Così Scaruffi presenta l’esperienza degli Hugo Largo: “Armati di due bassi e un violino (invece che del solito schieramento chitarra-basso-batteria), inventarono un sound che era al tempo stesso onirico e austero, quasi una versione del dream-pop britannico per ensemble di musica classica. La loro musica è una delle più psicologiche della storia del rock”.
Malinconici, diafani, onirici: gli Hugo Largo, capitanati dall’ex critico rock Tim Sommer, vivranno una breve estate di stravaganza e di anarchia pop pubblicando due dischi che vanno a costituire, con splendida spontaneità, le pietre miliari sul sentiero di chi s’avventura nella ricerca di nuove sperimentazioni nel genere. Tre anni di attività, due album, quindi scioglimento del gruppo: difficile resistere alla tentazione di chiedersi cosa gli Hugo Largo avrebbero potuto produrre in una carriera almeno decennale, e quanto avrebbero potuto influenzare l’evoluzione del dream pop contemporaneo.
Lascio briglie sciolte all’immaginazione e galoppo imbizzarrito: gli Hugo Largo avrebbero ampiamente anticipato i Sigur Ros, non ho dubbi, cortocircuitando le sonorità della band islandese e costringendola a forzare e valicare i confini della sua già encomiabile originalità.
Uno schieramento almeno inconsueto dà vita a un sound compassato ed estraniante: in queste brevi pagine analizzeremo il secondo disco, “Mettle”, congedo della band, nell’intento di trasmettere almeno qualche scintilla del grande incendio emozionale che questo disco ha alimentato e continua ad alimentare nello scrivente.
Qualche primo riferimento per disegnare una “carta d’identità estetica” della band: la voce di Mimi Goese può rientrare nel ristretto novero delle nuove dee: assieme a Elisabeth Fraser dei Cocteau Twins, a Lisa Gerrard dei Dead Can Dance e alla canadese Loreena McKennitt, Mimi Goese va a costituire una tetrarchia che difficilmente verrà scalzata dalle future generazioni. Sirena e strega, Mimi Goese sintetizza l’assoluto e incanta.
Non è difficile accostare a questo disco degli Hugo Largo almeno i Mercury Rev della seconda fase della loro produzione, lo splendido “Ágaetis Byriun” dei Sigur Ros e, come cosciente deriva pure-pop, qualche sprazzo di “Felt Mountain” dei Goldfrapp. Debiti nei confronti dello stile di Mimi Goese ne hanno, ed evidenti fino a creare imbarazzo, diverse interpretazioni di Dolores O’Riordan nei primi tre dischi dei Cranberries: in questo caso non si può parlare di “affinità”, ma di autentica influenza subita (e non so se e quanto riconosciuta) dalla cantante irlandese. Non si allude certo al rock rabbioso e popolano di “Zombie”, ma a pezzi come “Daffodil Lament”, o all’intro di “Electric Blue”. Ovviamente, i Cranberries sono troppo grezzi e grossolani per essere anche lontanamente accostati agli Hugo Largo: è semplicemente altra musica, la suggestione si ferma qui.
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“Turtle Song” è l’equilibrato incipit del disco: a quanti hanno apprezzato, recentemente, album come “Strange Angels” di Kristin Hersh o “Revelling – Reckoning” di Ani di Franco posso assicurare qualche momento di grande godimento estetico: una delle matrici delle opere appena nominate si può facilmente riconoscere in un pezzo come questo. Già superbo l’accostamento di basso e violino. Il sogno ha inizio con la lullaby “Hot Day”: dolcissima e sognante, vellica e accarezza. Seduce e rapisce il canto di Mimi Goese. Questo brano è avvolgente e confortante: pura distensione dei nervi, innesco per la meditazione.
Ascoltare “Martha” significa ritrovare l’eco di un canto druidico: sospeso ed evanescente, l’ascoltatore accetta d’essere imprigionato in una nuova e più perfetta grotta di cristallo, incatenandosi ai versi della poesia intonata dalla sirena. Senza dubbio siamo in un clima che può esser salutato come new age: ma spurgato da esasperazioni e fanatismi, e scevro da ridondanze baroccheggianti. “Halfway Knowing”, che Scaruffi giudica uno “psicodramma dal crescendo quasi liturgico”, è un brano ipnotico e allucinato che sprofonda nel niente e nel niente, annaspando, galleggia.
“4 Brothers” è una sobria variante delle prime quattro esecuzioni: a questo punto potrebbe subentrare qualche stanchezza nell’ascoltatore, già appagato dalla tempesta di luce alla quale s’è volontariamente sottoposto. Perfettamente a proprio agio, cullato dai violini e abbandonato all’intensità del canto di Mimi Goese, può solo sognare una deriva nell’oceano dell’eterno femminino.
“Ohio” ha ritmi e colori da digressione intimista di Nick Drake: più aggraziato e più fragile ancora, poteva trovare ospitalità in “Pink Moon”, senza destare sospetto; se non fosse per una improvvisa interruzione che evita una fino a quel punto irrimediabile alienazione. “Jungle Jim” e “Nevermind” chiudono il disco: è un congedo da “scream of the butterfly” morrisoniano, deliziosamente delirante. Nell’utopia s’ascoltano canzoni come queste, danzando tra le nuvole, partecipando all’assoluto: c’è una donna dal sorriso d’una dea, e la musica è eterna catarsi.
Lascio la conclusione al grande critico rock Scaruffi: “Più vicino alle atmosfere della new age risulta Mettle (Opal, 1989), fra una melodiosa Hot Day, ninnananna esotica cullata da accordi ipnotici nella quale il soprano di Goese ha modo di innalzarsi in acuti quasi indiani, una mantrica Martha, dove il caos si rarefa al punto da sciogliere l’armonia in un pulviscolo di accordi e gorgheggi, una classicheggiante Turtle Song, con Goese protesa in melismi acrobatici, lo spiritual jazzato di Jungle Jim e la struggente cantilena folk di Ohio. Le armonie sono caratterizzate dal lento incedere jazz-rock del basso, dagli accordi liberi e fluttuanti della chitarra, da un violino esotico che lancia guaiti tenerissimi. I capolavori sono forse gli psicodrammi Halfway Knowing, crescendo quasi liturgico in un lento aggregarsi di lamenti violinistici e di fraseggi free form, e Nevermind, raga nervoso con i vocalizzi più dilatati. Il sound degli Hugo Largo lambisce ormai la stasi. Il suo grado di rarefazione rimanda agli esperimenti più arditi della psichedelia, come i voli lisergici di Tim Buckley, e alle armonie più celestiali della generazione hippie. Pregni fino a disfarsi di pathos lirico, i madrigali di Goese sembrano provenire da una mitica lontananza di spazio e di tempo”.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e GENESI DEL GRUPPO.
Mettle, Opal, 1989.
Drum, Relativity, 1987.
New York, seconda metà degli anni Ottanta. L’ex critico rock Tim Sommer, bassista, la cantante Mimi Goese, il violinista Han Rowe e l’altro bassista Adam Peacock danno vita al progetto Hugo Largo nel 1986. Rinunciando a chitarra e batteria in onore a un coraggioso sperimentalismo dream pop, prodotti da Michael Stipe, pubblicano il primo disco, “Drum”, nel 1987. “Drum” viene ristampato l’anno successivo dall’etichetta di Brian Eno, la Opal.
Due anni dopo, vede la luce il secondo e ultimo album della band, “Mettle” (ancora Opal): pur meno estremo rispetto all’esordio è, ancora una volta, ingiustamente trascurato dal grande pubblico. È la fine di un gruppo che pure ha vissuto un’esperienza atipica e fascinosa, incidendo profondamente sulla produzione di band come i Mercury Rev di “Dingus” Donahue. L’esordio da solista di Mimi Goese, reduce da varie collaborazioni con Moby, è stato pubblicato nel 1997: “Soak”, registrato assieme ad Han Rowe, prodotto da David Byrne, è un’opera irregolare ed evanescente.
Lankelot Franchi, ottobre del 2003. Originariamente apparso su Lankelot.com, Supertrigger e forse altrove.
Commenti
Che altro dire? Niente. Che se non fossi stato amico di Closer non li avrei mai ascoltati; che è stato molto difficile scriverne; che quella voce popola certi miei strani sogni anche oggi. Se riuscite a trovarli, parliamone.
NdA: ordinabile qui http://www.cduniverse.com/search/xx/music/pid/7361336/a/Mettle.htm
o qui:
http://www.amazon.com/Mettle-Hugo-Largo/dp/B00000I59H
in una scaffale fatto da un'amica, tanti nastri...si nastri, musica regalata "doppiata" come si diceva allora o originale (poca) c'è Hugo Largo, c'è Mettle, regalo di un fidanzato molto amato, e mi piaceva anche Mettle ma ora non lo ricordo più, non lo ascolto più da anni, non so se si sente ancora, proverò...leggere è stato ritornare a tempi lontanissimi e allora belli, lo so non è un commento musicale ma volevo scriverlo uguale (rima involontaria)
Invece è un commento necessario... è un disco introvabile e davvero poco popolare. Grazie per la testimonianza e per la condivisione. Prova a riascoltarlo, fammi sapere che effetto ti fa.
Un sorriso
gf
bè in presa diretta...grazie a dio ancora si sente, la prima canzone Turtle song, la voce..ho pensato...Cocteau Twins conosciuti per me molto più tardi con Blue Bell Knoll, io la chiamo "la musica che vola".
Allora non dovrebbero mancare i "This Mortal Coil", nei tuoi prossimi (o passati) ascolti. Quello è il dna:)
Prossimi...questi proprio non li conosco!
Profondi anni Ottanta. Chiamiamolo "supergruppo". Tanta ambizione non ha avuto corrispondenza con la perfezione. E tuttavia qualcosa di famigliare e piacevole - rispetto a queste coordinate che ci siamo appena dati - saprai trovarlo.
ok. cerco
http://www.ondarock.it/popmuzik/hugolargo.htm
e http://www.alwaysontherun.net/mortal.htm
per approfondire; anche
http://en.wikipedia.org/wiki/This_Mortal_Coil
;)