Kyuss

Blues for the Red Sun

Kyuss

Il Sole è come uno stiletto che penetra interamente nel cervello. Niente raggi divisi, ma un tutt’uno che fonde la materia cerebrale e provoca allucinazioni. Tutt’intorno è polvere, sabbia e deserto e questa non è un’allucinazione. Il silenzio è totale, nemmeno un minimo refolo di vento a fischiare nelle orecchie: è un’esperienza traumatizzante per un povero abitante della società occidentale. Immersi come siamo nei rumori più vari, confondiamo il silenzio fittizio con il silenzio reale e assoluto. Ricordo chi me ne parlò per primo, tanti anni fa. Era il mio insegnante di religione alle scuole superiori; dire che lo odiavo è dire poco, ma quel racconto che ci fece del suo viaggio nel deserto del Sahara e della scoperta del silenzio assoluto, mi colpì molto. In effetti, fu l’unica cosa che mi colpì di quell’insegnante in tre lunghi anni di lezioni inutili e barbose.
Sto provando quella stessa sensazione irreale e mi sento strano, come se il mio corpo non esistesse, sciolto dal calore immane e nello stesso tempo, come se il mio cervello stesse svolazzando tra miraggi e allucinazioni. Ecco, sta succedendo. Vedo quattro tizi che vengono verso di me: come può essere in questo autentico inferno beato? Sì, è un miraggio, adesso è sicuro: i quattro tizi improvvisamente salgono su di un palco sbucato da non si sa dove e cominciano a suonare…
Uno dei quattro tizi armeggia sulla sua chitarra per qualche secondo, poi estrae dalle corde un suono che sembra fatto apposta per questo luogo. Sono consapevole che è la mia mente, è il mio cervello che sta costruendo immagini e musica, probabilmente il silenzio assoluto stava facendo vacillare le mie facoltà e la soluzione adottata dalle difese personali è questa. Quei suoni non sono niente male per essere una costruzione della mia mente; da qualche parte vedo anche un titolo, “Thumb”. Pochi accordi solitari e poi l’entrata simultanea della sezione ritmica. Ho la sensazione che il Sole sia colpito da quel suono quanto lo sono io. Da qualche parte vedo anche il nome collettivo dei quattro, anzi, ne sento soltanto il suono ed è davvero una coincidenza strana…
Il ritmo cambia, aumenta le battute e si trasforma in un trituranote: “Green machine” leggo da qualche parte ed è un titolo davvero ironico per il luogo, dove l’unico verde rintracciabile è quello delle mie tasche vuote. Un ritmo uniforme, interrotto solamente da brevi stilettate soliste della chitarra. Risento il loro nome, Caius, ma capisco che è solo un suono prodotto dalla mia mente ormai malata. Il Sole, nel frattempo, continua a variare d’intensità e di colore. Sento un vago senso d’inquietudine e il terzo pezzo della band personale costruita dalla mia mente, non aiuta: “Molten Universe” attacca con un timbro bluesato, a basso volume e poi accelera fino al termine, senza interventi vocali. Sento che il blues ha una grande importanza in questa costruzione sonora, anche se la parte centrale ricorda certo metal non dozzinale californiano.
Il cantante si chiama John Garcia, lo so, lo sento. Mi lancia un cenno, mi fa capire che devo seguire attentamente i loro suoni e i loro movimenti: sarà un lungo viaggio. “50 millions year trip (downside up)” non è solo un viaggio nel tempo e nello spazio, dove le dimensioni non contano e le sensazioni sono tutto: è un itinerario mentale a bordo di uno schiacciasassi velocissimo che al termine rallenta e si fa suadente e affascinante. “Thong song” spazza via le delicatezze finali del viaggio precedente e ritorna al blues più malato, trattato con la forza del Sole accecante che ci sta cuocendo le cabeze, piuttosto che con l’acqua del Mississippi. È la voce a ricamare l’intero pezzo e a introdurre gli strumenti che irrompono di tanto in tanto, come macigni. È la voce che in un pezzo lentissimo e malsano dichiara “Odio le canzoni languide”.
Durante “Apothecaries’ weight” mi soffermo sul chitarrista e improvvisamente so il suo nome, Josh Homme. Questo ulteriore viaggio assolato, mi ricorda gli itinerari più psichedelico-svolazzanti di tal James Marshall Hendrix, quei voli onirici che mischiavano estasi oniriche e ricadute nella realtà delle giungle urbane. Ripenso al loro nome e capisco di aver intravisto precedentemente solo la pronuncia: si chiamano Kyuss. I Caius suonano per Caio. Niente male, ma quanto picchia questo Sole…
Sono ancora le dita di Jimi Hendrix a fare capolino nella breve “Caterpillar march”, uno strumentale che introduce il massacro sonoro di “Freedom run”, feedback, rumori in quantità, sovraincisioni per un minuto e mezzo e poi un riff stoppato di basso e batteria, impossibile da non seguire con la testa ciondolante, come un attempato Angus Young. Il batterista è Brant Bjork, lo percepisco, come percepisco che in questo brano si produce in pezzi di autentica bravura.
Il Sole continua a mutare con il mutare della sensazioni musicali. I Kyuss sembrano i figliocci di quella palla infuocata e il deserto la loro casa. “800” è un vento caldo e secco, un’ennesima tortura di primo acchito e invece il corpo sembra essersi abituato alle condizioni normali di quei quattro tizi. Con “Writhe” capisco che il deserto non è solo la loro casa, ma è tutta opera loro. L’erosione delle rocce e la formazione della polvere prima e delle dune poi, non può che essere generata dalla loro musica e dai potenti suoni macinati dal bassista Nick Olivieri, nome che leggo formato sul terreno dalla sabbia spostata dal vento caldissimo, un vento che sembra bruciare l’ultima parvenza di coscienza. Capisco che ci stiamo avviando verso un punto cruciale, ma non so cosa aspettarmi.
I Kyuss capiscono che sono al limite e invece di darmi il colpo di grazia, mi fanno bere alla fonte di “Capsized”, l’unico brano liquido e acustico che possono regalarmi. Mi disseto, li ringrazio e li invoco a continuare sulla loro strada. Il Sole, che si era rabbuiato per un istante, riprende la sua martellante azione, mentre il suo colore continua a virare dal giallo verso… Non capisco, rapito da “Alien’s wrench”, un martello pneumatico che assesta una scossa a tutto il circondario. Le rocce sembrano piegarsi sotto l’azione di basso e batteria, mentre il vento chitarristico spazza i granelli di sabbia. La canzone sfuma, ma è un trucco, loro stanno suonando ancora: cosa succede?
Pochi attimi di silenzio, quel silenzio assordante che avevo conosciuto prima del loro arrivo e poi un tuono si annuncia in lontananza, si avvicina e improvvisamente mi circonda. “Mondo generator” è la resa dei conti, l’omaggio finale al loro padre stellare, un rito incomprensibile per noi esseri umani, cantato in una lingua sconosciuta e filtrata dalla sabbia. Il Sole ascolta l’invocazione e cambia definitivamente il proprio colore. Vengo assalito dall’angoscia del colore rosso dell’astro, mentre la musica, violenta e sublime, martella i miei sensi. Nonostante tutto, non riesco a non ballare, a non muovermi. Il rito, l’intero rituale che i Kyuss hanno spiegato davanti a un povero mortale come me, ha un nome: “Blues for the red Sun”. È la mia mente o i Kyuss sono davvero davanti a me? Perché non chiederglielo: “Siete davvero i Kyuss e siete reali?”, domando a John Garcia. “Yeah” è la risposta. Il rito è terminato, il palco scompare, i quattro Kyuss si allontanano lentamente, mentre il Sole ritorna al solito colore giallo accecante.
Vorrei svegliarmi da questo sogno malato, ma, come diceva Freud, anche gli incubi più spaventosi nascondono desideri nascosti della nostra psiche. In questo momento mi piace credere al vecchio Sigmund e il mio desiderio ardente è di riascoltare questo blues dedicato al Sole rosso del deserto, il Sole dei Kyuss.

DISCOGRAFIA
Muchas gracias Kyuss – The best of (2000), … and the circus leaves town (1995), Welcome to Sky Valley (1994), Blues for the red Sun (1992), Wretch (1991), Sons of Kyuss [come Sons of Kyuss] (1990

BIOGRAFIA
I Sons of Kyuss si formano alla fine degli anni ’80 a Palm Desert, nel sud della California, a opera di Josh Homme (chitarra), John Garcia (voce), Brant Bjork (batteria) e Chris Cockrell (basso). Nel 1990 esce l’album omonimo (uscito solo su vinile e ristampato in pochissime copie in cd nel 2000; chi lo trovasse…), un anticipazione di “Wretch”, il lavoro che nel 1991 inizia ufficialmente la storia dei Kyuss. Oltre alla prima parte del nome, i Sons of Kyuss perdono il bassista, sostituito da Nick Oliveri. Nel 1992 esce, a modesto parere del sottoscritto, il capolavoro dei Kyuss, “Blues for the red Sun”, seguito da “Welcome to Sky Valley” nel 1994 e dal canto del cigno, “… and the circus leaves town” (1995, dopo il cambio di batterista: Alfredo Hernandez sostituisce Brant Bjork). Nel 1995 i Kyuss fanno la loro porca figura come spalla dei Soundgarden, anche in Italia (come dimenticarli?), ma tra i quattro si rompe qualcosa. È il cantante John Garcia il pomo della discordia, anche se Josh Homme non vuole sentire parlare di liti (“John è un fratello per me. È il mio migliore amico”), ma solo di differenti vedute musicali. Con Hernandez e Oliveri, John Homme forma i Gamma Ray, diventati in seguito Queens of the Stone Age: in pratica, i Kyuss senza cantante. Un esperimento convince il chitarrista di avere un’ugola adatta alla musica del gruppo ed è così che l’esordio omonimo (“Queens of the Stone Age”, 1998) non annovera un cantante vero e proprio (un esordio che è un vero e proprio capolavoro, a mio modesto parere, a differenza dei due lavori successivi). La storia dei Queens of the Stone Age, però, è un’altra storia.

Approfondimento in rete: Onda Rock.

Caio, febbraio 2005.
Recensione già apparsa sul sito www.ciao.it
e su www.lankelot.com


http://www.caio.it/musica/index1.htm

ISBN/EAN: 
0737056134020

Commenti

oggi mi ci voleva proprio GREEN MACHINE
http://it.youtube.com/watch?v=Fc-7FXzbeA0

Kyuss.
quasi come Caio.

copertina

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