Gluck Christoph Willibald

Orphée et Eurydice

Gluck Christoph Willibald

DIETRO IL CANTO E L’INCANTO, IRREVERSIBILE E’ LA MORTE.

 Nuovi spunti di riflessione sul mito eterno di Orfeo ed Euridice suggeriti dal recente allestimento de l’Orphée et Eurydice di Gluck realizzato dai fratelli Alagna.

Dal lontano giorno in cui una mente ignota infuse vita ai personaggi di Orfeo ed Euridice soffiandovi dentro il proprio respiro, la loro tragica vicenda ha attraversato il tempo, riempiendo di sé le pagine e gli spettacoli di ogni epoca e di ogni luogo. Terreno  irrinunciabile di innumerevoli frequentazioni artistiche e letterarie, questa favola senza tempo ha trovato la sua fonte di immortalità nel corso del secoli, attraverso puntuali rivisitazioni e preziose versioni, evocando ad ogni rinnovato impatto l’indomabile richiamo di una forte seduzione nell’animo umano.

Orfeo, figlio del re di Tracia Eagro e della Musa Calliope, dalla quale ricevette in dono l’arte della poesia, fu anche musicista e cantore. Grazie all’impiego virtuosistico della lira donatagli da Apollo e alle capacità canore conferitegli dalle Muse, egli ammansì le belve, ed incantò le quinte naturali, fino al giorno in cui il paesaggio venne completamente devastato dalle forze avverse del destino. Allorché la moglie Euridice morì in seguito al morso velenoso di un aspide, egli non si piegò al corso degli eventi, ma cercò con impavido coraggio di recuperare il bandolo disperso dal crudele operato delle Moire, nella speranza di poterlo riavvolgere fino al punto esatto in cui era uscito dall’ambito terreno. Facendo leva sulla straniante dolcezza del suo canto, ammansì il piglio burbero e scostante di Caronte e si fece traghettare oltre il Tartaro, riuscendo ad espugnare il cuore di Ade che pareva forgiato nell’acciaio.

Il suo sentimento di amore puro, dispiegato attraverso tutta la gamma delle sue potenzialità vocali ed accompagnato dalla melodia struggente della lira, si alzò come un refolo di aria fresca sulla distesa ineffabile dei campi Elisi, capace di squarciare per una volta, come d’incanto, il velo cupo che avvolge le tenebre ultraterrene. Lunghi momenti in cui il tempo parve arrestarsi, le pene placarsi e le anime fissarsi nella contemplazione stupefatta di un sogno di felicità.

Resistergli fu tormentoso perfino per colui che regge con ciglio superbo il regno degli Inferi, la voce penetrò fin dentro le sue viscere, dritta come una lama affilata, rendendolo   inaspettatamente vulnerabile dinanzi alla richiesta di Orfeo.La restituzione della giovane defunta, nondimeno, fu condizionata al pesante fardello di un vincolo che obbligava l’eroe di Tracia a guidare l’ignara sposa nella lunga risalita, privandola e dell’ausilio di una parola e del conforto di uno sguardo. Una melodia né triste né allegra si distese in un clima di sospensione temporale e di febbrile attesa, fino al momento fatale in cui l’incauto sopravvento del desiderio lo privò definitivamente dell’agognato ricongiungimento

Il finale della storia non lascia dubbi sulla profondità della ferita che da allora si è aperta nell’animo del poeta e del musicista. Niente sarà più come prima, i suoi versi e la sua musica, come un tabarro d’angosce serpeggianti, prenderanno a vorticare tenebrosamente suscitando lo sdegno indignato delle Menadi sfrenate, che facendo scempio della testa mozzata di Orfeo relegarono per sempre il canto e la poesia tra le pieghe anguste della malinconica solitudine.

Fin qui il mito. Le versioni di Virgilio e di Ovidio costituirono poi le prime fonti di approvvigionamento a cui attinse successivamente la fabula volgare, inaugurata da Poliziano e sviluppata soprattutto in ambito musicale da Monteverdi, Gluck, Offenbach e Stravinskij.

Proprio alla trascrizione operata nel 1774 da Gluck, quell’Orphée et Eurydice che prevedeva tra l’altro un lieto fine, si sono ispirati in maniera eccessivamente libera David e Frederico Alagna, realizzando un nuovo allestimento che è in corso di rappresentazione al Teatro Comunale di Bologna. 

Le trasposizioni in epoca moderna di un’opera antica non sono esecrabili in assoluto, tanto più che forse, a detta di chi opera quel genere di sperimentazioni, obbediscono alla necessità di  rendere più vicina alla sensibilità odierna una vicenda lontana nel tempo. Purché tuttavia  la dissonanza non si trasformi in stridore o, come in questo caso, in aperta dissacrazione di una composizione classica.

Lo spettacolo, realizzato dal Teatro Comunale di Bologna in coproduzione con l’Opera national de Montpellier, è funestata da un approccio irriverente e dissacrante, in cui la drammaturgia corrode l’atmosfera atemporale del mito in maniera irriverente e provocatoria.

Facendo leva su di una rappresentazione di forte impatto emotivo, regista e scenografo stravolgono radicalmente la scrittura di Gluck, ricorrendo con reiterata ossessione ai toni più crudi ed efferati. Emblematica risulta la ricostruzione del mondo degli inferi, in cui un’orrida esposizione di penzolanti cadaveri allineati evoca il cupo scenario gotico di un macabro obitorio.  

Serena Gamberoni si confronta svagatamene con una versione improbabile di Eurydice, che dismette la grazia sensuale di una creatura impalpabile, assorta in un sogno d’amore e di fedeltà, divenendo una Menade sfrontata ed impenitente. Morta a causa di un tragico incidente d’auto proprio nel giorno della celebrazione delle sue nozze, tradisce il suo compagno lasciandosi deflorare da Ade, reggendosi alla portiera del carro funebre. Roberto Alagna, sacrificato in un ruolo scritto tradizionalmente per un controtenore, è un Orfeo impacciato e spaesato che canta in giacca e cravatta , bravo ma poco incisivo. L’orchestra, diretta dal giovane maestro Giampaolo Bisanti, si frantuma già ai primi movimenti, rivelandosi priva di solidità e di temperamento.

Il finale, a sorpresa, si chiude in chiave tragica con Amore che cede il tradizionale afflato angelico del soprano alla vibrante tonalità baritonale della Morte scatenando nel pubblico inorridito fischi e cenni di evidente disapprovazione, dimostrando una volta di più che la musica non ha bisogno di questi artifici per toccare il cuore della gente.

Forse l’unico merito di questo nuovo allestimento risiede nel fatto di offrire, ancora una volta, l’opportunità di riflettere sulla solitudine con cui il poeta canta, ama, lotta e muore. Da solo discende nel mondo degli inferi e da solo ne risale, pagando un pesante tributo alle sue prerogative prive di attinenza con l’attuale contesto sociale.

Gian Paolo Grattarola

APPROFONDIMENTI IN RETE

Orphée et Euridice di Christoph W.Gluck

Direttore Giampaolo Bisanti. Regia di David Alagna Scenografia di Frederico Alagna.

 http://en.wikipedia.org/wiki/Christoph_Willibald_Gluck

ISBN/EAN: 
000

Commenti

Amices!
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Buona lettura!

Ieri avevo provato a metterlo on line, ma non sapevo come fare a pubblicare l'articolo sotto il profilo di Gian Paolo senza conoscerne password e username... Sono scarsina come amministratore, pardon.

Grazie lo stesso Angela.
Sei stata ugualmente molto cara.

Gian Paolo

intanto quanto scritto da grattarola riprone ancora di discutere sul valore della poesia , il suo incanto e la sua solitudine......di cui forse si ciba.( persino quella congetturale di Borges)
altro tema che a mio avviso andrebbe parlato ( la mia opininione almeno arriverà domani) è sul perchè si attinga a forme e miti classici.....................con quale animo e con quale improbabile riuscita di riconsegnarli vergini al lettore.........fino alla dissacrazione che Pasolini conobbe bene................voluta........intenzionale e sofferta.
a presto

"Il suo sentimento di amore puro, dispiegato attraverso tutta la gamma delle sue potenzialità vocali ed accompagnato dalla melodia struggente della lira, si alzò come un refolo di aria fresca sulla distesa ineffabile dei campi Elisi, capace di squarciare per una volta, come d?incanto, il velo cupo che avvolge le tenebre ultraterrene. Lunghi momenti in cui il tempo parve arrestarsi, le pene placarsi e le anime fissarsi nella contemplazione stupefatta di un sogno di felicità."

> Molto bello davvero, questo passo.

L'articolo lo trovate anche qui

http://www.liricamente.it/showdocument.asp?iddocumento=124

Gian Paolo Grattarola

il guardare i classici e tentare di riproporne la serenità e l' equilibrio è stato ripetuto spesso...............tutti si aspira ad un'armonia che sentiamo la necessità di riaffermare quasi per stoppare la corruttibilità del tempo, i risultati sono stati poco soddisfacenti e più che altro vicini a forme ellenistiche.....dove.anche la superficie più liscia nasconde smorfie di turbamento e pianto.o languore nei peggiori testi.
Trovo a me più consone la dissacrazione......laddove l'infrangere antichi testi..nei tentativi migliori, parlo di Pasolini, fu un graffiare la memoria sacrale del passato perchè ormai consapevole del paradiso perduto.

la poesia è quello che non sapremo mai..ma è anche incantamento, melodia, stordimento, sguardo corto dentro se stessi e sempre ma sempre...............musica anche nelle dissonanze. e tenderei a dire che è consone alla propria personalità.....e sensibilità..........anche quando appare sotto forma di prosa....anzi spesso è in quei casi di forte rimbalzo..vedi per parlare di testi a noi del blog , noti......disoerder di Franchi e tanti quasi tutti quelli di Gordiano Lupi.......o lo stupendo magnificat marsigliese............

Cara Patrizia,

in questi ultimi anni tende a prevalere una nuova corrente che vorrebbe rendere l?opera lirica più vicina alla sensibilità odierna, ma anziché educare quest?ultima tende ben al contrario a contaminare l?opera. Per questo motivo talvolta capita di assistere a trasposizioni in epoca moderna di un?opera antica che finiscono per stravolgerne lo spirito ispiratore e svalutare la sacralità di un valore assoluto che va colto nel suo aspetto atemporale.
Questo tentativo non credo sia esecrabile in assoluto,ma ritengo nondimeno che la musica non abbia bisogno di questi stridenti artifici per toccare il nostro cuore e consentirci di poter volare sui più alti orizzonti.

Gian Paolo Grattarola

pensiamoci .sempre..............spesso non ne gode nessuno dallo stravolgimento ma........forse esso è in sè qualcosa che va analizzato meglio

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