Massenet Jules

Werther

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Massenet Jules

Dopo la Boheme sono tornato nella città regia federiciana di Jesi per assistere al Werther di Jules Massenet, seconda opera prevista dalla stagione lirica del Teatro Pergolesi. Drame lyrique in un nuovo allestimento che nasce dalla collaborazione messa in atto tra la Fondazione Pergolesi Spontini ed il Teatro dell’Opera di Nizza, articolato in quattro atti, i primi due in esterno, i successivi all’interno del convenzionale ambiente borghese. Opera romantica dunque ma per palati forti, trasposizione lirica dell’estenuazione sentimentale goethiana in quel clima di decadente romanticismo in cui era avvolta la borghesia francese nel corso degli ultimi decenni dell’Ottocento. Ritenuta pur tuttavia troppo straziante dal direttore artistico dell’Opéra Comique debuttò inizialmente a Vienna nel 1892 segnando la prima comparsa del saxofono e solo in seguito ebbe modo di farsi apprezzare anche in patria. Eppure l’opera benché addensata da una pregnante velatura malinconica, non degenera mai, nemmeno nei toni più scolpiti del dolore, in un’atmosfera di cupa ossessione.

La figura di Werther su cui sono state scritte le parti più intense ed inebrianti dello spartito, qui interpretata da Antonio Gandia, ritenuto uno dei più interessanti giovani tenori spagnoli del momento, avrebbe meritato un artista ben più carismatico. Nell’alternanza di scansioni emotive che  caratterizzano la progressione drammatica del giovane artista borghese, la sua emissione vocale è risultata più incisiva nei tratti intensi dell’ esaltazione e meno convincente in quello della dolente intensità del ripiegamento intimistico, specialmente quando si è confrontato con i toni crepuscolari del celeberrimo Làbas, au fond du cimitière.  

Anna Bonitatibus, giovane ed affascinante mezzosoprano lucano, nota per aver spaziato da Rossini a Mozart, dal Settecento a Pergolesi, si è invece perfettamente immedesimata nel personaggio di Charlotte, offrendoci una splendida sintesi di teutonico profilo romantico e seducente allure francese. Una donna incapace di ammansire i rigori del giuramento materno nell’incanto sublime della passione amorosa.

Il regista francese Paul-Emile Fournay, che lo scorso anno ha ricevuto un largo consenso nella messa in scena del Rigoletto proprio qui a Jesi, ha assecondato a meraviglia gli intenti del poeta offrendoci una rappresentazione in cui è riuscito, pur avvalendosi di un impianto scenico  semplice ma funzionale, a conservare il respiro di un messaggio senza tempo.

Donato Renzetti, direttore de L’orchestra Filarmonica Marchigiana, al suo debutto assoluto nel Werther, ha avuto il merito di conservare, nella successione di dilatazioni malinconiche e di nuances vibranti, un equilibrio musicale capace di avvolgerci in una sensiblerie carica di melodia senza disperdere l’intensità della tensione drammatica.

Gian Paolo Grattarola

10.XI.2007 

WERTHER

di Jules Massenet

Teatro Pergolesi di Jesi (AN)

09.XI.2007

Regia di Paul-Emile Fournay

Dramma lirico in quattro atti. Libretto di Edouard Blau, Paul Milliet e Georges Hartmann. Dal romanzo "I dolori del giovane Werther" di J.W.Goethe

Interpreti : Antonio Gandia (Werther)
Charlotte : Anna Bonitatibus
Albert : Vittorio Prato

Direttore : Donato Renzetti
FORM Orchestra Filarmonica Marchigiana
Coro Voci bianche Scuola Musicale G.B. Pergolesi

ISBN/EAN: 
0094635925791g

Commenti

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"debuttò inizialmente a Vienna nel 1892 segnando la prima comparsa del saxofono e solo in seguito ebbe modo di farsi apprezzare anche in patria. "

> Raccontaci meglio. Prima comparsa del sax?

"specialmente quando si è confrontato con i toni crepuscolari del celeberrimo Làbas, au fond du cimitière."

GPG, il celeberrimo m'è oscuro.
Purtroppo non posso darti adeguato supporto critico. Morale come no:)

"un equilibrio musicale capace di avvolgerci in una sensiblerie carica di melodia senza disperdere l?intensità della tensione drammatica."

> Quanto mi piacerebbe leggere le tue emozioni durante l'ascolto - che so - di "Dazed and Confused" dei Led Zeppelin.

2. In effetti il sassofono, benchè le proprie sembianze non fossero perfettamente identiche a quelle dell'attualmente in uso, era uno strumento poco noto e ben poco praticato. Jules Massenet decise arditamente di introdurlo nella massa orchestrale creando un precedente storico da pochi effettivamente conosciuto.

3. Siamo alla conclusione dell'opera. Werther prima di spirare tra le braccia di Charlotte le indica due grossi tigli "laggiù in fondo al cimitero" presso i quali vorrebbe essere sepolto e riposare per l'eternità. Viene ritenuto uno dei brani di maggiore intensità lirica e drammatica dell'opera.

4. Lo sai purtroppo il rock non incontra il mio gradimento, quantunque mio figlio ad esempio ne sia ben al contrario un vero appassionato. E' un genere che non lega con la mia sensiblerie poetica riconosco troppo d'antan.

Un caro saluto
Gian Paolo Grattarola

5, 2.
Eccellente integrazione. Non ne sapevo niente e ti ringrazio molto, a nome di tutti.

5,3. Grazie. Ora riesco a vedere meglio. Immaginare è tutto.

5, 4. Prova a scrivere qualcosa con tuo figlio. Prova, dico davvero.
Sarebbe un bell'esperimento (e intanto omaggio l'erede).

gf

Ho visto ed ascoltato quest’opera per la prima volta proprio poco tempo fa. Massenet, come compositore, è stato una piacevolissima scoperta, ma non posso dire lo stesso dell’opera. L’ho vista banale, ovvia. Apertura con il coro dei bambini e conclusione uguale: un canto gioioso che si scontra brutalmente con la tragicità dell’intera opera, ma soprattutto con l’ultima melodia lasciata al morente protagonista. A me ricorda un po’ troppo la Traviata di Verdi, ma è una mia personalissima idea. Altra cosa che proprio non mi è piaciuta è stata la parte del soprano: Charlotte, nell’opera di Goethe, è un personaggio fondamentale: è la donna amata dal protagonista, la donna per cui decide di togliersi la vita. Perché con Massenet è diventata quasi una figura secondaria? Le sue parti sono minime e se non fosse per il particolarissimo pezzo del terzo atto (quello delle lettere), lei resterebbe nell’ombra per tutta l’opera. Il compositore patteggia sfacciatamente per il protagonista e, anche nei pochi duetti, Werther sembra mettere Charlotte in un angolo. Questo, secondo me, non giova certo alla riuscita dell’opera. La musica che nasce con e per il protagonista è, certo, qualcosa di sorprendente, in particolar modo perché riesce magnificamente a presentare il protagonista per quello che è: un giovane che vive di sogni infranti, esasperato e passionale, e quindi emergono violini e staccati di archi che vengono interrotti dallo scoppiare dell’intera orchestra e che lasciano nell’ascoltatore un parziale appagamento, ma basta, non riesco a sentire altro. Mi ha lasciato l’amaro in bocca quest’opera. Nell’insieme la sento velata di banale.

 

vv

7. Potresti dirmi a quale allestimento Ti riferisci ? Sai, al di là delle opinioni e delle personali impressioni che si possono nutrire nei confronti di un compositore e/o di una sua opera, ritengo che la messa in scena, la regia, la conduzione del maestro d'orchestra, le capacità espressive e vocali degli interpreti e del coro costituiscano di volta in volta una diversa lettura dell'opera. E non tutte possono essere omologate sul piano di un giudizio comune. Per questo avrei piacere di sapere a quale allestimento ti riferisci, fornendoci tutte le informazioni relative al cast vocale e strumentale, la regia etc. Questo ci consetirà ovviamente di fare un confronto più circostanziato.
Per quel che concerne la messa in scena curata dal Fournay, posso assicurarti che in questo caso il regista ha costruito il personaggio di Charlotte con sapiente maestria.Le qualità vocali e la sensuale avvenenza della Bonitatibus hanno fatto conferito al personaggio un allure di indiscusso valore. Quanto a Werther purtroppo come ho avuto modo di segnalare nella mia recensione il regista ha costruito il personaggio dovendolo adattare alle corde vocali del Gandia, mentre l'imponenza drammatica del ruolo avrebbe meritato un artista di maggior talento.
Quanto al ruolo marginale di Charlotte devi pensare che si tratta di un'opera ricavata da una delle icone letterarie del romanticismo tout cours in cuo Goethe intende sublimare le qualità spirituali del protagonista, contrapponendole ovviamente una figura apparentemente estranea all'esaltazione della passione amorosa. Nondimeno il finale dell'opera Le conferirà un giusto tributo, rivelandoci il dramma interiore di un'eroina costretta a sopprimere il proprio sentimento d'amore nei rigori delle convenzioni sociali e dei vincoli familiari. Qui siamo dalle parti della Traviata come cogli Tu stessa molto opportunamente. L'ambientazione storica è sufficientemente assimilabile per poterci consentire di cogliere questa similarità. D'altra parte stiamo parlando di due melodrammi romantici. Proprio in questi giorni sto scrivendo un saggio critico sulla Traviata e appena lo avrò ultimato vi tedierò ulteriormente offrendovene la lettura.

Un caro saluto
Gian Paolo Grattarola

Effettivamente la rappresentazione a cui ho assistito non è stata delle migliori. Il soprano, Stephanie Houtzeel, è stata piacevole, in perfetta sintonia con il suo particolare e, continuo a dire, fin troppo marginale personaggio; ma ha avuto dei momenti quasi di smarrimento. Il tenore, Alessandro Liberatore, invece è stato deludente. Sembrava capitato lì per caso, le voci bianche del coro lo hanno coperto. E con questo ho detto tutto. Ma comunque regia, Marco Carniti, e scenografia, Alessandro Chiti, hanno reso il tutto decisamente vedibile. Massenet, come ho già detto, mi ha colpita e questo mi ha portata a ricercare ed ascoltare altri suoi pezzi, ma ancora non sono certo pronta a poter parlare di lui in quanto artista: la sua tecnica, le sue innovazioni e la sua musica sono per me ancora un universo da scoprire. Ovviamente nel parlare di questo melodramma e del ruolo marginale di Charlotte non mi riferivo ad un’unica visione o un solo ascolto, non avrebbe avuto senso. Ho avuto modo di ascoltare più volte quest’opera e proprio per questo cercavo da lei, che certo è più preparato di me, dei chiarimenti.

“Quanto al ruolo marginale di Charlotte devi pensare che si tratta di un’opera ricavata da una delle icone letterarie del romanticismo tout cours in cui Goethe intende sublimare le qualità spirituali del protagonista, contrapponendole ovviamente una figura apparentemente estranea all’esaltazione della passione amorosa. Nondimeno il finale dell’opera Le conferirà un giusto tributo, rivelandoci il dramma interiore di un’eroina costretta a sopprimere il proprio sentimento d’amore nei rigori delle convenzioni sociali e dei vincoli familiari.”

Con questo mi ha aiutata ad entrare più in sintonia con compositore, librettista e, perché no, con gli attori. Effettivamente era una cosa alla quale, sbagliando, non avevo pensato. Continuo comunque a pensare che, una parte un po’ più ampia al personaggio di Charlotte non avrebbe poi gravato sulla totalità dell’opera, tutt’altro.
Per quanto riguarda la Traviata, posso dire da grande ammiratrice di Verdi che sarò ben lieta di leggere il suo lavoro.
Grazie per l’attenzione.

vv

Cara Valeria,

intando le offro un assaggio segnalandole una recensione appena redatta per una rivista con cui collaboro.

http://www.nonsolocinema.com/nsc_articolo.php3?id_article=8214

Un caro saluto
Gian Paolo Grattarola

In realtà si chiama Valentina... :)

Chiedo venia.

:).