora, infatti, risponde all’esigenza di colmare la lacuna a causa della quale il movimento privo della componente sonora risulta spettrale e quindi insostenibile (Musil). Dunque esercita il compito di compensare l’assenza delle percezioni sensoriali comunemente associate al movimento agendo in loro vece (Bloch) e arrivando a svolgere una funzione di rafforzamento del contesto emotivo, in quanto capace di alleviare la tensione e mantenere viva l’attenzione. (Münsterberg).
In Italia una prima indagine relativa alla componente musicale in ambito cinematografico si deve a R. Canudo (dal Manifesto delle Sette Arti, 1911, in cui il binomio cinema-musica è inteso come luogo ideale di un’arte totale, una sorta di reincarnazione tecnica del Gesamtkunstwerk wagneriano), e a S.A. Luciani, musicologo che a partire dal 1913 ipotizza addirittura un ribaltamento dei rapporti in cui possa essere il film a farsi “commento” della musica. Tuttavia gli studi teorici non registrano particolare seguito nella penisola, dove la musicologia guarda con generalizzata e persistente disattenzione al cinema. Sulla scena italiana, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, realtà in cui la riflessione teorica favorisce l’apprendimento delle diverse tecniche compositive, di registrazione e di montaggio fra loro inscindibili, si impone invece un artigianato spiccatamente individualistico scevro da trattazioni specifiche, eccezion fatta per il recentissimo Comporre per il cinema. Teoria e prassi della musica nel film (Roma 2001) di Miceli e Morricone.
 
Proprio Ennio Morricone, del resto, costituisce nome di spicco nell’ambito del lungo cammino della musica nel contesto filmico, al quale va senz’altro riconosciuto il merito di avere determinato originali e specifiche modalità d’approccio ai bisogni del cinema, con un linguaggio musicale dotato di peculiarità timbriche, ritmiche e melodiche intese a recuperare e valorizzare la tradizione anche più arcaica, ma adeguato a quel generalizzato grado di sincretismi proprio della cinematografia. Genio indiscusso della musica, Morricone rappresenta il più prestigioso compositore di colonne sonore di film, artefice unico di oltre quattrocento partiture, realizzate per altrettante pellicole. Dopo aver rischiato di diventare un impiegato Rai di quelli che compilano elenchi delle musiche usate nei documentari o nei programmi di varietà e dopo aver lavorato come arrangiatore di musica leggera alla Rca italiana ( la casa discografica alla quale più è legato il boom della nostra musica popolare), arriva finalmente il cinema ed è proprio in virtù degli anni passati a rivestire di trovate le composizioni spesso elementari e mediocri di quelli che sarebbero stati i nostri cantautori e interpreti più amati degli ultimi quarant'anni (Morandi, Gino Paoli, Luigi Tenco, Gianni Meccia, Edoardo Vianello, Miranda Martino), che Morricone raggiunge il successo.  
 
Non a caso – afferma infatti in un’intervista – tutti i buoni autori di musica per il cinema, hanno fatto per anni gli arrangiatori. Da Bacalov a Piovani. Perché, quando accompagni le immagini, se lo fai con un quartetto d'archi va bene, ma se devi inventarti un brano strumentale, come se fosse una canzone senza esserlo, cioè un tema tonale orecchiabile che abbia una possibile dignità sinfonica, devi avere una esperienza completa, devi aver battuto tutti i bassifondi e i retrobottega dove si incide musica".
 
Nato a Roma il dieci novembre del 1928, primo di cinque fratelli, le note entrano nella sua adolescenza attraverso l’influenza del padre, “un professionista di buon livello, versato nel jazz come nella musica sinfonica” che gli impone di seguire le proprie orme scegliendo per il figlio lo studio della tromba. Morricone riceve la prima educazione e formazione musicale al Conservatorio di Santa Cecilia (1938), dove diventa allievo del maestro Roberto Caggiano, stimato direttore d'orchestra che gli insegna i rudimenti dell'armonia complementare spronandolo, dopo il diploma di tromba (1946), ad intraprendere anche gli studi di composizione  tanto che, nel 1954, il nostro consegue il titolo anche in composizione e direzione d'orchestra sotto la guida del maestro Goffredo Petrassi. La sua carriera di compositore di musica per film ha inizio con Il federale di Luciano Salce nel 1961, ma la notorietà internazionale è datata 1968 ed è figlia dell’indimenticabile colonna sonora di C’era una volta il west nata dal sodalizio con il regista Sergio Leone.
 
Il feeling col western all’italiana, però, parte da più lontano col famoso fischio a caratterizzare il motivo conduttore di Per un pugno di dollari (1964) e diventa leggenda con Il buono, il brutto e il cattivo (1966) il cui tema è il risultato di un'imitazione del verso del coyote, inserito all'interno di un linguaggio musicale che, tuttavia, non fa nessun riferimento esplicito all’animale. Un verso, quindi, che sfidando le concezioni dell’epoca, diventa musica tonale. Indimenticabili, poi, anche le note scritte per Giù la testa (1971) e per l’ultima pellicola firmata da Leone: C’era una volta l’America (1984) L’amicizia fiorita fra i due sui banchi delle elementari dà vita, quindi, ad uno dei più famosi binomi artistici dei nostri tempi: Leone per pura intuizione, riesce a rispettare la temporalità della musica rendendo possibile il matrimonio di quest’ultima col cinema, proprio sulla base del tempo inteso come elemento comune ad entrambe le espressioni d’arte e adattando quindi alla perfezione la temporalità musicale alla temporalità delle immagini con scene che si fissano, indelebili, nella memoria del pubblico.
Come accade, ad esempio, per i primi venti minuti di C’era una volta il west dove trova spazio una sequenza assolutamente priva di dialogo e di musica, in cui ci sono soltanto suoni e rumori di varia natura che a poco a poco, assumono una connotazione in grado di astrarli dalla loro funzione realistica, acquisendo un significato più alto, aperto ad interpretazioni plurime e capace di dare alla pellicola un attacco di straordinaria forza drammatica. O ancora come succede per la scena del cucchiaino in C’era una volta l’America, raccontata dal protagonista Robert De Niro in un documentario sul regista romano. Tuttavia, nonostante la fama raggiunta in virtù delle strepitose musiche realizzate per i film di Sergio Leone, Morricone non ama vedere il proprio nome associato unicamente al genere “Spaghetti western”, del resto la sua è una produzione vastissima, ricca di temi plastici e incisivi, per giunta carichi di una tale forza evocativa che anche senza immagini nulla perdono del loro fascino, divenendo parte integrante del patrimonio sonoro di chi li ascolta.
 
Nel novero dei “quattrocento colpi” sparati dal compositore capitolino solo trenta sono i titoli riconducibili al contesto del western, con i restanti a testimoniare la densa attività di collaborazioni artistiche realizzate da Morricone con altri registi del panorama italiano tra cui Elio Petri (Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La classe operaia va in paradiso, Todo modo, Buone notizie, Un tranquillo posto di campagna, La proprietà non è un furto, Le mani sporche), Gillo Pontecorvo (La battaglia di Algeri, Queimada, Ogro), Pier Paolo Pasolini (Uccellacci e uccellini, Teorema, Salò e le 120 giornate di Sodomia, Arabian nights), Giuseppe Patroni Griffi (Metti una sera a cena, La gabbia, Divina creatura, Addio Fratello crudele), Paolo e Vittorio Taviani (Allosavan, Il prato), Lina Wertmuller (I basilischi, Ninfa plebea), Marco Bellocchio (I pugni in tasca, La Cina è vicina), Bernardo Bertolucci (Prima della rivoluzione, Novecento, La luna, La tragedia di un uomo ridicolo, Partner), Mario Bolognini ( L’assoluto naturale, Metello, Fatti di gente perbene, La storia vera della signora delle Camelie, La veneziana, Mosca addio, La villa del venerdì, Arabella, Un bellissimo novembre, Imputazione di omicidio per uno studente, Libero amore mio, Per le antiche scale, L’eredità, Ferramenti), Giuliano Montaldo (Sacco e Vanzetti, Giordano Bruno, Got Mit Uns, L’Agnese va a morire, Marco Polo, Gli occhiali d’oro, Il giorno prima, Tempo di uccidere, Ad ogni costo, Il giocattolo), Giuseppe Tornatore (Nuovo Cinema Paradiso, Stanno tutti bene, Una pura formalità, L’uomo delle stelle, La leggenda del pianista sull’oceano, Maléna, Italiana petroli, La domenica specialmente), Dario Argento (L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code, Quattro mosche di velluto grigio, La sindrome di Stendhal, Il fantasma dell’opera) e Ricky Tognazzi (La scorta, Vite strozzate, Canone Inverso, Giovanni XXIII). Tra i citati, grande rilievo rivestono le collaborazioni con Petri e Pasolini. È in film quali Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, o Uccellacci e uccellini, infatti, che Morricone esprime al meglio il ritmo sarcastico della propria sintassi interpretativa.
 
La psicologia dei personaggi è resa attraverso sonorità che aderiscono perfettamente alla struttura narrativa delle pellicole, all’interno delle quali la consequenzialità tra musica e immagini raggiunge un’unità inscindibile. In La classe operaia va in paradiso, ad esempio, la simbiosi è perfetta: l’accompagnamento musicale si adatta in modo magistrale al soggetto tanto da diventare esasperante come a voler riprodurre la meccanicità della catena di montaggio facendosi espressione dei rumori industriali ed in contemporanea rappresentazione della classe operaia stessa.
 
Alla nutrita lista di titoli passati in rassegna, corrisponde un’altrettanto ricca serie di premi ottenuti, l’ultimo in ordine di tempo, il David di Donatello per Canone inverso nel 2000. Quando Tognazzi gli chiede di scrivere la colonna sonora per il suo film, Morricone ha come l’impressione “di essere ritornato a scuola”. Il regista commissiona un Canone Inverso e un concerto romantico della durata di quattro minuti e mezzo, quindi privo degli sviluppi. La primissima ipotesi, poi accantonata, è quella di utilizzare Mendelssohon, ma l’impresa più ostica resta certamente quella di comporre il canone: una partitura musicale a due voci in cui la seconda esegua a ritroso le note della prima, con due violini all’unisono nel seguire due parti scritte peraltro in musica tonale e capaci di incontrarsi e rispondere ad una verticalità. Quello che Morricone crea costituisce senz’ombra di dubbio un autentico capolavoro. Il film stesso, tratto da un romanzo del goriziano Paolo Mauresing, sembra restare a tratti, impigliato nel fascino che la colonna sonora riesce a produrre. È il canone inverso, infatti, a rappresentare il vero protagonista della pellicola, non solo in quanto chiave di volta per lo scioglimento dell’intreccio, ma anche perché, mediante la potenza espressiva della musica riesce a trasmettere ciò che narrazione ed immagini lasciano taciuto.
 
 
Altra menzione particolare meritano le musiche di Metti, una sera a cena e Sacco e Vanzetti vincitrici del Nastro d’argento rispettivamente nel 1970 e nel 1971 ed anche quelle de Gli occhiali d'oro, Nuovo Cinema Paradiso e Stanno tutti bene premiate col David di Donatello nel 1988, nel 1989 e nel 1991. Tra le altre colonne sonore firmate per Tornatore spiccano, poi, quelle composte per il film La leggenda del pianista sull’oceano, dove l’interazione tra musica ed immagini viaggia su livelli altissimi e per Maléna, che nel 2001 vale a Morricone l’ultima delle sue cinque nominations all’Oscar, dopo quelle per Days of Heaven (1979), Mission (1986), Gli Intoccabili (1987) e Bugsy (1992).
                                    
Oscar mai arrivato a coronare la prestigiosa carriera del maestro trasteverino, protagonista di numerosi sodalizi anche con registi internazionali tra cui Brian De Palma (Gli intoccabili, Vittime di guerra, Mission to Mars), Roman Polanski (Frantic), Henry Verneuil (Gun’s for San Sebastian, Il clan dei siciliani, Le casse I…, Comme Icaro, Peur sur la ville) John Carpenter (The thing), Wolfang Peterson (Nel centro del mirino), Pedro Almodovar (Atamel), Roland Joffè (The Mission, Fat man and little Boy, City for joy, Vatel) Margarethe Von Trotta (Il lungo silenzio), Berry Levinson (Disclosure, Bugsy) Warren Beatty (Love affair, Bulworth), Adrian Lyne (Lolita) e Oliver Stone (U-Turn). 
 
La notevole prolificità di Morricone compositore per il cinema, subisce, tuttavia, uno stop nel 1985, anno in cui il maestro non realizza nessuna colonna sonora meditando di lasciare il grande schermo per dedicarsi esclusivamente alla lirica e alla cosiddetta musica “colta” da lui spesso definita come “assoluta”. Il ritorno a sonorità funzionali e parallele al fenomeno filmico è sancito dalla pellicola Mission che, intrisa di idealismo, porta Morricone a riproporre l’atteggiamento di una musica capace di realizzare una perfetta interazione tra suono e strutture narrative facendosi addirittura tangibile per sopperire alla mancata linearità della sceneggiatura. Il successo è decretato anche dalla ripresa di alcuni brani in ambito pubblicitario mediante ripresentazioni tematiche che confermano pertanto il meccanismo secondo cui la disponibilità del pubblico sia orientata a recepire prodotti standardizzati e, come tali, ripetitivi.
 
Si crea, dunque, una commistione tra estetica e costume che lungi dal far propendere verso considerazioni discriminanti nei confronti della colonna sonora in quanto genere secondario, ritenuto qualitativamente inferiore rispetto alla musica operistica o classica, sottolinea invece la grande sensibilità del compositore che riesce come pochi a creare sinergia tra due altissime espressioni d’arte con la sua musica capace di fondersi unitamente ai fotogrammi superando la funzione di mero commento sonoro e facendosi filmico. Tuttavia l’etichetta di autore per antonomasia di colonne sonore, attribuitagli dalla critica mette in ombra la grande produzione extracinematografica di Morricone, confinando il suo genio entro i limiti di una categoria musicale che seppure fondamentale per l’espressione della sua creatività, non costituisce affatto l’unico territorio in cui abbia messo a frutto il proprio estro.
 
Parallelamente a una produzione così cospicua pari ad oltre quattrocento film, infatti, il maestro ha cercato di mantenere un rapporto pressoché costante con la musica colta, arrivando ad annoverare in catalogo più di cinquanta composizioni destinate alla sala di concerto tra le quali vanno ricordate l’ampia e differenziata serie di pezzi cameristici per strumento solista (chitarra; pianoforte; clavicembalo; viola e nastro magnetico; flauto e nastro magnetico, violoncello) o per formazioni diverse (trii; quintetti; sestetti; pianoforte e strumenti; canto e pianoforte; voce e strumenti; coro di voci bianche ecc.); la poliglotta Cantata Frammenti di Eros su testi di Sergio Micheli (1985) e la Cantata per l’Europa su testi di Autori vari (1988); i tre Concerti, di cui il primo (1957) per orchestra, il secondo (1985) per flauto e violoncello, il terzo (1991) per chitarra classica amplificata e marimba; le musiche per i balletti Requiem per un destino(1966) e Gestazione (1980); e infine le musiche vocali e strumentali su temi religiosi o d’intonazione spirituale (4 Anamorfosi latine su testi di Miceli, 1990; Una Via Crucis, ancora su testi di Miceli, 1991-92).
 
Ne deriva, dunque, la grande versatilità di Morricone, genio consegnato alla storia della musica del nostro tempo con ventisei dischi d'oro e cinque dischi di platino. Talento celebrato in campo internazionale mediante l’attribuzione di prestigiosi riconoscimenti quali il Grammy Award, il Golden Globe, il tributo della SPFM (Society for Preservation of Film Music) ed il Leone d’oro, questi ultimi entrambi alla carriera. Unica pecca la mancata vittoria dell’Oscar quasi a testimonianza della fatuità dei premi che, pur consacrandone il successo, nulla aggiungono al suo estro creativo in grado di muoversi perfettamente a proprio agio nei più diversificati generi di composizione non negando il proprio impegno neppure in ambito culturale tanto da meritarsi il  titolo di Officier de l'Ordre des Arts ed des Lettres, conferitogli dal Ministro francese della cultura Jack Lang nel 1992, e nel 1995 l'onorificenza di Commendatore dell'Ordine "Al Merito della Repubblica Italiana".
 
Angela Migliore
Originariamente apparso su Lankelot.com
ISBN/EAN: 
0724381328927

Commenti

me la leggo bene domani questa.

Questo tuo breve saggio è - oggi come nel momento della prima pubblicazione - qualcosa che mi suggerisce, ogniqualvolta capiti un discorso sul Cinema e di Morricone, di avvicinarmi a Lankelot e di mostrare a chi è con me cosa ne hai scritto, e quando (il perché è nell'introduzione di Pasolini, e nel senso della tua ricerca estetica - ma sono ancora nebbie che si devono dissipare, nel tempo, quando ti ritroverai a romanzare:) ).

Mi chiedesti di partecipare a quel concorso ed io cercai di scrivere dell'unico aspetto del cinema che non mi veda completamente ignorante. Ma mi attribuisci meriti non miei, non ho fatto altro che studiare un po' e realizzare poi un collage delle informazioni apprese.

Sono contenta e onorata di saperti più volte lettore non solitario di questa pagina.

La nebbia è fittissima, l'aria intorno è più nebbia che altro e romanzare, purtroppo, non è traguardo alla mia portata.

(questo non è detto;)).

"La musica, infatti, riesce a dare spessore all?immaterialità dei fotogrammi e nella scansione di una duplice temporalità, visiva e sonora, rende plausibile ? non reale ? quel complesso processo fantasmagorico che definiamo cinema". Giusto, e pochi come Morricone riescono a esaltare le immagini con la propria musica.
Ottimo pezzo, dettagliato e chiaro. Brava, Angela.

Morricone merita, ho cercato solo di rendergli omaggio.
Felice sia piaciuto.

Domani lo premiano, riesumiano questa bella recensione per l'occasione.:)

"L?amicizia fiorita fra i due sui banchi delle elementari dà vita, quindi, ad uno dei più famosi binomi artistici dei nostri tempi: Leone per pura intuizione, riesce a rispettare la temporalità della musica rendendo possibile il matrimonio di quest?ultima col cinema, proprio sulla base del tempo inteso come elemento comune ad entrambe le espressioni d?arte e adattando quindi alla perfezione la temporalità musicale alla temporalità delle immagini con scene che si fissano, indelebili, nella memoria del pubblico."
Ricordo, in proposito, una frase di Welles che faceva più o meno così: "quando guardo un film di Leone, non so se la grandezza del film sia dovuta alla sua regia o alla musica di Morricone".

Eh, la penso esattamente come Welles.
Degli svariati western, nella mia memoria, ho un pastiche d'immagini, un continuum confuso. Altro discorso per le colonne sonore: indelebili. Morricone è un genio. I premi alla carriera, invece, mi fanno sempre storcere un po' il naso, ma nell'intervista televisiva di un paio di giorni fa, lui se ne diceva contento.

Ha avuto cinque nomination senza mai vincere, l'oscar alla carriera era un atto dovuto.

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