Kommunity Fk

The Vision And The Voice

Kommunity Fk

Difficile immaginare, nella California dei primi anni Ottanta, una band post-punk che s’immerge nel dark rock senza ritrosie e ne lascia derivare due album di notevole intensità per poi tornare, orgogliosamente, nell’ombra: gli incompresi Kommunity FK, capitanati da Patrick Mata, sono l’esempio di come un grande gruppo possa dar vita a due album assolutamente ispirati, estremi e radicali, senza vedersi riconosciuti i giusti meriti. Primi e indiscutibili riferimenti, gli irripetibili Joy Division del divino Curtis e i Bauhaus.

Un appassionato del genere può trovare difficoltà, ad un primo ascolto, a credere che i Kommunity FK non fossero parte dell’onda goticheggiante inglese dei primi anni Ottanta: in patria, Mata e compagni hanno pagato l’atipicità della loro cultura con un isolamento ingiusto e impressionante. “The Vision And The Voice” è un esordio davvero positivo: è irrimediabilmente cupo, autenticamente depresso, onestamente allucinato, e non c’è giustificazione per l’indifferenza dei cultori di certe sonorità. Chi ha amato “Unknown Pleasures” e “Closer” dei Joy Division può rivolgersi con cieca fiducia a questo album: impossibile esserne delusi, difficile sentire questa musica estranea e aliena alla propria sensibilità estetica.

Presenterò il disco in maniera inconsueta: non ho potuto trovare traccia dei testi delle canzoni da nessuna parte, ho faticato a ricostruire una storia della band che non fosse sommaria e lacunosa e individuato, al limite, soltanto qualche frammentaria recensione dell’album: la fonte principale, il sito ufficiale del gruppo, è in via di ristrutturazione. Ho provveduto comunque a nominarlo in calce a questa recensione: l’auspicio è che torni online in tempi brevi. Impossibilitato ad attingere a fonti attendibili, decido di propendere per una lettura fondamentalmente emozionale del disco.

Unknown to you” è l’incipit dell’album: il basso detta ritmi indiscutibilmente influenzati dal genio di Peter Hook. La voce di Mata non ha un timbro curtisiano, è graffiante e meno tormentata. Comune l’impatto “da oltretomba”. I primi riferimenti sono certamente “Disorder” e “A Means To An End”, con qualche effettino alla “Insight”. Non è che il principio del viaggio all’inferno che rappresenta e costituisce questo “The Vision And The Voice”: un’esperienza estraniante e liminare.

We will not fall” è giocata su un giro di basso ossessivo e imponente e fondata su una regolarità che riesce perfino ad allarmare: l’evocazione del male è iniziata, le fiamme inceneriscono le ultime difese. “Tribulations” è la prima caduta nel disordine: sonorità pienamente Bauhaus, s’esterna incantevole disordine e si inneggia alla lacerazione dello spirito. Semplicemente sulfuree e vagamente mefitiche le atmosfere: riesco a immaginare qualche vecchia avventura di Dylan Dog accompagnata da un sottofondo di questo tipo. Xabaras, ad esempio, non dovrebbe aver difficoltà a riconoscersi in un pezzo come questo: è inquietante ed esasperato.

Anti-Pop” (o “Anit-Pop: fonti contrastanti in proposito) è la quarta traccia dell’album: senza ombra di dubbio uno dei brani più adatti a rappresentare lo spirito del disco. Trionfo dark e tripudio gotico: la trasformazione dell’antica (non?) norma punk non è apostasia, ma godibilissima degenerazione. C’è simmetria e compostezza nella cupa e tenebrosa frattura degli oscuri Kommunity FK: la prospettiva è disegnare la carta geografica degli Inferi

To Blame”: chi ancora si ritrova a esaltarsi per pezzi storici dei Bauhaus come “Stigmata Martyr” o “St.Vitus Dance”, potrà con malcelata gioia riconoscere il segno di Peter Murphy e compagni in questo pezzo: oscillante tra una tetra disperazione e una sconsolata rivendicazione dell’appartenenza al buio, intossicato dai miasmi della morte e avvelenato dalla coscienza d’aver perduto ogni equilibrio nell’anima, “To Blame” è un brano adatto ad accompagnare la discesa in un gaio e accogliente baratro.

Nothing Yet” è un’acida scampagnata nell’Ade. Proporrei (corrige: ormai posso solo sognare…) una suggestiva cover ad Elisabeth Fraser dei Cocteau Twins: questo è un brano da riscoprire, rivalutare e tradurre, cortocircuitandolo con l’onirica e fascinosa femminilità della splendida voce della cantante scozzese.

Distorta e disturbata, annienta: “Incompatible Disposition” è pura regressione al suono, tradimento d’ogni armonia, furibondo rifugiarsi nel rumore. Le strazianti grida e l’abbaiare dei cani che contraddistinguono e chiudono il pezzo si incuneano nel cervello e non se ne vanno per ore. Frantumano e contaminano la percezione di tutto quel che circonda l’ascoltatore. Veleno per i sensi. Splendido. “Bullets” è una galoppata punk di poco più d’un minuto e mezzo. I Korn impareranno la lezione e cercheranno, un decennio abbondante dopo, nuove trasgressioni. Non sempre con lo stesso esito.

No Fear”: una “Candidate” appena accelerata. Basso ipnotico. “Restrictions”sembra esser nata nella stessa splendida fucina di Manchester dei tardi Settanta ? primi Ottanta: tra “She’s Lost Control” e “Shadowplay”, l’esordio dei Joy Division avrebbe tranquillamente potuto ospitare un brano del genere.

Fuck The Kommunity” chiude l’album. È un congedo rabbioso, in stile Nuclear Assault, per intenderci: non c’è il nichilismo di “Hang The Pope”, ci sono però un disprezzo e un distacco che strappano più d’un sorriso; e spiace davvero sapere che uno spirito rabbioso e disturbato come quello dell’anima della band, Patrick Mata, sia costretto, ancora oggi, a ricevere i piccoli tributi della nicchia dei (pochissimi) fan europei e degli (ancor meno) fan americani e non le ovazioni di quanti, incatenati alla poesia di Ian Curtis e al malessere di Murphy, vagano da decenni in cerca di credibili nuovi interpreti di una tradizione eccellente e troppo trascurata dalle nuove band.

Un esordio non comune: un segreto tesoro per chi ama il dark rock.  


DISCOGRAFIA ESSENZIALE e GENESI DEL GRUPPO

Close One Sad Eye, Independent Project, 1985.
The Vision And The Voice, Independent Project, 1983.

Los Angeles, primi anni Ottanta. Il cantante e chitarrista Patrick Mata e il batterista Matt Chaikin danno vita a una band che rappresenta una deriva gotica del già cupo sound dei Joy Division di Ian Curtis. L’attività dei Kommunity FK si esaurisce in due album: l’eccelso e ingiustamente sottovalutato “The Vision And The Voice”, del 1983, e il successivo “Close One Sad Eye” del 1985. Mata diede poi vita al progetto Sativa Luvbox, senza eccessive fortune, tra i tardi anni Ottanta e i primi anni Novanta.

Fonte principale delle informazioni biodiscografiche è stato il sito ufficiale della band, in deathrock.com, oltre al solito, splendido allmusic.com


Dedicata al grande Closer.
 
Prima pubblicazione: Lankelot.com / Supertrigger
ISBN/EAN: 
000

Commenti

Gran bell'incubo. A distanza di anni. Micidiale.

Ciao Gf.

;) prove tecniche andate

Bentrovata Francesca! Ti ho letto spesso nel blog, onorato di averti qui tra noi ;) sono sicuro ti divertirai.

http://kommunityfk.com/

visto questo qua sopra. ad una prima occhiata sembra meglio che quello in deathrock. vedi te. grazie di questa rec, questo gruppo sembra possa interessarmi...grazie. ciao;-)

Li ho conosciuti grazie alla segnalazione-dono di un amico, diversi anni fa. Quando ho scritto questo pezzo ricordo che non c'era praticamente niente nel web in lingua italiana a proposito dei KFK. A Ottobre saranno quattro anni:).
Ti piaceranno se hai riconosciuto certe coordinate lasciate intravedere qua e là in questo articolo. Naturalmente era una band totalmente estranea al mainstream:).

"Un esordio non comune: un segreto tesoro per chi ama il dark rock. ". Nonostante la mia assenza da questi campi (anzi suoni) non posso che cercare anime pie che doppiano C.D. per essere una recensione del 2003 è molto Gieffe come l'ho conosciuto io.

Potete trovarlo qui:
www.amazon.com/Vision-Voice-Kommunity-Fk/dp/B000001JQP

(ave Baol! musicalmente sono rimasto molto fedele a me stesso, dal 1991 o giù di lì;) )

oddio, da quanto non li

oddio, da quanto non li ascolto...

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