È davvero difficile elaborare un discorso critico su un album di Mick Jagger senza pensare alla sua sfolgorante carriera nei “Rolling Stones”, a detta di molti uno dei più grandi gruppi rock di tutti i tempi. È quasi impossibile non immaginarlo dimenarsi su un palco in compagnia di Keith Richards, mentre canta uno dei tanti indimenticabili cavalli di battaglia della band londinese. Ma è necessario tenersi lontano da simili dibattiti, soprattutto per evitare inutili paragoni e offrire un parere indipendente e autonomo sull’opera musicale di questo artista, in questo caso svincolato dal suo solito contesto di riferimento, libero in tutto e per tutto – preferenze stilistiche, arrangiamenti, testi e musiche – nella scelta della musica da proporre al pubblico. In questo disco, infatti, Jagger è da solo, circondato da amici musicisti di primo piano (Bono Vox, Lenny Kravitz, Wyclef Jean, Pete Townshend) e cerca di dare libero sfogo a tutte le sue passioni musicali, offrendo un album non certo eccellente, ma ascoltabile e più che sufficiente.
Il disco inizia subito bene con la ballata melodica e onirica “Visions of Paradise”, primo singolo, nella quale Jagger incanta con la solita, magnifica voce (“Don't put your arms around me / And don't hold me tight / Cause I could get used to / Your vision of paradise”), mentre le sonorità sono delicate e avvolgenti, grazie soprattutto al suono dei violini e di un caldo pianoforte.
A seguire un duetto insolito ed di primo piano, con il sempre ottimo Bono Vox degli U2. La canzone è “Joy”, a metà tra il gospel ed il soul. Le due voci si alternano in modo accattivante, e Jagger dimostra di non aver perso neanche un po’ del suo antico smalto. Su tutto l’impianto sonoro la ciliegina è la chitarra di Pete Townshend, chitarrista degli Who e ospite gradito nell’economia generale di un brano davvero convincente.
“Dancing in the Starlight” è una nuova ballata melodica, non eccezionale, ma ascoltabile, mentre la successiva “God Gave me Everything”, con Lenny Kravitz alla chitarra elettrica, è un concentrato di aggressività e adrenalina puramente rock. Secondo singolo estratto dal disco, fa del suono ruvido delle chitarre di Kravitz e della voce graffiante di Jagger le marce in più che lo rendono uno dei pezzi migliori dell’album. Il ritornello, poi, coinvolgente e quasi profano (“God gave me everything I want / Come on / I’ll give it all to you”) rappresenta il grido di chi, a sessant’anni suonati, vuole ancora contare nel panorama della musica rock mondiale.
“Hide away” vanta un’altra collaborazione notevole, quella del rapper Wyclef Jean che canticchia il ritornello di questa ritmata e leggera canzone estiva, a metà tra il reggae, il soul ed il rap.
“Don’t call me up” è ancora una ballata, molto lenta e commovente, con un bel tappeto sonoro di pianoforte ed archi, e la voce di Jagger che può esprimersi su tonalità per lui molto congeniali (“So don’t call me up / Oh when you wanna cry / Cos I might let you down / Don’t call me up / On some rainy night / Cos I might let you down / Let you down”). Un pezzo emozionante.
La traccia che dà il titolo all’album, “Goddess in the Doorway”, ha richiami orientaleggianti nei toni e nelle musiche e, pur non convincendo in tutto e per tutto, rappresenta un intermezzo originale e straniante nell’ascolto complessivo del disco.
“Lucky Day” è una canzone fresca e leggera, disimpegnata nel testo (“It’s your lucky day baby / It’s your lucky day now / It’s the only way / To leave this town behind”) e nelle musiche, che subiscono un impennata finale di chitarra molto coinvolgente.
La successiva “Everybody getting high” vede la collaborazione con Joe Perry, chitarrista degli Aerosmith, di cui riporta l’atmosfera di rock vivace tipica della band di Tyler.
“Gun” ha un ritmo originale e travolgente, fondendo il rock puro ad atmosfere più ibride e sperimentali, con tanto di violini, chitarre acustiche suonate ancora da Townshend e un paio di strofe quasi rap.
“Too far gone” è una canzone di rock melodico alla Bryan Adams o alla Bon Jovi, pur avendo tutto il carisma di un cantante in piena forma come Jagger.
Chiude il disco la sentita e toccante “Brand new set of Rules”, forse troppo sdolcinata, nella quale Jagger canta i suoi buoni propositi per il futuro (“Will be kind won't be so cruel / I will be sweet I will be true / The pains of love you'll quickly learn / Are soon to heat and quick to burn / I got a brand new set of rules / Because I am your brand new fool / I got a brand new set of rules / I got to learn”), mentre le due figlie intonano un delicate coretto e completano il quadro familiare.
Questo disco di Mick Jagger, alla fine dell’ascolto, sorprende piacevolmente. Il frontman degli Stones, infatti, appare tutt’altro che avviato tristemente verso la pensione, bensì ancora capace di regalare un album che, per quanto commerciale e leggero, è fatto di rock, ballate emozionanti e canzoni quasi sempre affascinanti, molto varie per stile, influenze e sonorità. Le canzoni spaziano dalla ballata rock alla canzone romantica e intima, dal reggae al soul, senza tralasciare richiami al funky, al rap ed al blues. Tutto reso magico e inconfondibile dalla sempre splendida capacità vocale di Jagger.
Il risultato è un album più che sufficiente, ricco di bei suoni che avvolgono l’ascoltatore: un disco distante anni luce dall’ultimo lavoro solista di Jagger, “Wandering Spirit”, del 1993. Un disco che si lascia ascoltare con piacere e non delude, anche a distanza di anni. Non un capolavoro, certamente, ma il lavoro sincero e appassionato di uno dei giganti indiscussi della musica mondiale, che canta e continua ad incantare con la sua voce e la sua magica interpretazione dei brani.
Tracklist
1. Visions Of Paradise
2. Joy
3. Dancing In The Starlight
4. God Gave Me Everything
5. Hide Away
6. Don’t Call Me Up
7. Goddess In The Doorway
8. Lucky Day
9. Everybody Getting High
10. Gun
11. Too Far Gone
11. Brand New Set Of Rules
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
SHE’S THE BOSS – 1985, Atlantic
PRIMITIVE COOL – 1987, Atlantic
WANDERING SPIRIT – 1993, Atlantic
GODDESS IN THE DOORWAY – 2001, Virgin
BREVI NOTE BIODISCOGRAFICHE
Michael Phillip Jagger è storia del rock: nasce il 26 luglio 1943 a Dartford, Inghilterra. Conosce Keith Richards, con il quale sarà anima di una delle più importanti rock band di tutti i tempi, “The Rolling Stones”, che esordisce nel 1963 con Brian Jones, Charlie Watts e Bill Wyman. Con la sua band attraverserà gli anni Sessanta e Settanta creando album indimenticabili.
Nel 1985 esordisce come solista, con il disco “She’s the Boss”. Due anni dopo pubblica il secondo disco, sempre da solo: “Primitive cool”, poco apprezzato sia dal pubblico che dalla critica. Il terzo disco esce nel 1993 ed è “Wandering Spirit”, mentre quasi dieci anni dopo pubblica “Goddess in the Doorway”.
Antonio Benforte, 22 luglio 2005.
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Commenti
Antonio inaugura l'archivio Jagger (solista)
Ant, in calce qui metto l'archivio dei Rolling Stone e il codice ean del best of di MJ, in assenza di questo Cd;)
"In questo disco, infatti, Jagger è da solo, circondato da amici musicisti di primo piano (Bono Vox, Lenny Kravitz, Wyclef Jean, Pete Townshend) e cerca di dare libero sfogo a tutte le sue passioni musicali, offrendo un album non certo eccellente, ma ascoltabile e più che sufficiente".
> Per gli aficionado e per i collezionisti, che dici?