La mezzanotte è passata, nella sala concerti del piccolo club di Prato stiamo ancora aspettando l’inizio del concerto. Ci sono in giro almeno trecento persone, e molti sono vestiti secondo i canoni del gothic, con abiti neri, acconciature vistose, catene e borchie di varie misure. Ma l’attesa vera riguarda soprattutto quelli che si sono sistemati nelle prime file, loro sanno che questa non sarà una serata come tante altre. E io sono davanti a tutti, a un metro dal palco.
Un quarto d’ora dopo la mezzanotte, su quel palco arrivano i tre protagonisti. Il più vicino a me, quello con il faccione sereno e il basso a tracolla, è Mark Burgess, e in un’altra vita era il leader di un gruppo grande e poco fortunato, i Chameleons.
Partono le note di Spooks, il suono è brillante e deciso, la voce di Burgess non tradisce le attese, e io ho già capito che stasera non resterò deluso:
Stoned, mad and deranged
I woke one morning and the world had changed
And you were gone
Scared, chilled to the bone
I shift dimension and I can't get home
So I stand alone
Bisogna tornare indietro di quasi un quarto di secolo per inquadrare il personaggio Mark Burgess. L’ambiente è quello della Manchester del 1981, all’indomani dello shock per la morte di Ian Curtis e della fine prematura della storia dei Joy Division.
Reg Smithies, Dave Fielding, e Mark Burgess si conoscono dall’infanzia, vengono tutti da Middleton, sobborgo a nord di Manchester. Formano i Chameleons, cominciano a farsi conoscere in ambito locale, ma colpiscono presto l’attenzione del grande John Peel, leggendario DJ di Radio 1, che contribuisce alla diffusione del loro primo singolo. Nel frattempo i Chameleons sono diventati quattro, con l’inserimento del batterista John Lever.
Sono anni di grande fermento per la scena musicale britannica, i gruppi candidati a diventare “the next big thing” sono molti, e anche i quattro di Middleton possono giocare lo loro carte. Nel 1983 esce il primo album, “Script of the Bridge”, un gioiello che è salutato con favore da buona parte della critica specializzata. “They could be the next underground cult, or the next U2”, scrive Carole Linfield a chiusura della recensione pubblicata su Sounds.
Il suono vigoroso dei Chameleons, con i crescendo delle chitarre e le pulsazioni decise del basso e della batteria, trova l’espressione compiuta nella voce profonda di Burgess, autore di tutti i testi. Si trovano molti rimandi ai suoni Sixties, è forte l’influenza dark dei contemporanei Cure e Echo & the Bunnymen, e a tratti si riconosce la stessa intensità degli irlandesi U2.
Il disco piace, è elegante ed energico, melodico e intenso, qualche pezzo ha la potenzialità per diventare un grande successo, ma per il grande pubblico i Chameleons restano poco conosciuti.
Nel 1985 esce un secondo album, “What Does Anything Mean? Basically”, che rimane all’altezza del precedente, e ugualmente porta consensi di critica e un successo solo parziale nel riscontro con un pubblico più vasto. Però la fama dei Chameleons si è estesa a molti paesi europei, e l’interesse delle grandi case discografiche apre nuove prospettive per il loro futuro commerciale.
Nel 1986 firmano per la potente Geffen, e poco dopo esce il terzo album, “Strange Times”, destinato a una forte promozione sul mercato statunitense. Sono sulla rampa di lancio per il grande successo, sono in molti a credere che arriveranno al grande pubblico come sta accadendo ai Cure. E invece la fine del gruppo giunge improvvisa, a troncare anche i sogni dei discografici, all’indomani della morte del manager Tony Fletcher. Come se fosse venuto meno il collante, la ragione per essere un gruppo, i quattro Chameleons si separano bruscamente all’inizio del 1987. La storia finisce lì, o almeno sembra.
Per quasi tredici anni la storia comune dei quattro sembra davvero chiusa. Mark Burgess continua nel suo percorso dando vita in successione a The Sun and the Moon, Mark Burgess & the Sons of God, Invincible, Mark Burgess & Yves Altana. Pubblica dischi di costante insuccesso commerciale, continua l’attività dal vivo, e soprattutto scopre che l’affetto per i Chameleons non si è spento, ma se possibile si è rafforzato con gli anni. Le vendite dei tre album continuano a dare qualche frutto, i vecchi e i nuovi fans non smettono di chiedere a Burgess di suonare i classici del gruppo, e ancora più singolare è il fatto che stelle come Liam Gallagher degli Oasis dichiarino pubblicamente il loro debito verso il gruppo di Middleton.
“Yet in their absence, the Chameleons became legends. “Madchester”, “Shoegazing” and “Britpop” came and went, but those three classic albums stood the test of time, old fans played them to friends who played them to friends, and the fan base quietly grew (Cath Aubergine). Ci sono le premesse perché la storia riprenda il suo corso.
Nella primavera del 2000, come evocati dall’affetto di chi non ha accettato la loro fine, i Chameleons tornano a suonare dal vivo nella formazione originaria. E’ un successo completo, ogni data fa il pieno di pubblico, anche se i numeri non sono quelli dei gruppi più famosi. La stagione che li poteva consacrare grandi star è passata, ma il tempo pare voglia restituire molte delle occasioni perdute. Per tre anni i Chameleons suonano in tutta Europa (ma mai, incredibilmente, in Italia) e negli Stati Uniti. Pubblicano anche un nuovo disco, “Why Call It Anything”, che non aggiunge molto al loro repertorio. Ma alla fine del 2002 di fatto non esistono più, i vecchi rancori portano di nuovo alla separazione, e nessuno oggi sa se la storia avrà un terzo capitolo.
In questa sera di inizio dicembre sono all’Anomalia Club di Prato per toccare un pezzo della leggenda Chameleons, sarei contento di ascoltare almeno un paio dei classici del gruppo, ma alla fine ottengo molto più di questo. La prima cosa che colpisce è la passione di Mark Burgess sul palco. Visibilmente ha voglia di suonare e cantare, anche davanti a poche centinaia di persone, anche in un locale che non ha la storia dell’Hacienda di Manchester. Il repertorio viene dal periodo in cui Burgess dava vita a progetti come Sun and the Moon o Invincible, ma c’è spazio anche per la storia dei Chameleons: Looking Inwardly, Perfume Garden, Souls in Isolation, tutte salutate da un grande applauso all’inizio e alla fine.
Burgess sul palco non assume nessuna posa da rockstar, non ha mai creduto di potere diventare davvero un idolo delle folle, e quello che vedo corrisponde in pieno a una sua considerazione sul fatto di suonare in un gruppo rock: “For me it was just something to do a few nights a week while waiting for life to happen. I expected nothing from it whatsoever, except perhaps a few laughs in good company”.
Con i capelli a caschetto che cadono sugli occhi semichiusi, il basso imbracciato come ai vecchi tempi, Burgess suona e canta con grande convinzione, e introduce ogni pezzo con qualche frase, accettando anche il dialogo con il pubblico. C’è una dedica al compianto Adrian Borland, leader di un altro gruppo che non ha avuto il successo meritato, i Sound. E c’è una seconda dedica per un personaggio che è morto da poche ore: “Rest in peace, George Best”. Nel bis arrivano altre due perle, Monkeyland e soprattutto Second Skin, in una versione di dieci minuti che include un tributo ai Beatles, un saluto al passato di nome Chameleons, un grazie per l’affetto del pubblico. È un finale eccellente per un concerto che è andato oltre le mie attese, e che sembra avere lasciato soddisfatti tutti i presenti, almeno quelli che vedo dalla mia posizione di avanguardia. Il chitarrista Yves Altana non ha fatto rimpiangere i vecchi compagni di Burgess, e anche il batterista è stato all’altezza della situazione. Ho apprezzato tutto, ma Perfume Garden e Second Skin mi hanno lasciato l’impressione più forte, mi sono sembrate ancora più grandi di come le ho sempre sentite sul disco.
La mia serata con Mark Burgess non è finita qui, mi sembrava un peccato non avere un’occasione per incontrarlo almeno un attimo, e l’occasione è arrivata. Mentre meditavo sull’opportunità di acquistare il doppio cd “Magic Boomerang”, una compilation dei suoi brani al di fuori del percorso dei Chameleons, ho visto Burgess e Altana che parlavano tranquillamente con i pochi presenti nella saletta del club. Mi sono fatto avanti, ho preso una copia del disco, e ho chiesto a Burgess una firma sul libretto interno. Per un paio di minuti ho cercato di dialogare in mezzo al frastuono dell’Anomalia, e anche se qualche parola si è persa nel caos ho potuto almeno dire quello che volevo al leader dei Chameleons: “Thank you for your music, Mark”. La risposta, così come l’atteggiamento in tutto il colloquio, è stata quella che ti aspetteresti da un cantante agli esordi: ”Thank you for coming here, and first of all thank you for buying my cd”. Il personaggio si racconta anche così, con la modestia e la serenità che lo hanno accompagnato fino dagli esordi. Si può essere eroi del rock anche senza finire sui poster e sulle copertine.
Approfondimenti in rete:
Per ogni informazione sui Chameleons e sui progetti realizzati dai quattro membri della formazione storica, per tutte le notizie sulla discografia e sulla storia dei concerti, così come per i testi, l’indirizzo web obbligato è quello del sito ufficiale:
Discografia consigliata:
The Chameleons - Script of the Bridge
- What Does Anything Mean? Basically
- Strange Times
Invincible - Venus
Mark Burgess - Magic Boomerang (compilation su 2 cd)
Stefano Tognozzi per lankelot.eu
Dicembre 2005
Commenti
Eccoci qua! Sono volontario:)
!!!!!! :) Leggo con calma più tardi. Se ce la faccio alle 1630 metto un po' di musica su fusoradio.net .. Bello ritrovarti Stè ;)
Hai visto che sorpresa, Fa'? Adesso dobbiamo solo aspettare che ricominci a pubblicare le sue creazioni. Qui.
Amarcord vero con questa scheda:
http://www.lankelot.eu/?biografia=140
> cosa ti ricorda?;)
"Il personaggio si racconta anche così, con la modestia e la serenità che lo hanno accompagnato fino dagli esordi. Si può essere eroi del rock anche senza finire sui poster e sulle copertine". > questo è puro stile Closer. Una lezione di storia del rock.
Grosso pezzo!! Letto in questa mattinata in biglietteria. Conosco qualche canzone dei Chameleons e di Burgess ma praticamente nulla della loro storia. Ora sò un bel pezzo di storia. Ora stò già ascoltando "Perfume Garden". ;)
Al concerto dei Mogwai Stefano ha beccato un tizio straordinario che aveva 70 dischi, tra bootleg e rarità varie, dei Chameleons. Credo abbia incontrato una creatura unica in Italia:).
http://www.lankelot.eu/?biografia=140 eeeeh, quanti ricordi... :)
Ma qui si parla di me alle mie spalle! :)
Allora, cominciamo con il dire che questo è il mio primo vero commento su lankelot.eu, perché quello del 9 settembre è opera di un arruolatore di volontari pigri, facilmente identificabile.
Non so se e quando troverò lo spirito giusto per scrivere ancora, ma prometto che ci penserò seriamente....
Quanto al tizio che aveva tutto e di più dei Chameleons, è giusto aggiungere che la sua collezione non si limitava a quello. In pochi minuti di colloquio ho appurato che possiede un numero spropositato di dischi di gruppi come Sad Lovers and Giants, Hood, e ovviamente Mogwai. E mi ha raccontato di essere in corrispondenza con quasi tutti i musicisti di cui abbiamo parlato!
Se qualcuno si riconosce in questo ritratto, o è lui stesso o è un altro folle, scatenato, romantico amante del rock.
:). Ecco, i primi DUE veri commenti di Stefano. Finalmente. Quello del 9 settembre rimarrà apocrifo. E' troppo domandare la ripubblicazione delle oldies attese dalla vecia guardia, dal pezzo sui Sigur a quello su Mulholland, dal concerto dei Police del 1984 a I Vestiti Nuovi dell'Imperatore e via dicendo?
Splendido ritrovarti qui (e stavolta: autonomamente!:) ).