Buckley Jeff

Live at L'Olympia

Buckley Jeff

Era il 29 Maggio 1997. Durante la lavorazione del suo secondo album, poco soddisfatto del materiale a disposizione decise di andare a fare un bagno nel Mississippi. L’ultima persona a vederlo vivo fu Keith Foti, lo vide nuotare e cantare a squarciagola, prima che le onde causate dal passaggio di una barca, lo portassero via. Fu vana qualsiasi tipo di ricerca. Il corpo di Jeff verrà avvistato tre giorni dopo.

Gli esami tossicologici evidenziarono che Buckley non aveva bevuto e non aveva fatto uso di droghe. La sua morte restò comunque incomprensibile e come tutte le tragedie senza un perché ciò fa ancora più male.

Sotto la mano “diabolica” della madre di Buckley, Mary Guibert (che si sta dedicando ad una vera e propria opera di sciacallaggio nei confronti del figlio) stanno uscendo varie opere postume, concerti, materiali mai finiti al 100%, delle rarità che ancor di più fanno rimpiangere questo straordinario artista dalla voce meravigliosamente unica.

Questo “Live at L’Olympia” fa parte di questo materiale, che comunque con alcuni difetti tecnici garantisce l’opportunità di ascoltare delle gran belle interpretazioni di Jeff.

Diverse sono le canzoni che rappresentano “Grace” il primo, vero e unico disco registrato in Studio.

L’apertura è con Lover, You Should Have Come Over un canzone semplicissima, una suite dolce/amara che viene resa stupenda dall’incredibile distensione vocale di questo artista che ha fatto la sua fortuna sulle sue preziosissime corde vocali e sulla maestria nel trovare gli accordi più belli sulla chitarra per far dondolare la sua voce, lasciarla delicatamente ballare e renderla per questo ancora più unica. Da notare che Jeff cambia totalmente questa canzone, impreziosendola con un gran finale dove emozionarsi è davvero facile.

Dream Brother è sempre contenuta in “Grace”. Inizia con un intro a dir poco delicato di chitarra che si appoggia su un’asciuttissima sezione ritmica di batteria e basso, per poi aprirsi, in una esplosiva, acida e delirante parte dove Buckley è devastante, dove forse ci fa sentire 15 voci diverse tutte “incredibilmente credibili”. Peccato per qualche errore di esecuzione da parte della band durante il pezzo.

Eternal life è una canzone tiratissima, sicuramente una delle più riuscite.

Sprizza tanta energia, soprattutto quando la musica “collassa” in mille feedback e Jeff strilla: “Men against men, women against woman, men against women, dead dead dead”.

Stesso discorso vale per Kick out the jam, una cover degli Mc5, distruttiva e martellante versione che dura pochissimo ma che non fa altro che venirti voglia di spaccare qualche muro a suon di pogate.

Lilac Wine è un testo di Shelton reso canzone da Nina Simone, che insieme a Grace, la canzone successiva, forma davvero un’accoppiata magnifica e delicatissima. La prima è praticamente un duetto voce e chitarra con delle piccole e sfumate incursioni da parte del basso e della batteria. Sembra quasi una canzone da pianobar: ma che canzone, ragazzi! Grace è sicuramente una delle mie canzoni preferite e risentirla con questa energia dal vivo mi ha fatto venire la pelle d’oca. Come sempre, non è la canzone in sé e per sé che colpisce subito l’udito, l’anima e il cuore: è soprattutto lui a render magica l’atmosfera. Perché Jeff aveva quella nota in più nel corpo dal vivo, quel dettaglio in più che rende il tutto più bello, più emozionante: quelle estensioni vocali che prendono forma dal nulla e ti ammaliano e incantano mentre le ascolti. Grace ha davvero delle belle melodie sostenute e incantevoli ed un finale tiratissimo, davvero eccezionale.

That’s all I Ask e Je n’en connais pas la fin, ereditate dal repertorio della Simone e della Piaf, costituiscono la parte più intima del disco.

Tutte e due sono delle dolcissime suite, la seconda è praticamente un’ode ai francesi e alla Francia, dove infatti Jeff si fa sfuggire un: “Viva la Francia” e definisce i francesi:”Gente strana e meravigliosa” mentre intervalla una sorta di musichetta da circo completamente fuori di testa. Queste due canzoni sono intervallate da un tentativo divertentissimo di fare Kashmir dei Led Zeppelin ma è evidente anche in questo caso la maestria unica di variare le sue modulazione vocali...INCREDIBILE!

Hallelujah deriva dallo straordinario repertorio di Cohen.

In questo pezzo chitarra e voce sono ancora intime compagne di viaggio; Jeff sbaglia circa 99 volte e per questo la interrompe tra le risate generali. Il disco si chiude con una canzone di Buckley, una versione indiana di What Will You Say, con l’aiuto di Alim Qasimov che contamina la canzone con i suoi geniali “gorgheggi”; davvero una traccia delirante e stortissima.

Per concludere, l’album comunque non è ottimo ma al limite buono, ci sono troppi errori e alcune sviste troppo evidenti. La qualità audio è appena sufficiente, la voce spesso copre la musica. Ma il suo canto e la sua musica fanno comunque bene al cuore.

E pensare.

A te, un altro angelo caduto.


BIODISCOGRAFIA

Songs To No One, 2002 Recall
Live At L’Olympia, 2001 Columbia
Mystery White Boy, 2000, Columbia
Sketches For My Sweetheart The Drunk, 1998 Columbia
Live From Bataclan, 1995 Columbia
Grace, 1994 Columbia
Live At Sin-È, 1993 Big Cat

Interessato sin da piccolo alla musica, con il trasferimento da Orange County, California, a New York sviluppò decisivamente la sua passione.

Lasciata casa a diciassette anni per studiare al Guitar Institute di Los Angeles, tornò a New York dove formò i suoi primi gruppi, in particolare con Gary Lucas i “Gods and Monsters”, alternando l’attività con la band a concerti come artista solista nei club del Greenwich Village, soprattutto al Sin-E”, un caffè dell’East Village di New York, in cui venne registrato il “Live at Sin-È” del 1993, il primo lavoro pubblicato, un EP di quattro tracce. Successivamente proseguì l’attività live, partendo in tournée nel Nordamerica ed in Europa come solista.

Scioltisi i “Gods and Monsters” e formata definitivamente una sua band, si trovò alle prese nel 1994 della registrazione di quello che la critica avrebbe definito il disco dell’anno: "Grace", L’album diede l’avvio ad una svolta importante nella carriera di Buckley, che tornò in tour per due anni fra l’America e l’Europa.

Nel 1996 avviò il “Phantom Tour”, una serie di concerti non organizzati e suonati sotto pseudonimi sempre diversi ad ogni data; erano le prove per i nuovi pezzi dell’album che tra il 1996 ed il 1997 Jeff ed il gruppo prepararono sotto la notevole direzione di Tom Verlaine, leader dei Television. Eppure questo secondo disco, “My Sweetheart The Drunk” non sarà completato, poiché il 29 maggio del 1997, in compagnia di un amico a Mud Island Harbour, mezzo miglio all’interno rispetto al Mississippi, a Memphis, Tennessee, decise di fare un bagno nelle acque del fiume, dove purtroppo annegò.Successivamente, fronteggiando una complicata situazione legale legata alla plausibilità e all’opportunità della loro pubblicazione, verranno editi numerosi live e soprattutto il lavoro in studio da cui sarebbe dovuto nascere il secondo disco di Jeff Buckley, “Sketches for My Sweetheart The Drunk”.

Ultima pubblicazione, i pezzi di studio e live del primo periodo dell’attività di Jeff Buckley con Gary Lucas, tra il 1991 ed il 1992


Gennaio 2005. Fabio Mele

Versione riveduta e corretta. Questo scritto è apparso precedentemente su ciao.com e Lankelot.com

ISBN/EAN: 
5099749797222

Commenti

hallelujah.

; )

e così sia.. :)

ce mettiamo pure amen.. e non se parla più?! ; D

e vai in pace sorella nonna :D ahahaha

ahahahahah... va in Pace Pure tu fratello Sole!

(sto facendo i compiti per le vacanze..)

Laudato sie, per frate sole Rossellini!

Hallelujah...

si appoggia al mio orecchio e mi sussurra urlando

(è che il disco non è inciso bene. Soliti guasti dei live)

voleva essere poetica ;-))però quando tenta di parlare il francese C'est magnifique!

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