Gaber Giorgio

Io non mi sento italiano

Gaber Giorgio

Questo è un mondo che ti logora di dentro / ma non vedo / come fare ad esser contro / Non mi arrendo / ma per essere sincero / io non vedo proprio niente / che assomigli al vero / il tutto è falso / il falso è tutto…
Giorgio Gaber, Il tutto è falso  

 
UN ITALIANO STANCO CANTA LA SUA DISILLUSIONE 
 
Giorgo Gaber mette in musica i versi di Sandro Luporini, e lo fa con la convinzione che questo, il nostro, sia un Paese oramai alla deriva. Il sentimento che ha penetrato questo ineguagliabile cantore delle contraddizioni del nostro tempo è venato d’amarezza ma, anche, della certezza che l’Italia, se solo volesse, potrebbe essere una grande nazione. L’orgoglio e la vergogna si mescolano, ma si riappropriano per una volta e definitivamente della consapevolezza che cantare la simmetria degli opposti sia l’unico modo di restar coerente: con se stesso, con l’idea, e con chi ci osserva. Pertanto, nella ballata d’apertura, Il tutto è falso, il nostro ci insinua l’avvilente presa di coscienza di un mondo che appare ma non è, o è semplicemente quel che appare. Un canto superbo per altezza lirica (uno dei migliori in assoluto di tutta la carriera del grande Giorgio), senza alibi e senza ritorno: Questo mondo / corre come un aeroplano / e mi appare / più sfumato e più lontano. / Per fermarlo tiro un sasso controvento/ ma è già qui che mi rimbalza / pochi metri accanto. / Questo è un mondo che ti logora di dentro / ma non vedo / come fare ad esser contro / Non mi arrendo / ma per essere sincero / io non vedo proprio niente / che assomigli al vero / il tutto è falso / il falso è tutto…
 
Ambiguità e falsità come anticamera del nulla: Ma noi siamo talmente toccati / da chi sta soffrendo / ci fa orrore la fame, la guerra / le ingiustizie del mondo / come è bello occuparsi dei dolori di tanta, tanta gente / dal momento che in fondo / non ce ne frega niente / il tutto è falso / il falso è tutto…
 
Perché, in fondo: il falso è un illusione che ci piace / il falso è quello che credono tutti / è il racconto mascherato dei fatti / il falso è misterioso e assai più oscuro / se è mescolato/ insieme a un po’ di vero / il falso è un trucco / un trucco stupendo / per non farci capire questo nostro mondo / questo strano mondo/ questo assurdo mondo/ in cui il tutto è falso/ il falso è tutto…
 
Non insegnate ai bambini è un soffio leggero, soave e poetico che spira a protezione d’un universo, quello dell’infanzia, della meraviglia, e dell’uomo che verrà; parole di pedagogia pura: esistenziale. Non lasciamo ai bambini - fiori da far crescere liberi -, ammonisce Gaber, l’apparenza deteriore di questo tempo ingrato: Non insegnate ai bambini / non insegnate la vostra morale / è così stanca e malata / potrebbe far male / forse una grave imprudenza / è lasciarli in balia di una falsa coscienza / Non elogiate il pensiero / che è sempre più raro / non indicate per loro / una via conosciuta / ma se proprio volete / insegnate soltanto la magia della vita / Giro giro tondo cambia il mondo.
 
Io non mi sento italiano, la traccia che dà il titolo all’album, su cadenze ritmatissime da ballata festivaliera, ironizza sulle contraddizioni del belpaese e spinge Gaber, in modo sarcastico e irriverente, a rivendicare la sua estraneità alle pantomime della repubblica e alla coscienza d’un popolo che si lascia condurre dalla corrente, rimarcando il suo riconoscersi in ciò che dell’Italia è stato unico e che, a guardar bene, e a confronto con altri paesi, rende il nostro un territorio in cui ancora trovare spunti per essere degni. Rivolgendosi ad un ipotetico Presidente: Mi scusi Presidente / ma questo nostro Stato / che voi rappresentate / mi sembra un po’ sfasciato. / È anche troppo chiaro / agli occhi / della gente / che tutto è calcolato / e non funziona niente. / Sarà che gli italiani / per lunga tradizione / son troppo appassionati / di ogni discussione. / Persino in parlamento / c’è un’aria incandescente / si scannano su tutto / e poi non cambia niente. / Io non mi sento italiano / ma per fortuna o purtroppo lo sono…/ Questo Belpaese / forse è poco saggio / ha le idee confuse / ma se fossi nato in altri luoghi / poteva andare peggio…
 
E allora, cantare la propria solitudine e diversità può divenir catartico; percorrere le vie del mattino silente è pace, libertà, autocoscienza e immotivata, forse illogica, allegria fluente. E Gaber si lascia all’introspezione. Così in L’illogica allegria: Da solo / lungo l’autostrada / alle prime luci del mattino / A volte spengo anche la radio / e lascio il mio cuore incollato / al finestrino. / Lo so, del mondo e anche del resto / lo so, che tutto va in rovina / ma di mattina / quando la gente dorme / col suo normale malumore / mi può bastare un niente / forse un piccolo bagliore / un’aria già vissuta / un paesaggio o che ne so./ E sto bene io sto bene come uno / quando sogna / non lo so se mi conviene / ma sto bene che vergogna / Io sto bene proprio ora proprio qui / non è mica colpa mia se mi capita così. / È come un’illogica allegria / di cui non so il motivo…
 
I mostri che abbiamo dentro scava nell’inconscio e nel “lato oscuro” degli esseri umani. I mostri interiori generano i mali del nostro tempo: guerre, ingiustizie e dolore. Chissà cosa accadrebbe se, come il guerriero Atreju  - mi ispiro alla famosa prova cui si sottopose Atreju ne La storia infinita di Ende -, scorgessimo nello specchio il nostro io nascosto? Gaber è impietoso: I mostri che abbiamo dentro / che vivono in ogni uomo / nascosti nell’inconscio / sono un atavico richiamo. I mostri che abbiamo dentro / che vagano in ogni mente / sono i nostri oscuri istinti / e inevitabilmente / dobbiamo farci i conti. / I mostri che abbiamo dentro / silenziosi e insinuanti / sono il gene egoista / che senza complimenti domina e conquista. / I mostri che abbiamo dentro / ci spingono alla violenza / che quasi per simbiosi / si è incollata / alla nostra esistenza. / La nostra vita civile / la nostra idea di giustizia e uguaglianza / la convivenza sociale / è minacciata / dai mostri che sono la nostra sostanza…
 
Ne Il Dilemma, Gaber ripercorre la vita di una coppia moderna (è immaginabile che la canzone sia autobiografica), preda delle insicurezze e dei dubbi, dell’incertezza sulla persistenza del sentimento che li ha uniti. Perché l’amore, quando non è una chimera, si annienta comunque - viverlo davvero e per intero, forse, è un privilegio di pochi - nella routine quotidiana. E il progetto d’unione si sgretola al cospetto delle scadenze della vita: In una casa a picco sul mare / vivevano un uomo e una donna e su di loro la vasta ombra di un dilemma. / L’uomo è un animale quieto / se vive nella sua tana / la donna non si sa / se è ingannevole o divina. / Il dilemma rappresenta / l’equilibrio delle forze in campo / perché l’amore e il litigio / sono le forme del nostro tempo / Il loro amore moriva / come quello di tutti / come una cosa normale e ricorrente / perché morire e far morire / è un’antica usanza / che suole aver la gente…
 
Il corrotto, La parola io e C’è un’aria, fortificano il percorso tracciato dall’artista milanese e preludono a Se ci fosse un uomo, canto (con l’ausilio del coro) dal retrogusto speranzoso che insinua una possibilità per l’avvenire: Se ci fosse un uomo / generoso e forte / forte nel gestire ciò che ha intorno / senza intaccare il suo equilibrio interno / forte nell’odiare l’arroganza / di chi esibisce una falsa coscienza / forte nel custodire con impegno / la parte più viva del suo sogno / se ci fosse un uomo…/ Allora si potrebbe immaginare / un umanesimo nuovo / con la speranza di veder morire / questo nostro medioevo. / Col desiderio / che in una terra sconosciuta / ci sia di nuovo l’uomo / al centro della vita…
 
Notevole congedo nei confronti della vita e della musica, Io non mi sento italiano è il lascito di un’anima disillusa e fortemente pessimista, che ricorda il vento di rivolta della giovinezza (la sua generazione, comunque perdente) e che vuol donar di sé un ultimo sussulto alle nuove generazioni. Tutto brucia nell’inceneritore del grande Giorgio: il ghigno e l’inadeguatezza del potere, le dinamiche dei “poveri” – interiormente - esseri umani e le manifestazioni inutili e assordanti del nostro tempo. Un canto lontano che disegna distanze incolmabili e che svela, poco prima di una morte consapevole - che sarebbe arrivata di li a pochissimo -, il lato romantico del sarcastico artista milanese. Alle macerie di questo mondo assurdo sopravvivono i bambini - lidi incontaminati: speranza per il domani. Con l’uomo finalmente al centro della vita. Un album doloroso e ispirato per un artista vero, da annoverare tra i grandi cantori ribelli e non omologati del nostro tempo.
 

DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE

Io non mi sento italiano, CGD, 2003.
La mia generazione ha perso, CGD, 2001.
E pensare che c’era il pensiero, GIOM, 1994. 
Il grigio, Carosello, 1989. 
Anni affollati, Carosello, 1981.
Noi della società, Ri-Fi, 1979.
Libertà obbligatoria, Carosello, 1976.
G come Gaber, Ri-Fi, 1973.
Sexus et politica, Vedette, 1970.
Barbera & Champagne, Vedette, 1969.
Sai com’è, Vedette, 1968.
L’asse di equilibrio, Ri-Fi, 1968.
Gaber canta Gaber, Ri-Fi, 1967.
Snoopy contro il Barone Rosso, Ri-Fi, 1967. 
Mina & Gaber – un’ora con loro, Ri-Fi, 1965.
Questo & quello, Ricordi, 1964. 
I successi di Giorgio Gaber, Ricordi, 1962.
Giorgio Gaber, Ricordi, 1961.
Giorgio Gaber e Enzo Jannacci, Family Rec,  1960.

Giorgio Gaberscik, alias Gaber. Milano, 1939 – Montemagno, 2003.

Approfondimento in rete: Far finta di essere Giorgio Gaber / Ondarock 

Léon, Luglio 2005. Originariamente apparso su www.lankelot.com


ISBN/EAN: 
5050466158628

Commenti

Gaber? Ma non era bisessuale?

Non saprei, Charlie Brown (mi devi scusare, ma non so chi si nasconde dietro questo pseudonimo). E pure se fosse stato?

Hanno qualcosa di losco i bisessuali. Di certo, non possono essere artisti.

ahahah:)
Charlie sta giocando, Leon. E' un bravo ragazzo.

Lo immaginavo:) Resta il fatto che non so chi sei, Charlie. Abbiamo mai avuto il piacere? Virtualmente, s'intende.

No, Léon, non abbiamo mai fatto nulla, virtualmente. Sono poco pratico di internet - e recidivo all'uso degli smiles... forse per questo posso sembrare antipatico! Non conosco nessuno della brigata di questo e del precedente sito. Mi limito a dare una mano fra le bozze, nello scantinato del web. Buona serata.

No, antipatico, e perché? gli smiles non li amo nemmeno io, ma tant'è li uso per maggiore comprensione di chi mi legge. Buona serata a te.

Fantastico Gaber.

Scusate innanzitutto se mi sono messa a leggere per autore degli scritti e non da franchi, come avevo promesso. Mi perdonerete, spero.

L'unica domanda che avrei voluto fare a Gaber, dopo averne apprezzato la poesia, è: perché questo livore e sarcasmo verso la nostra Italia? Vediamo qualcos'altro dalla nostra finestra, quando ci svegliamo la mattina?

Io il mio giardino di casa, lo amo. E se vedo che ha bisogno di cure, è la prima cosa che mi dico di fare per quella giornata.

Fraternità, ragazzi miei, lo ripeto. Sentite il suono caldo di questa parola. Concentratevi su questo concetto per un giorno solo.

E' il mio consiglio zen per oggi :)

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GABERSHIK

Il Teatro di Giorgio Gaber:
Testo, rappresentazione, modello
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Dopo ?Playbeckett? e ?Svobodamagika? torna la collana soQQuadri dedicata al teatro. Questa volta il volume è dedicato alla drammaturgia di Giorgio Gaber.

L?opera, soffermandosi sulla scrittura scenica di Gaber e sulle interpretazioni avvenute dopo la scomparsa dell?autore/attore/cantante, costituisce un?indagine sulla drammaturgia di Gaber/Luporini. Nella prima parte si sono presi in esame le drammaturgie e gli allestimenti storici. Il testo indaga inoltre il rapporto di Giorgio Gaber con l?opera di Samuel Beckett, che portò alla messa in scena nel 1990 di Aspettando Godot. Nella seconda parte del volume, che raccoglie contributi e testimonianze di registi, attori, critici teatrali, si affronta il problema di rappresentare oggi ?Gaber senza Gaber? attraverso prove di attori come Neri Marcoré, Eugenio Allegri, Giulio Casale, Claudio Bisio, Fausto Russo Alesi e le regie di Giorgio Gallione e Serena Sinigaglia.

? 24,00 - pp. 184 - isbn 978-88-89920-30-5

Hacca edizioni

[gaber] Leggere e parlare di

[gaber] Leggere e parlare di Giorgio Gaber è per me un colpo al cuore. Non avrei mai potuto scriverne una recensione. Sarebbe come parlare di un padre che non c'è più e che ci manca così tanto. Un padre artistico, filosofico(se mi permettete il termine) e anche politico. Quindi non riesco a fare nient'altro, spero mi scuserete, che citarlo e salutarlo. Ciao Signor G.

‹‹Io se fossi Dio, | quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio, | c'avrei ancora il coraggio di continuare a dire | che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana| è il responsabile maggiore di trent'anni di cancrena italiana. | Io se fossi Dio, | un Dio incosciente enormemente saggio, | avrei anche il coraggio di andare dritto in galera, | ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora | quella faccia che era! ››(Io se fossi Dio)

‹‹Mi fa bene comunque credere
che la fiducia non sia mai scomparsa
e che d'un tratto ci svegli un bel sogno
e rinasca il bisogno di una vita diversa.
Mi fa bene comunque illudermi
che la risposta sia un rifiuto vero
e che lo sfogo dell'intolleranza
prenda consistenza e ridiventi un coro.
Ma la rabbia che portiamo addosso
è la prova che non siamo annientati
da un destino così disumano
che non possiamo lasciare ai figli e ai nipoti.
Mi fa bene soltanto l'idea
che si trovi una nuova utopia…
litigando col mondo
››.
(Mi fa male il mondo)

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