Los Angeles, 1966. Nasce Hope Sandoval. Hope Sandoval, di sangue messicano, è la cantante più sensuale, seducente e affascinante della storia del rock. Non è mai esistita, e ho il vago sospetto che mai più tornerà, una creatura del genere; mi sembra incredibile constatare che non abbia conquistato uno stuolo di adoranti ammiratori. La voce di Hope Sandoval è unica: intensa, evocativa, onirica ed erotica. Il canto di Hope Sandoval è padre del sound psichedelico, allucinato e carnale dei Mazzy Star. Qualcuno ha voluto resuscitare il ricordo di Nico dei Velvet Underground – la comparazione mi sembra sensata. Ammesso che valga come termine ante quem: ossia: se non fosse nata Hope Sandoval, Nico avrebbe potuto somigliare all’idea di lei. Intendiamoci, sin dapprincipio: non ho nessuna intenzione di scrivere niente di equilibrato a proposito di questo disco. Che sento destinato a sprigionare un’adorabile influenza sul prossimo ventennio di pop psichedelico. Allora, in tutta onestà, preferisco siano subito i mostri sacri della critica rock a introdurvi alle atmosfere e ai colori di questo secondo album dei Mazzy Star (1993): quindi, irromperò per concedermi lettura emozionale ed empatica.
FLORILEGIO CRITICO
Scrive Fabretti:«So Tonight That I Might See accentua la dimensione onirica della musica dei Mazzy Star, indulgendo in ambientazioni sempre più languide e spettrali. Dalla nenia minimalista di “Bells Ring” al lento atmosferico di “Blue Light”, si sfiora la trance mistica. “Wasted” rivisita un classico riff blues, rallentandolo a livelli quasi soporiferi, con la chitarra acida di Roback a fare da contraltare ai vagiti sensuali di Sandoval. L’hit “Fade Into You” è una serenata piano-voce di struggente intensità, mentre l’harmonium di “May of Silence” evoca gli spettri di Nico e le visioni lisergiche dei Doors. L’apice del disco è la lunga title track, un sommesso raga al ralenti che riecheggia le atmosfere psichedeliche dei Velvet Underground. Hope, che vuol dire “speranza”, si conferma invece “la voce della malinconia”, quasi una “Emily Dickinson della generazione narcolettica”, come è stata definita. E tra le note, filtra un rivolo di inquietudine dark. Come Taylor Parke ha sottolineato sulle colonne del Melody Maker: “Se il rock and roll è morto, questo disco è la luna sulla sua tomba”».
Sostiene Scaruffi: «Il sound si è ancor più allentato, si è fatto ancor più “siderale”, sempre meno terrestre. Impressionista, subconscia, mistica, scolpita frase a frase con cura certosina in filigrane sempre più trasparenti di suono, questa è musica che, dalla ninnananna folkrock di Bells Ring al “lento” degno di un’orchestrina degli anni ‘50 Blue Light, costituisce un lungo excursus in un mondo astratto, onirico, magico. In questo senso il cuore del disco è costituito dai brani in cui lenti, languidi, ineffabili deliqui danno luogo a serenate innamorate fra le più tenere di sempre, come Fade Into You. Esemplari da questo punto di vista l’arrangiamento minimale di Five String Serenade, con accordi quasi impercettibili di contrabbasso e violino, e l’armonia trapunta di piccoli tocchi classicheggianti di Into Dust. Il sound raggiunge intensità da messa nera in Mary Of Silence, una tetra litania cantilenata sul cupo rombo di un harmonium e sullo stridore delle distorsioni chitarristiche. In questi episodi il ritmo svanisce in cadenze catatoniche.
Il disco va in gloria con la lunga So Tonight That I Might See, un raga ipnotico e lisergico (ma mai sinistro) che richiama qualcosa dei Velvet Underground e qualcosa dei Doors, senza peraltro imitare nessuno dei due»
LANKELOTTATA
David Roback, chitarrista della band, è una delle anime cardine della nuova ondata psichedelica di Los Angeles: prima nei The Rain Parade, quindi negli Opal. Quel che ha originato, assieme a Hope Sandoval, è quel che i padri Scaruffi e Fabretti vi hanno appena rivelato: un sound lento, liturgico e misticheggiante, destinato a scolpirsi nell’inconscio dell’anima rock.
Incipit di questo So Tonight That I Might See è Fade Into You, singolo di discreta fortuna nel 1993: ballata romantica, dolcissima e innocente. Hope s’impadronisce immediatamente del suo trono – che dico: dell’altare del tempio – e parla di vita e di sentimenti a chi ha vissuto e può capire. Le liriche non sono eccezionalmente complesse, ma non mi sembra sia una colpa: se è Hope a cantare, non escludo che stia rivelando i segreti d’un antico rito iniziatico.
“I want to hold the hand inside you / I want to take a breath that’s true / I look to you and I see nothing / I look to you to see the truth / You live your life / You go in shadows / You’ll come apart and you’ll go black / Some kind of night into your darkness / Colours your eyes with what’s not there. / Fade into you / Strange you never knew / Fade into you / I think it’s strange you never knew”.
Reminiscenze Jesus and Mary Chain in Bells Ring: qui la Sandoval si diletta a scartavetrare, sin dalle prime quattro battute, ogni straccio di illusione di resistenza nell’ascoltatore; imprigiona nel suo canto e rapisce senza domandare riscatto. Non avrebbe senso. L’aggettivo idoneo per scolpire le nostre percezioni estetiche è: irrimediabile. Non ho mai sentito una voce femminile più bella e non mi sembra vero d’essere nato nel 1978: siamo quasi contemporanei. Quanto costerà un viaggio Roma-Los Angeles? L’insistente corte di Hope conosce un acme irripetibile: Mary of Silence. Sei minuti di sogno lucido, puro e irrefrenabile: siamo sospesi nell’incanto, imprigionati nell’inconscio: se mai la Dea ha avuto una voce, non possiamo avere dubbi – è la voce di Hope Sandoval. Quando David Roback distorce e sprofonda nella psichedelia, il viaggio sembra non conoscere fine. L’ascoltatore sta dimenticando d’esser vivo. È altrove. Non potrebbe essere altrimenti. “Oh, Sweet Mary of Silence / Oh, Sleeping Mary of Silence / We have a steady confusion, / You’re looking at fear / It doesn’t seem like the first time”. Adoravate le digressioni di Manzarek? Vi sembrava che la poesia di Morrison non potesse sposarsi altrimenti che con quel suono? V’invito ad annientarvi in questo sogno lisergico.
Quindi Five String Serenade: un nuovo momento di pura emozionalità, romanticismo e post-folk. Scendiamo nella retrò Blue Light: non fa niente se sia arrangiata come una ballata demodé, abbiamo bisogno di ascoltare ancora e ancora le parole di Hope. Sonorità dalla vaga rabbia younghiana in She’s My Baby; quando la Sandoval, riverberata, canta “She said she’s thinking of going away / Oh baby I’m cryin’, And my body’s flyin’ / But I remember you / She’s my baby, Ain’t that something / But I know she belongs to you” sembra d’essere incatenati a un’esperienza destinata a essere ripetuta a oltranza, nel tempo; psichedelia madre di coscienza nuova e d’immaginazione immacolata, e totale. Ancora lezione folk in Unreflected: semplicità e immediatezza e nell’arrangiamento, e nel canto. Sospensione emi-blues in Wasted. Torniamo nel sogno, infine, con le ultime due creazioni dei Mazzy Star: l’ipnotica Into Dust e l’eponima, à la Heroine, So Tonight That I Might See: quasi sette minuti e mezzo di viatico all’estasi, splendidamente ossessivi e disturbati. “Let me hold you tight and arms tight and arms you lost your chance / Come so close that I might see the crash of light come down on me / With spin luck I’ll find the dark stop me now find me to your heart / The crash of light come down on me / So tonight the crash goes by / Small like wind and refuse to die / The crash of light come down on me / Come so close that I might see, see the light come down on me / I hold you tight like rain / Sunshine on a rainy day / Sunshine on a rainy day”.
Disco consigliato a chiunque abbia intenzione di concedersi il dono d’un incontro con una voce femminile senza precedenti, e senza pari. Destinato a chi ha amato la psichedelia, e non potrà non riconoscerne l’intelligente metamorfosi pop novantina. In ogni caso: da amare, da avere.
MAZZY STAR
Hope Sandoval. Cantante.
David Roback. Chitarrista.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE
Among My Swan, Capitol, 1996.
So Tonight That I Might See, Capitol, 1993.
She Hangs Brightly,Rough Trade, 1990.
1989. Nascono i Mazzy Star, da una costola degli Opal.
Approfondimento in rete: sito ufficiale / Everything Mazzy Star / Always on the run / Onda Rock / Scaruffi / sito ufficiale di Hope Sandoval.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Aprile 2005. Originariamente apparso su Lankelot, Supertrigger e altrove.
All’immenso Closer.
Commenti
Wow che trasporto!! Fa piacere leggere pagine non equilibrate, dà maggiore dimensione della totale adesione a ciò che costituisce l'oggetto stesso di scrittura.
Suggerimenti su brani irrinunciabili? Tieni conto che sono a digiuno.
Mary of Silence. Assolutamente. Parti da là.
Uhmm, primo ascolto difficile per me. Lontano, dalle sonorità a cui sono abituata.
E' una ninnananna ipnotica. Fertile di immagini diverse. Fammi sapere come va nel tempo;)
So Tonight That I Might See, 1993. "Mary of Silence"
Oh Mary of Silence,
You pick my heart with a smile
Oh sweet Mary,
Come inside for a while
Help me get a hold on you,
Or I look in the night
I thought of myself beside you
Take me into your skin
Oh, Sweet Mary of Silence
Oh, Sleeping Mary of Silence
We have a steady confusion,
You're looking at fear
It doesn't seem like the first time,
You walked out in a hurry
Oh, Sweet Mary of Silence
Oh, Sleeping Mary of Silence
I look in, In your window,
To check my head in your pane
My last thoughts, they come to me,
I can't take the pain
Oh, Sweet Mary of Silence
Oh, Sleeping Mary of Silence
Help me walk with you, To the sky that we see
Shuddering in myself, in-my-self
Oh where
Oh When
Oh Well
Sweet Mary of Silence
Sweet Mary of Silence
Sweet Mary of Silence
Sweet Mary of Silence
Sposami, Hope.
Hope.. sarò il tuo amante!!!
Adorabile.
Sono le chicche live che hanno dato il colpo di grazia ? :)
Mi stanno devastando. Mi hai regalato mondi nuovi e inesplorati. E' ora che mi sdebiti anch'io, magari ti pizzico un dvd di Hope. Domani punto Rinascita;).