Un rock atipico, capace di passare dalla pura gioia all’introspezione; si sarebbe tentati, in prima battuta, di definirlo intimista, ma si respira, in altri passaggi del disco, spontaneità e solarità, si percepisce luminosità e verve, e si avverte spesso la sensazione che il giovane e promettente Ed Harcourt, scrivendo, sia stato naturale e si sia divertito. Non è un dono comune ad altri artisti quello di saper trasmettere in maniera così diretta la semplicità e l’originalità delle proprie composizioni; Harcourt è un musicista poliedrico ed effervescente, autentica sintesi dell’eclettismo.
Questo suo secondo lp, “From Every Sphere”, non è certamente il disco della sua maturità; è ancora (verrebbe da dire, fortunatamente) acerbo, grezzo, difforme e magmatico. Non c’è uniformità interna e non esiste coesione tra le tracce; si passa dalle ballate ai ritmi da jazz freddo, dai virtuosismi alle trasandatezze (quanto ricercate?), dalle melodie d’impatto agli sperimentalismi.
Nulla di estremo, intendiamoci. È album soavemente imperfetto, prodromo di futura evoluzione che non fatichiamo a giudicare promettente; è un gioco di luci ed ombre, di sentimento puro e innocenza.
L’eredità di Jeff Buckley mi sembra ricercata e la sua influenza è piuttosto netta: tuttavia di Buckley echeggia qualche sonorità, qualche fuggitiva malinconia, non certo la rabbia del dannato o dell’isolato. Non c’è sofferenza nella musica di Harcourt. C’è qualche tristezza. Non c’è freddezza, c’è riflessione. Non c’è disimpegno, c’è solarità.
“From Every Sphere” non è destinato a sconvolgere la storia della musica; non è neppure, però, condannato ad essere mistero rivelato a pochi eletti spiriti rock. È un disco che potrà conquistare ascoltatori e appassionati senza difficoltà, proprio per la sua intelligibilità e per la sua freschezza primaverile.
Retrogusto adolescenziale, aspirazioni neanche troppo velate d’originalità e una gradevolissima autoironia; il tutto condito dalle collaborazioni di una serie di musicisti di tutto rispetto, da Lisa Germano a Claire Lewis, Jimi Goodwin ad Hadrian Garrard. Disco di transizione o primitiva affermazione, decidete voi.
Qualche nota dedicata ad una scelta delle dodici tracks dell’album.
“Bittersweetheart”. Allegretto andante. “Well I’ve travelled around the earth / and still I wonder if I’m the first / human being who questions his worth”. Non so se è una dichiarazione di intenti, tuttavia c’è già molto dell’atmosfera del disco; passaggio disinvolto da luce ad ombra, atmosfera serena, piano seducente. C’è qualche coro in falsetto in stile tardi Bee Gees che lascia interdetti.
“All Of Your Days Will Be Blessed”. Strana commistione di sonorità da “Sin-é” di Jeff Buckley e da “Pablo Honey” dei Radiohead. “All of your days will be blessed/ so put on a smile and get dressed /into the void we will fly away from here/ All of your thoughts will be crowned/ you’ll be the toast of the town into the view of a million crystal sphere”. Ritmo sostenuto, pezzo interessante ma non particolarmente incisivo. C’è un certo, apprezzabile equilibrio; divertente. Rock già contaminato.
“Ghost Writer”. Musicalmente sembra di ascoltare un giovane Waits, soltanto compiaciuto e disteso, e sgravato da vizi e distante dalla perdizione. “Organise random chaos/ Sinking deep in the sand”. Notevole l’argomento della canzone: fatico a ricordare altri brani dedicati alla figura del ghost writer. Nella confusione dell’esistenza del protagonista della canzone, sembra evidenziarsi una embrionale ricerca di identità, o un tentativo di acquisire nuova coscienza. “Ghost writer makes a start in the duplicated system with a brand new book”.
“The Birds Will Sing For Us”. Strano inno alla giovinezza, e curioso richiamo all’essenzialità e all’importanza del momento. “The birds will sing for us but we all die in the end”. Canzone d’amore, dedicata ad una little girl che non deve rattristarsi, perché c’è sempre speranza; il sole entrerà attraverso le finestre, i cieli grigi si volgeranno all’azzurro, e via dicendo. La conclusione, con questo richiamo alla morte, regala un briciolo di originalità ad un testo altrimenti imbarazzante. Se è ironia, è talmente inglese da risultare indecifrabile. Musicalmente è una ballatina graziosa, senza particolari pretese.
“Sister Reneé”. Strano blues, storia d’un amore grottesco e stravagante, dalle atmosfere sognanti e accattivanti. Piacevole. Quando si abbandona al piano, Ed Harcourt produce i risultati migliori, anche in questa circostanza.
“Bleed A River Deep”. Uno dei pezzi più ispirati dell’album. Malinconico, e pieno di rimpianto. Questo è uno dei brani più intimisti: senza manifestare depressioni croniche o richiamare abissi di desolazione varia, Harcourt lascia strada libera al suo spirito; pezzo notturno e inquieto, suggestivo. “I see my body float like leaves/Every day I want to breathe/Rap my knuckles till they bleed/ A River Deep”.
Nuovo inno alla vita e alla speranzaè la trascinante e luminosa “Watching The Sun Come Up”. Echi gospel in “Metaphorically Yours”, nuova dichiarazione d’amore. “From Every Sphere”, infine, chiude il disco: è un congedo non scevro da disillusione, piuttosto dissonante con lo spirito dell’album. L’artista domanda d’esser portato via, lontano, di essere aiutato a perdere il controllo; perché ha bisogno di pregare, dice, e di pensare agli spiriti dimenticati, svaniti “from every sphere”. Una riflessione sulla caducità, sulla vanità delle persone e delle cose. Emoziona, seduce: ma non rapisce.
BIODISCOGRAFIA ESSENZIALE.
Maplewood, Ep. Heavenly, 2000. Here be Monsters, Capitol, 2001.
Maplewood Early Sessions, Emi, 2003. From Every Sphere. Heavenly, 2003.
Ed Harcourt, ex leader della band indie rock degli “Snug”, è un musicista eclettico e polimorfico, in grado di passare dal basso, alle tastiere, alla chitarra, fino al banjo, al sassofono e alla batteria. Musicalmente, è un felice e inconsueto ibrido tra Tom Waits, Jeff Buckley (grazioso l’omaggio grafico a “Grace”, nel booklet di “From Every Sphere”) e, per diretta ammissione di Harcourt, Chet Baker. Sembra sia in grado di scrivere fino a due, tre brani al giorno, e che disponga, in segreto, di un repertorio di trecento brani che attendono soltanto di essere pubblicati.
I pezzi, scrive Harcourt nel suo sito, sono nati “dalla mia esperienza esistenziale e dalle mie emozioni; a volte perfino dai sogni”. Il primo Ep, “Maplewood” (2000), composto da quattro brani, è stato inciso nella residenza della nonna dell’artista, nel Sussex; mentre il primo Lp, “Here Be Monsters” (2001), è stato registrato rispettando i canoni e le consuetudini, in uno studio; alcuni dei brani erano risalenti a qualche anno prima, sono stati riarrangiati, ripuliti e ampliati.
A sentire quanto scrive “All Music”, nelle performances dal vivo il palco di Ed Harcourt si popola di strane creature, come la rana Kermit; non avendo ancora assistito ad un suo concerto, non mi sento di smentire né di confermare questa affermazione, che onestamente mi lascia un po’ spiazzato.
Concludo riportando quanto scrive lo stesso Harcourt, parlando dei brani contenuti nel suo nuovo album, nel suo sito ufficiale: “Listen to the songs when drunk, sober, happy or sad and they will make sense. Goodbye”. Cioè: ascoltate le canzoni di Harcourt sia che siate ubriachi, sia che siate lucidi, sia che siate tristi o felici; così troveranno un senso. A presto.
Fonte principale delle informazioni biodiscografiche è stata il sito ufficiale del musicista: http://www.edharcourt.com/
Lankelot, Gianfranco Franchi, aprile del 2003. Originariamente pubblicato su Lankelot.com, Supertrigger.
Commenti
Dedicata, ancora una volta, al grande bregaing, autentico spirito rock. Grazie per l?ennesima, preziosa segnalazione.
http://it.youtube.com/watch?v=oqTjYZHNtMg
Ed Harcourt- Visit from the Dead Dog
http://it.youtube.com/watch?v=LwY4P_DUPPA&feature=related
born in the 70's...
non era male, Ed Harcourt. Ma dove diavolo è finito? Stava incidendo due dischi l'anno, a un tratto...
su wiki dice che nel 2007 è uscito un Best Of...
copertina!
copertina!