Eterei ed evanescenti, i Mercury Rev entrano nella seconda fase della loro produzione artistica con il loro quarto album, “Deserter’s Songs”: le canzoni del disertore. Se di diserzione si parla, si tratta di quella dell’autentico sperimentalismo e del radicalismo incarnato nei primi due album, il masterpiece “Yerself Is Steam” e il suo degno epigono “Boces”. Non si può affermare che non rimangano tracce della splendida psichedelia e delle distorsioni caratteristiche della prima fase dell’attività della band: certo è che, sin da questo album, la virata-pop è piuttosto nitida, la ricerca della melodia più esasperata, le acrobazie baroccheggianti non estranee alle sonorità del gruppo.
“Deserter’s Songs” è un disco equilibrato e compassato, pregiato dalla presenza di due canzoni memorabili, l’intrigante “Goddess On A Hiway” e la superba “The Funny Bird”. Non alieno alla malinconia e all’introspezione, è album discretamente intimista: l’acme s’avverte quando le atmosfere si fanno rarefatte o notturne, Donahue interpreta con più convincente personalità un brano, o il mellotron si decide a incantare ancora.
“Holes” è l’ouverture del disco. Suggestiva e di discreto impatto, annuncia l’inatteso ripiegamento dei Mercury Rev in un’atmosfera sempre onirica, ma meno caotica e meno “rumoristica” rispetto al passato. I versi sembrano poggiare sulla minimalista poesia della quotidianità e ribadiscono una piacevole linearità semantica: dimenticate i viaggi di “Yerself Is Steam”, qui si cantano storie d’amore e si tende a cristallizzare l’istante perduto. Discreto esempio tratto dal brano successivo: “Into a dream, I took a turn, and promised to return/ The way we were, the way we met, the way I lit yr cigarette / The way it trailed, into a stream, and lay down between (..)”. Imborghesimento? Difficile affermarlo con sicurezza: certo è che questa “Tonite It Shows” è una canzone d’una dolcezza sconosciuta ai primi Mercury Rev. È una ballata docile e tenue, non c’è più furore e non si percepisce nessuna frattura.
“Endlessly” è annunciata da un arpeggio alla Cat Stevens, pacioso, placido e solare. Definire “tenero” un brano dei Mercury Rev era probabilmente impensabile dieci anni fa: in questa circostanza non si trovano aggettivi più adatti. Solita storia d’amore in incipit, estraniante atmosfera da “Bianco Natale” a metà strada, vagamente kitsch la clausola. Abbiamo decisamente di fronte un altro gruppo: la trasformazione dei Mercury Rev non è un semplice cambiamento, ma una metamorfosi. Autenticamente schizofrenici: nessun dubbio. Non che questa nuova vena non sia piacevole: ci si deve solo abituare.
Attraverso la sognante transizione tutta strumentale di “I Collect Coins”, si torna a respirare grandezza nello sfarzo tardo prog-rock di “Opus 40”, che gioca tra un motivetto grottesco e allegrotto e un testo tutt’altro che solare. Clamorose strizzate d’occhio ai Beatles del “White Album”: è almeno difficile salutarle come semplici reminiscenze.
La seconda parte del disco è inaugurata da “Hudson Line”. Un orrido sax annuncia un brano che, lentamente e a fatica, tenta di ritrovare una forma ormai compromessa: c’è un’interessante varietà di strumenti, ma il sax ha imbrattato tutto, irreparabilmente, sin dalle prime battute. E quando, in fin di vita, “Hudson Line” richiama a sé il colpevole della putrefazione della sua armonia, i Mercury strappano un sorriso all’ascoltatore. “Grasshopper” Mackiowiak alla voce e ai testi, per una volta, e la nostalgia per Donahue non tarda a materializzarsi. Un micidiale delirio para-jazzistico. Da dimenticare.
Nuovo intermezzo: “The Happy End” (The Drunk Room) è un frammento disturbato, magnetico e ossessivo.
Finalmente “Goddess On A Hiway”, primo dei due diademi pop dell’album: è intrigante, come si scriveva in apertura, luminosa e deliziosa. C’è perfino qualche accenno di distorsione nelle chitarre, alla prima maniera dei Mercury Rev: l’esito è estremamente apprezzabile. Tra Mansun e Divine Comedy. Ma con un Donahue in stato di grazia al canto, e un equilibrio formale pregevole.
Il capolavoro, però, è “The Funny Bird”. “Well goodbye southern spy/ I’ve come to love you in the light/ always staring in the Void/ have your eyes all been destroyed/ all these digging little hands/ of all the stones that never land
your the only one I know”. È un pezzo d’una tristezza sconcertante: amaro, pieno di rabbia trattenuta e impregnato d’una solitudine irreparabile. A distanza di tempo, l’ascolto mantiene una segreta magia: il ricordo dell’esecuzione dal vivo, assolutamente fedele, tramuta questo brano, per chi scrive, in canzone-simbolo della nuova fase del gruppo. Non fatico a salutare in “The Funny Bird” l’anello di congiunzione tra i “vecchi” e i “nuovi” Mercury Rev: difficile non amarla.
“Farewell golden sound/ no one wants to hear you now / and of all the happy ends / I wouldn’t wish this on a friend / but yr the only one I know”.
C’è spazio per un’ultima traccia strumentale, “Pick Up If You’re There”, notturna e intimista, che dovrebbe costituire il congedo della band: invece si scivola in un’ultima canzonetta da giostraio, “Delta Sun Bottleneck Stomp”, che è un delirio grottesco e nulla più. Qualche sonorità richiama le musichette dei vecchi coin-op, penso a un “Bubble Bobble” d’annata, per intenderci: c’è qualche interessante tentativo di recupero, ma il brano mi pare complessivamente assai infelice. Per fortuna, questo non è solo il disco di “Hudson Line” e di “Delta Sun”: altrimenti, più che “Deserter”, avrebbe dovuto titolarsi “Betrayer”.
Il grande pubblico ha iniziato ad appassionarsi ai Mercury Rev in questa seconda fase della loro produzione, marcatamente pop e soltanto lontanamente psichedelica. L’invito è a tornare alla fonte: “Yerself Is Steam” è un disco imperdibile (idem “Boces”). Nutrirsi delle canzoni del disertore e di “All Is Dream” senza aver goduto del puro piacere estetico derivato dall’ascolto del primo album della band è un errore e una colpa (e solo un bagno nel Lete potrà…).
Barocchi, sì: ma solo a partire da questo disco.
EXCERPTA: GIUDIZI CRITICI.
“(…) Standouts including the exquisitely waltz-like ‘Tonite It Shows’ and the celestial ‘Endlessly’ are like lullabies, their music-box melodies gentle and narcotic; even the most pop-oriented moments like ‘Opus 40’ and ‘Hudson Line’ share a symphonic, candy-colored majesty far removed from conventional rock idioms. Complete with its fractured instrumental interludes and odd effects, Deserter's Songs sounds like no other album — for that matter, it doesn’t even sound like Mercury Rev, yet there’s no mistaking the record’s brilliance for anyone else”.
Sostiene il critico rock Scaruffi: “(…) Deserter’s Songs, con la formazione aumentata da violino, corno, trombone e contrabbasso, è invece disco schizofrenico: da un lato la sua atmosfera è ancor più allucinata, dall’altro la produzione è quella solitamente riservata a un’orchestrina di musica leggera. Le musiche, infine, sono l’equivalente di un trattato sul post-modernismo: non partiture, ma continue citazioni di musiche altrui, in particolare quelle dei musical di Broadway e dei vaudeville di periferia (…)”.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e GENESI DEL GRUPPO.
All is Dream, 2001, V2.
Deserter’s songs, 1998. V2.
See You on the Other Side, 1995. Work.
Boces, 1993. Columbia.
Yerself is Steam, 1991, Columbia.
Buffalo, New York, tardi anni Ottanta. I Mercury Rev (etimo del nome misterioso: si dice che derivi da un omaggio a un sedicente ballerino transilvano o che alluda a un termometro ben sigillato) nascono come band destinata a sviluppare le colonne sonore dei film che il gruppo e il relativo clan andava girando. Jonathan Donahue (cantante e chitarrista acustico, d’area Flaming Lips sotto lo pseudonimo “Dingus”), Dave Fridmann (basso e mellotron) e Sean “Grasshopper” Mackiowiak (chitarrista) si uniscono a David Baker (voce), Suzanne Thorpe (flautista) e Jimy Chambers (tastiere e batteria).
Il primo demo viene apprezzato: nel 1991 nasce l’album “Yerself is Steam”, capolavoro acido e psichedelico. Seguito dall’Ep “The Car Wash Hair” nello stesso anno, segna un periodo magmatico e denso di contrasti in seno alla band, culminato nell’abbandono (volontario?) del gruppo da parte di David Baker e dalla trasformazione di Fridmann da musicista a sound engineer e produttore, giusto in seguito alla prima discreta affermazione internazionale: il secondo album, “Boces”, raggiungeva infatti nel 1993 la Top 50 in Inghilterra.
Memorabili alcune stravaganze dal vivo, in questi anni: concessioni etiliche e generica disorganizzazione sembravano predominanti. Baker tornerà come “Shady” a incidere dischi, nel 1994: “World” il nome dell’album.
1995. Lo sperimentale “See you on the other side”, gemma ibrida di jazz e pop, segna una nuova trasformazione della band: Donahue e Grasshopper ingaggiano il tastierista Adam Snyder e Jeff Mercel; Chambers e Thorpe, estenuati dai cambiamenti, levano i tacchi.
Come Harmony Rockets, i Mercury incidono nel 1995 lo sperimentale e improvvisato “Paralyzed Mind of the Archangel Void”.
Tre anni dopo, “Deserter’s Songs” ha rappresentato la prima autentica affermazione europea della band. Figlio dello spirito di questo album il baroccheggiante e sfarzoso “All is Dream”, accompagnato da una brillante tournée europea tra 2001 e 2002.
Fonte delle informazioni biodiscografiche:
Lankelot Franchi, ottobre del 2003. Prime pubblicazioni: Lankelot.com, Supertrigger
Commenti
"Well goodbye southern spy
i've come t' love you in th' lite
always starin' in th' Void
have yr etes all been destroyed
all these diggin' little hands
of all the stones that never had
yr the only one i know...
An' farewell gold'n ring
oh you hollow little thing
like a wave along th' coast
i've come t'love th' hi's and lows
when in th' end yr just a band
a funny bird that never lands
an' yr th' only one i know...
Farewell gold'n sound
no one wants to hear you now
an' of all th' happy ends
i wouldn't wish this on a friend
but yr th' only one i know
*
MERCURY REV. The Funny Bird